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Vittima tutt’altro che innocente dei cattivi maestri e dei pessimi governi

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L’”Intervista sul fascismo” fatta più di trenta anni fa da Michael Ledeen a Renzo De Felice inizia con la domanda. “Dove e con chi hai portato avanti i tuoi studi di storia italiana? Chi riconosci come tuoi maestri?”. La risposta dello storico è la seguente: "E’ difficile dire chi siano stati i miei maestri; più facile dire con chi ho studiato. Ho studiato e mi sono laureato con Chabod, ho continuato a studiare con lui a Napoli e poi qui a Roma, negli ultimi tempi della sua vita. Detto questo, però, devo aggiungere che non credo che esistano delle persone che possono essere considerate letteralmente maestri dei propri allievi: se uno si definisce allievo, nel senso stretto della parola, allora è una persona priva di autonomia intellettuale”.

Si dà il caso, invece, che i professori universitari siano sempre pronti a dichiarare di essere stati allievi di qualcuno e di avere molti allievi, tutti, ovviamente, bravissimi. Si tratta del trionfo della sottomissione intellettuale, di un servilismo coltivato all’ombra della cooptazione, procedura purtroppo insostituibile nel reclutamento accademico. Bisogna allora tener presente che i professori sono nella stragrande maggioranza ex-allievi “messi in cattedra” da un maestro e a loro volta sono maestri impegnati a sistemare i propri (numerosi) allievi, un’attività questa prevalente e in molti casi esclusiva di molti universitari italiani.

L’attuale modello di governo degli Atenei consente alle maestranza universitarie di utilizzare le risorse destinate all’istruzione universitaria fuori da ogni controllo. Il regime assembleare, tanto amato dai docenti e dai ricercatori, instaurato sull’onda delle turbolenze post sessantottesche,  costituisce il brodo di coltura per l’affermazione di bande dedite al saccheggio dei bilanci degli atenei. I numerosi casi di occupazione delle università da parte di famiglie più o meno allargate tanto nelle funzioni scientifiche che amministrative sono il frutto dell’uso formalmente corretto delle regole di governo attualmente in vigore. Sono assolutamente meritevoli di attenzione tutti gli sforzi diretti a dipingere l’università che vorremmo, ma risulta molto deludente la mancanza dell’inevitabile indicazione delle trasformazioni necessarie per conseguirla.

C’è una parola magica dietro la quale, almeno così sembra, i sedicenti riformatori pensano di nascondere la propria ipocrisia: l’autonomia. Questa viene intesa come non intergerenza assoluta nelle faccende interne agli atenei ed in particolare nella gestione delle risorse da parte di chi le mette a disposizione: il contribuente. Proprio chi ne denuncia l’inadeguatezza esibendo in modo strumentale confronti internazionali mai prova a spiegare i motivi dell’uso scellerato che ne viene fatto delle poche attualmente messe a disposizione dal Governo. Le proposte per fare uscire gli atenei dalla crisi economica in cui versano dovrebbero concentrarsi sulla modifica del modello di governo per adeguarlo all’autonomia finanziaria raggiunta sulla scia della riforma introdotta da Antonio Ruberti fino a quella fatale di Luigi Berlinguer.

 

 

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3 COMMENTS

  1. autonomia e guasti
    Non vi è dubbio che l’autonomia universitaria, intesa come licenza, ha provocato una quantità di guasti: i disastrosi risultati dei concorsi locali, la proliferazione dei corsi di laurea (derivante da una pessima realizzazione del cosidetto 3+2), la bancarotta di alcuni atenei sono un corteo di guai che fa seguito alla autonomia voluta dal Ministro Ruberti. Ciò malgrado, vi è chi si ostina a chiedere “maggiore autonomia”, evidentemente non ritenendo sufficiente l’evidenza. L’idea di rendere virtuosa l’autonomia attraverso la valutazione dei risultati – punto di vista oggi molto di moda – servirà a trascinare ancora per anni l’attuale situazione, senza trovare il coraggio di una riforma, che dovrebbe partire da una “verticalizzazione” degli organi di governo delle università.

  2. all’estero ci prendono in giro
    Giustissima l’opinione di De Felice.
    Recentemente per caso in internet mi e’ capitata sott’occhio la recensione, scritta da uno studioso olandese, di un libro pubblicato dalla Normale di Pisa. Il recensore, nell’osservare come troppe citazioni di studiosi fatte dall’autrice del libro fossero superflue, su temi poco rilevanti o poco aggiornate, commentava ironicamente che forse tale sistema e’ “normale” in Italia: si trattava presumibilmente di una tipica captatio benevolentiae dell’autrice del libro verso i “luminari” del suo campo, per fini che avranno ben poco a che vedere con la ricerca scientifica. Del resto, e’ sufficiente trovarsi a pranzo con docenti e ricercatori universitari italiani per notare come di solito parlino soprattutto di pettegolezzi sulla carriera o dicano barzellette sconce.
    L’unica cosa in cui riscuotono l’interesse dei loro colleghi stranieri e’ nel parlar male di Berlusconi e degli italiani in genere, dipinti come incivili (gli altri, non loro stessi, ovviamente). Ovviamente gli stranieri di norma si guardano bene dal criticare i propri connazionali in presenza di italiani.

  3. Sarebbe ora di vedere un po’ di meritocrazia!
    Sono intervenuto varie volte a commentare articoli sulla scuola e sull’università italiana pubblicati sull’Occidentale, quindi non ripeterò cose già dette. Mi limiterò ad una breve considerazione. Una situazione analoga a quella delle università è riscontrabile nei Conservatori musicali e, più in generale, nel mondo della cultura e dell’arte: in Italia ci sono troppe carriere senza talenti e troppi talenti senza carriere! Siamo di fronte ad un malcostume diffuso che ormai non è più tollerabile. Come farà il nostro Paese a competere con il resto del mondo se non viene assunto il merito come criterio di selezione, in tutte le categorie ed a tutti i livelli? C’è solo da sperare che il Governo ed i ministri competenti (Gelmini, Bondi in primis) abbiano il coraggio di intervenire con provvedimenti appropriati ed incisivi, anche a costo di impopolarità (quando si interviene per “innovare” è inevitabile che si incontrino ostacoli e, soprattutto, che ci si scontri con l’opposizione di chi ha accumulato privilegi). Sarebbe ora di vedere un po’ di meritocrazia in Italia.

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