Volpi (Lega): “Per il Pdl il problema non siamo noi, è Fini”

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Volpi (Lega): “Per il Pdl il problema non siamo noi, è Fini”

16 Aprile 2009

Il referendum elettorale è stato fissato per il 21 giugno (coi ballottaggi delle amministrative) e Berlusconi ha così trovato il punto di mediazione con la Lega contraria all’election day. E’ da qui che parte Raffaele Volpi, deputato del Carroccio e membro della Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, che allarga l’analisi ai rapporti con il Pdl lanciando stoccate neanche troppo velate all’indirizzo di An e del suo ex leader Gianfranco Fini. Rilancia le ragioni dell’alleanza ma dice che se ci sono problemi e frizioni, stanno tutti dentro il Pdl, anche perché “la Lega non ha mai avuto paura di correre da sola”.

Onorevole Volpi, eravate pronti a far cadere il governo sulla data del referendum come lascia intendere Berlusconi?

Sono convinto che in questi anni Berlusconi abbia imparato a far politica e che le sue esternazioni non riguardino tanto la preoccupazione per la stabilità del governo, anche perché la Lega è un alleato assolutamente fedele e lo ha dimostrato.

Però sull’election day la Lega si è messa di traverso.

Abbiamo ribadito alcuni punti, sostenuti in maniera seria, sia sul fatto della costituzionalità dell’accorpamento con altre tornate elettorali sia sul fatto della consuetudine. Io credo che il problema non sia Berlusconi ma il piano alto della Camera.

Ma la Lega era pronta o no a far cadere il governo sull’election day?

La Lega non ha mai avuto paura di correre da sola. Il confronto con il Pdl è stato utile non solo sul referendum. Andavano puntualizzate alcune posizioni, non per arroganza della Lega, piuttosto per coerenza con quanto promesso agli italiani.

Fini considera un “peccato” rinunciare all’election day per “la paura di pochi”. Cosa risponde?

Fini ha ricominciato a fare politica al di fuori del suo ruolo di presidente della Camera. Lo ha fatto ad esempio al congresso del Pdl con un intervento di alto spessore toccando molti argomenti e mettendo sul tavolo temi non marginali nell’agenda di governo, come quello della cittadinanza agli immigrati regolari. Evidentemente lancia nello stagno della politica un sasso non leggero. Nelle scorse settimane Fini ha tenuto a smarcarsi da certe posizioni. Lo leggo come il tentativo di ritagliarsi uno spazio terzo rispetto alla maggioranza parlamentare e all’attività del governo. E non potendo essere alternativo al governo, tende a creare contrapposizione con la Lega.

Sta dicendo che Fini usa l’attacco alla Lega per mandare segnali a Berlusconi?

Mi sembra evidente che questa è una strategia. Forse, tutti insieme dovremmo capire quale è il fine ultimo. Non vorrei che le aspettative di Fini possano influire sull’attività di parlamentari che si sentono ancora molto legati a lui, a prescindere dal Pdl.

Si riferisce al decreto sicurezza e all’incidente alla Camera sui Cie?

Esattamente.

Proprio nelle file del suo partito si sospetta che a fare lo sgambetto siano stati in particolare gli uomini di An. Che ne pensa?

Potrebbe essere così. D’altra parte ci sono altri segnali.

Quali?

Mi risulta che ci sia una proposta di legge che sta per essere presentata alla Camera da un collega del Pd proprio sulla questione della cittadinanza e che incasserebbe anche le firme di qualche parlamentare del Pdl. Su questi temi se non sono provocazioni, ovviamente la Lega dice di no. Noi non siamo di certo favorevoli a portare la cittadinanza a cinque anni, come del resto credo che non lo sia la maggioranza degli italiani e la maggioranza dei parlamentari del Pdl.

Dopo le modifiche di Montecitorio ora il decreto sicurezza passa al Senato. Ma le cosiddette ronde e i Cie che fine fanno?

Per quanto riguarda il periodo di permanenza dei clandestini nei Cie credo che il ministro Maroni troverà alcune soluzioni, anche per evitare che a fine mese oltre un migliaio di irregolari lascino le strutture per l’identificazione e l’espulsione. Detto questo, il decreto uscito dalla Camera non è più il nostro decreto, tanto è vero che non abbiamo partecipato al voto. Resta la parte importante del ministro Carfagna sulla violenza sessuale che abbiamo condiviso con tutto il Parlamento, ma non è per questo che non abbiamo preso parte al voto in Aula. La cosa che dispiace di più è che non si sia capito perchè era necessario allungare i tempi della permanenza nei Cie.

E sulle ronde?

Non rappresentano un’ossessione della Lega. Ci sono già molti sindaci anche di sinistra che hanno istituito i volontari della sicurezza. Bisognerà trovare una soluzione che consenta ai cittadini di partecipare alla vita civile e alla tutela della sicurezza dando una mano alle forze dell’ordine.

