Virus Jihad, come sconfiggerlo

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Virus Jihad, come sconfiggerlo

04 Luglio 2015

Il professor Lorenzo Vidino è uno studioso esperto in islamismo e violenza politica in Europa e Nord America. Attualmente, insegna alla George Washington University. Le sue analisi sono state pubblicate da grandi giornali come il Washington Post o il Wall Street Journal. Con lui parliamo di Fatima, del virus jihadista, e delle leggi italiane contro il terrorismo.

 

Professore, cos’è successo a Fatima e alla sua famiglia?

 

E’ una dinamica normalissima, la radicalizzazione avviene spesso tra persone che si conoscono. L’Italia è interessata su scala inferiore dallo stesso tipo di fenomeni che abbiamo visto svilupparsi in altri Paesi come Francia, Germania e Inghilterra.

 

Qualche esempio degno di nota?

 

Due giorni fa su tutti i giornali inglesi campeggiava la storia di una famiglia residente a Bradford, composta da 12 persone, che dal nonno ai nipoti è partita per la Siria. La radicalizzazione avviene spesso così, attraverso persone che vivono a stretto contatto: il miglior amico, il compagno di scuola, il fratello più grande, i genitori…

 

Sembra davvero una pandemia

 

Seguendo un paragone del genere, c’è un soggetto che viene colto dal virus e si fa portatore del contagio tra le persone che gli sono più vicine, anche grazie a una serie di motivi che rendono fertile l’ambiente di coltura. Va detto che non tutti ricevono il virus e ci sono anche quelli che resistono e cercano di combatterlo.

 

I social media aiutano?
 

La diffusione del virus viene amplificata dai social media. Chiunque, in Siria o altrove, può comunicare in maniera diretta e bombardare i destinatari con messaggi di propaganda, sul cellulare, sull’iPad, sul personal computer.

 

La nuova legge sull’antiterrorismo sta funzionando?

 

La legge aiuta avendo introdotto alcune tipologie di reato sulle nuove forme di proselitismo, di reclutamento, anche online, che hanno aggiornato la pur buona legislazione italiana. Le leggi che avevamo rischiavano di apparire antiquate visto che il terrorismo è un fenomeno in costante evoluzione; da quest’ultimo punto di vista il decreto è stata un’ottima cosa.

 

Punti di debolezza?

 

Se vuole, è mancata una riflessione che consentisse maggior controllo su Internet, non c’è stata la volontà parlamentare di farlo, ma si tratta di un tema molto delicato perché chiama in causa questioni complesse come la tutela della privacy, la libertà di parola e di pensiero, e così via. Teniamo anche presente il discorso sulla retroattività penale, sui vecchi casi non potremo applicare le nuove fattispecie di reato. 


Un giudizio complessivo?

 

L’approccio italiano, sia dal punto di vista legislativo sia per come viene applicato sul campo, è molto buono.


Quali sono le rotte della Jihad? I barconi, il Mediterraneo, i Balcani?

 

Una non esclude l’altra anche se le ultime operazioni dimostrano che c’è una forte presenza di radicalismo jihadista che ha origine balcanica. Nel caso di Fatima e della sua famiglia pensiamo al ruolo svolto dal marito della donna, albanese. E albanesi erano anche i reclutatori della cellula smantellata mesi fa tra Piemonte, Toscana e Lombardia. Parliamo di singoli casi, tutto va contestualizzato, ma i Balcani e alcuni Paesi dell’Europa Orientale sono diventati la pista privilegiata sia per andare in Siria che per tornarci.