Viaggio in Texas, dove i latinos sono sempre meno “minoranza”

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Viaggio in Texas, dove i latinos sono sempre meno “minoranza”

03 Agosto 2011

La sede della tv via cavo Univision a Dallas, Texas, è al ventottesimo piano di uno dei grattacieli del centro, con splendida vista sulla città. La newsroom, gli studi di registrazione, la redazione, gli uffici, la sala riunione sono simili in tutto e per tutto a quelli di qualsiasi altra emittente televisiva americana. Se non fosse per una differenza: la lingua che si sente parlare, e che viene trasmessa a milioni di telespettatori in Texas e nel Sud e Sud-Ovest degli Stati Uniti, è lo spagnolo. Univision è la prima tv inventata, condotta e sviluppata da statunitensi di origine latino-americana e rivolta specificatamente a quel mercato, o meglio a quella comunità, rappresentata da milioni di immigrati, legali o illegali, e di cittadini americani magari, provenienti da Messico, Cuba, Salvador, e altri stati dell’America Centrale e Meridionale all’inseguimento del loro American Dream.

Secondo l’ultimo censimento del 2010, il 16,3% della popolazione americana, circa 50,5 milioni di persone, è per nascita o per discendenza latino-americana. I cosiddetti latinos o hispanics hanno superato da tempo gli afro-americani come prima minoranza del Paese, e negli stati del Sud e del Sud-Ovest si avviano a diventare la maggioranza. Tra i cittadini con meno di 5 anni, i bambini bianchi sono meno del 50% nella capitale Washington e in 12 stati: Maryland, Georgia, Florida, Mississippi, Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, California, New Jersey, New York e le Hawaii. In Texas il 48% della popolazione con meno di 18 anni è di origine latino-americana. Se si considerano gli 11 milioni di immigrati clandestini stimati negli Stati Uniti, buona parte dei quali provenienti dal Messico, si ha un quadro completo del processo di “ispanizzazione” di una parte rilevante della società americana.

Un processo che ha molti volti. Ha il volto dell’avvocato Cedillo-Pereira, una donna che, a dispetto del cognome e dei tratti latinos, rivendica orgogliosamente per lei e la sua famiglia la cittadinanza americana da ben tre generazioni, e oggi da avvocato si occupa dei reati commessi da immigrati. Per lei l’immigrazione è la storia stessa degli Stati Uniti, storia unica al mondo e non comparabile con quella dei paesi europei, e il problema sta soprattutto nella gestione giuridica ed economica di un consistente ma fisiologico flusso migratorio. Ha il volto del giudice Howard, moglie britannica e nipoti in Australia, che non ha niente contro l’immigrazione di per sé ma è molto preoccupato del fatto che con numeri del genere la situazione negli Usa sta andando fuori controllo. Mai nella storia americana una singola minoranza aveva raggiunto percentuali così alte nella composizione etnica del Paese, e così concentrata in diversi stati da farne una prossima maggioranza. Ha i volti di Carlos, Armando e Ana Maria, dirigenti e reporter di Univision, che spiegano come il mercato dei latinos – una comunità che conta sì molti poveri e lavoratori poco qualificati, ma anche una numerosa middle class e un certo numero di ricchi – sia sempre più nel mirino di imprese e pubblicitari. Per questo prevedono di lanciare entro il 2012 tre nuove reti satellitari, all-news, all-sport e all-telenovelas, in lingua spagnola. Per questo richiedono a chi vuole trasmettere annunci pubblicitari su Univision di assumere personale che parli spagnolo in grado di rispondere poi alle richieste, domande e lamentele del pubblico su un determinato prodotto. Un modo di aiutare l’inserimento sociale dei latinos e al tempo stesso conservare la propria identità di origine, obiettivi perseguiti anche da attività come la grande copertura mediatica della festa di indipendenza del Messico, i programmi di informazione su come registrarsi per partecipare alle elezioni americane, o l’organizzazione a Dallas del festival del tamale, un tipo di piatto comune, pur con diverse varianti, a tutta l’America Latina.

