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Biografie inaspettate

Vita di Giovanni Pascoli, socialista convinto e massone discreto

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La biografia di Giovanni Pascoli necessita, a distanza di un centinaio di anni dalla sua morte, di un restauro. Questo è il punto di partenza della “biografia critica” scritta dalla giovane italianista Alice Cencetti. La dichiarazione di intenti è chiarissima: “Al modo in cui esiste un restauro conservativo, così in questa sede si è cercato di conservare, restituendo loro dignità bibliografica, testi, opuscoli, libretti, voci memorialistiche, articoli di giornale poco o punto considerati all’interno della consueta bibliografia pascoliana; e così come esiste un restauro di tipo integrativo, ci proponiamo qui di integrare i dati già noti della biografia del poeta attraverso il ritrovamento e la riemersione di carte autografe d’archivio e veri e propri inediti a stampa”.

Tenendosi a distanza dai due filoni della ricerca sul poeta di San Mauro di Romagna, quello ingessato nel retorico ritratto di uno dei vati della letteratura nazionale postcarducciana e quello più sfuggente e talvolta morbosetto che largheggia in psicologismi sul nido costruito da Zvanì Pascoli con la sorella Mariù, il saggio della Cencetti cerca di aggirare l’ostacolo che ha azzoppato per decenni la ricerca pascoliana. E cioè la biografia scritta proprio da Mariù e integrata da Augusto Vicinelli. Uno scoglio che ha reso fioche le altrui voci, “perché Maria, per quanto involontariamente, è riuscita a creare attorno a sé e alla sua opera terra bruciata, con quel suo grande vantaggio anagrafico e familiare che le derivava da una viscerale e simbiotica penetrazione e compartecipazione alle vicissitudini quotidiane del celebre fratello”. Un’opera, quest’ultima, che ha imprigionato nell’ambra la figura di Giovannino, pur scontando qualche autocensura del poeta nel raccontare verità complete alla sorella e più di uno scrupolo protettivo (a discreto tasso di omissione) da parte di Maria.

Nel suo “Giovanni Pascoli”, Alice Cencetti convoglia un appassionato e a tratti avanguardista lavoro d’archivio e di rivalutazione di una bibliografia rimasta finora troppo appartata. Il saggio indaga tre dei più densi viluppi esistenziali del poeta romagnolo. L’uccisione del padre Ruggero (“il delitto più famoso della letteratura italiana”); l’adesione al socialismo internazionalista, negli anni arruffati degli studi bolognesi; la controversa, ma in definitiva robustamente documentata, iniziazione massonica. Il primo capitolo è uno squarcio aperto sulla turbolenta Romagna di metà Ottocento, in cui l’assassinio del padre del poeta non fu certo un delitto isolato. Fu piuttosto l’eliminazione del detentore di un impiego appetitoso mascherata forse con pretesti politici o falsamente robinhoodeschi e avvolta fin da subito dall’impenetrabile complicità omertosa di un intero paese. Senza contare che il colpo di fucile che stroncò Ruggero Pascoli si inseriva in un ampio orizzonte di fatti di sangue che avevano appiccicato alla Romagna lo stereotipo di terra selvaggia, primitivamente incline alle pulsioni violente. Basti pensare che dei nove racconti mensili inclusi nel “Cuore” deamicisiano, uno a tinte particolarmente fosche si intitola, con accenti evocativi, “Sangue romagnolo”.

Quanto al socialismo di Pascoli, il suo maturo declinare verso un umanitarismo patriottardo non necessita del tradizionale ridimensionamento della gioventù più rivoluzionaria e barricadiera del poeta. La sua adesione alle idee internazionaliste e anarcoidi, rileggendo i misconosciuti contributi pascoliani affidati a periodici e fogli di cortissima durata, fu al contrario piena, volontaristica e non semplicemente al traino di qualche amico più focoso. E il socialismo mutevole e non ortodosso, ma tutto sommato saldo, di Giovannino, si svolgerà, precisandosi via via, senza neppure troppi strappi (e per lungo tratto in simultanea con le posizioni dell’amico Andrea Costa), per tutta la vita del poeta.

Tasto delicato quello del giuramento massonico, sempre fortissimamente negato dalla sorella-biografa e occultato dal Pascoli dietro un’ostilità periodicamente dichiarata per le lobbies e le conventicole (anche quelle legate al Grande Oriente) che agevolavano le carriere di altri professori. Eppure, per quanto “in sonno” praticamente fin dal primo giorno, l’autore di “Myricae” fu a sua volta un “fratello”. E qualche traccia di questa conoscenza di prima mano delle logge sembra affiorare qua e là anche nelle parole vergate dalla sua penna poetica.

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