Le ronde sono state inserite nel disegno di legge ora alla Camera. Teme altri sgambetti quando ci sarà il voto finale?

Non credo. Penso che dopo quanto accaduto alla Camera sia stata sufficiente la forte presa di posizione e la levata di scudi da parte dell’opinione pubblica. In altre parole, il Pdl si è fatto male da solo e Berlusconi non si può permettere che accada di nuovo.

Come giudica il rapporto tra Pdl e Lega?

Noi non siamo confluiti nel partitone, non siamo disponibili a fare una nuova “balena bianca”. Noi facciamo la nostra politica che in questo momento è condivisa col Pdl e non mi sembra ci siano problemi nell’alleanza; oltretutto l’azione del governo è molto efficace. E tanti colleghi del Pdl sono coerenti con l’azione comune.

Eppure gli alleati spesso vi accusano di iperattivismo e di alzare continuamente la posta, soprattutto nei confronti del premier. E’ così?

Speriamo sia uno stimolo per gli amici del Pdl affinchè applichino lo stesso nostro iperattivismo al territorio. Se uno va in giro e ascolta la gente, come dice Bossi, probabilmente non avrebbe dubbi sulle proposte che abbiamo avanzato. E se qualcuno si fa venire dubbi, magari è perchè sta troppo nel Palazzo. La nostra interpretazione del Parlamento è la rappresentanza della politica viva. D’altra parte un po’ di esperienza ce l’abbiamo, visto che oggi siamo il partito più vecchio che siede in Parlamento.

Anche le rivendicazioni leghiste sulle candidature al nord, vedi Brescia e Bergamo, hanno creato più di un maldipancia nel centrodestra.

Non sono i numeri che fanno la qualità, ma è vero che nelle nostre regioni la Lega porta in dote al centrodestra numeri tali che può chiedere, legittimamente, di avere anche propri rappresentanti nelle istituzioni locali. Non credo che questo possa considerarsi un alzare il prezzo; penso che Berlusconi in un grande partito come il Pdl abbia più problemi a gestire le giuste aspettative di molti suoi esponenti che a dire sì o no alla Lega. Vorrei aggiungere che nella mia regione, la Lombardia, i rapporti col Pdl sono ottimi. A Brescia dove vivo non si sono mai verificati strappi e c’è un’intesa molto forte su tutto. 

I vostri detrattori dicono che il vero obiettivo della Lega sia la presidenza della Lombardia. Solo perfide malelingue?

Il vero obiettivo della Lega è avere la possibilità di assumersi delle responsabilità di governo. Indubbiamente non è un segreto che vi siano aspirazioni sulla presidenza di alcune regioni del nord, anche perché ormai abbiamo dimostrato di avere una classe dirigente capace, a cominciare dai nostri amministratori. E se si dà un’occhiatina ai nostri parlamentari si può verificarne sia il livello qualitativo che quantitativo delle cose fatte e proposte.

Lega e Pdl nei sondaggi sono date in crescita anche in regioni rosse quali Emilia Romagna e Toscana. Come lo spiega?

La Lega ha assunto un modello di rappresentanza politica e sociale che la sinistra ha abbandonato. E’ un modello di rappresentanza basato non sulle classi sociali ma sui bisogni e le istanze che ogni singolo territorio manifesta in base alle sue peculiarità. E all’interno del quadro generale indicato dal partito, si inseriscono soluzioni ad hoc per le singole realtà locali: questa è la forza della Lega. Il punto non è cosa rappresenta la Lega, ma cosa non rappresentano più gli altri.

Gasparri dice che dovete rispettare il programma e che non è possibile una negoziazione costante. Cosa risponde?

Probabilmente siamo noi gli unici a dire che occorre restare fedeli a tutto ciò che è nel programma. Anche perché se non lo avessimo sottoscritto questo programma, non avremmo vinto le elezioni.

Capitolo riforme. Ottimista per il voto finale al Senato sul federalismo fiscale, a fine mese?

Le riforme sono lo scopo sociale del nostro movimento: siamo in Parlamento per questo. Mi riferisco al federalismo fiscale ma anche alla delegificazione di qualcosa come trentamila leggi inutili grazie all’azione del ministro Calderoli. Il prossimo passo? Il federalismo istituzionale che credo sia ormai una necessità e per fortuna, in questi 25 anni di storia, la pervicacia di Bossi ha trasformato molti scettici in federalisti convinti.

Sì, ma teme intoppi sul federalismo fiscale?

Se mai vi fossero, chi si assumerebbe di fronte agli italiani la responsabilità di dire che la riforma al centro del programma elettorale ora non si fa più?

Domanda provocatoria: il fantasma del ’94 potrebbe materializzarsi di nuovo?

Credo che in questi anni Berlusconi abbia imparato molto bene a fare politica.