Dal punto di vista di Univision, il futuro del Texas e degli Stati Uniti è il bilinguismo inglese-spagnolo. Un fenomeno già in atto non solo in molti stati del Sud e del Sud-Ovest, ma anche a New York, dove all’aeroporto La Guardia i cartelli con le indicazioni sono in entrambe le lingue. Un bilinguismo dovuto a un duplice trend. Da un lato i latinos vogliono imparare l’inglese – la domanda di corsi di lingua eccede attualmente l’offerta – per affermarsi professionalmente e socialmente, ma al tempo stesso vogliono conservare la lingua e l’identità latino-americana. Dall’altro lato sempre più americani non-ispanici studiano spagnolo per fare business con la comunità dei latinos. È questo un punto nuovo e fondamentale nella dinamica migratoria e d’integrazione. Nipoti di immigrati italiani che di cognome fanno Abate o De Rosa, di Cleveland, non parlano più una parola di italiano, perché i loro genitori all’epoca non avevano i mezzi tecnici per contattare facilmente la comunità di origine o tornarvi per brevi periodi. Né avevano incentivi economici a mantenere la lingua italiana o i contatti con la madrepatria. Così come americani di origine irlandese come Shannon, di Washington, non sono mai stati in Irlanda. Un fenomeno simile si è verificato per polacchi, tedeschi o altre nazionalità europee emigrate in America dall’’800 alla prima metà del ‘900. Ma oggi la situazione è diversa, a causa del sistema di telecomunicazioni e di trasporto rapido, economico e capillare, e dell’importanza economica della comunità di latinos e del Messico, paese di origine degli immigrati che, a differenza di quelli europei o asiatici, confina con gli Stati Uniti e fa parte di un’area di libero scambio insieme a Usa e Canada, il NAFTA. In questa situazione il bilinguismo è considerato dai latinos il futuro, mentre i bianchi si dividono tra chi privilegia i positivi aspetti economici del fenomeno e chi teme il cortocircuito del processo di integrazione e assimilazione, oltre che la crisi stessa dell’identità nazionale americana.

Un rischio reale, ma assente dalla cena a casa di Florencia, in un quartiere residenziale a ovest di Dallas. Immigrata come clandestina dal Messico in California negli anni ’70, cittadina americana grazie alla regolarizzazione decisa da Reagan, sposata con un pastore afroamericano protestante della Luisiana con la passione per i sigari cubani. Flo non vuole tornare in Messico, “un paese da terzo mondo”, è orgogliosa della sua cittadinanza americana, e vota da quindici anni per i democratici. Matrimoni misti come quello di Flo, o come quello dell’altra coppia ospite a cena, Lise, texana da quando a fine ‘800 i suoi bisnonni emigrarono dalla Germania e Mike di padre peruviano e madre irlandese, sono nella vita reale uno principali motori del processo di integrazione. Integrazione che si riflette a tavola. Flo ha preparato quattro portate per cena: i peperoni ripieni di carne macinata cucinati alla maniera della sua provincia messicana; il roastbeef alla cajun tipico della Luisiana; l’hamburger alla texana; e la pasta, ormai diventata parte integrante della cucina nazionale da quando gli americani sono diventati pazzi per l’Italia. Il dessert è una ottima apple pie preparata da Lise, che scherzando ma non troppo la presenta come la variante americana dello strudel tedesco. La cena si prolunga fino a tardi, in puro stile latinos o anche mediterraneo, con i tipici marshmallow americani – una specie di gelatina di zucchero iper-calorica – rosolati sulla fiamma, alternati a tequila messicana fatta in casa. La colonna sonora della serata è anch’essa mixed, con il country texano seguito dal rap e dalla salsa. Bienvenidos a Texas!