Il voto in Spagna

Vox esplode ma non basta: la Spagna verso i giallorossi

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Sono passati pochi mesi dalle ultime elezioni per il rinnovo del parlamento spagnolo, eppure dati alla mano sembra trascorsa un’intera stagione politica. Gli elettori chiamati per la quarta volta in quattro anni alle urne, hanno rivoluzionato il quadro politico non solo delle Cortes: riscrivendo completamente i rapporti di forza tra i partiti. Il Primo Ministro Pedro Sanchez ha visto crollare di molto il suo consenso elettorale – quell’inarrestabile avanzata che ne aveva fatto l’eroe eponimo della sinistra europea orfana di Tsipras – dimezzando i voti seppur riuscendo a mantenere con il suo Psoe il ruolo di prima forza politica. Resistono e avanzano i popolari, ma crollano vertiginosamente i centristi di Ciudadanos, divenendo marginali nel nuovo parlamento.

Il vero vincitore di queste elezioni è Santiago Abascal leader di Vox, partito che ha conquistato il 15% dei consensi e 52 parlamentari, contro i 24 e il 10,26 % ottenuto alle elezioni dello scorso aprile, quelle che avevano visto da una parte il trionfo il Sanchez – il leader senza maggioranze – e dall’altra la stella di Pablo Casado leader del Pp oscurata dal successo di Ciudadanos e del suo Presidente Albert Rivera, oggi dimissionario dopo la débâcle elettorale.

Il successo di Vox non è figlio del caos, non è un voto di protesta come quello che ha visto nelle scorse tornate elettorali l’affermarsi di forze come Podemos, ma è un risultato figlio della crisi spagnola, dell’incertezza, della paura del caos che serpeggia all’ombra del regno di Filippo VI. Gli anni della crisi economica, del debito e delle riforme dei governi popolari guidati da Mariano Rajoy hanno lasciato nel paese iberico delle ferite aperte tanto sul piano socio economico, quanto sul piano culturale. La Spagna di Zapatero, quella delle riforme e dei diritti civili ha finito per cozzare con un tessuto sociale profondamente ancorato sulle proprie tradizioni, e sulle differenze che animano le varie comunità autonome.

Soprattutto negli ultimi mesi, l’incapacità delle forze politiche tradizionali di mettere in campo una soluzione politica e dall’altra la paura per la possibile degenerazione della crisi catalana hanno spinto gli Spagnoli più preoccupati verso un partito che incarna l’essenza dell’ essere spagnoli. Accusato di nostalgie franchiste il partito di Abascal, in pochi anni ha triplicato i propri consensi, come lo stesso leader ha ricordato nel suo primo intervento dopo il successo elettorale: “ Solo undici mesi fa non avevamo rappresentanti in nessuna istituzione, avevamo solo quattro cinque consiglieri sperduti in piccoli paesi. Oggi siamo la terza forza politica del paese.” Tre milioni e mezzo di voti che danno ad Abascal le chiavi della destra e dell’alternativa a Sanchez e al suo prossimo governo, soprattutto se si realizzerà un governo tra Socialisti e Podemos: una riedizione in salsa iberica del governo giallo-rosso nostrano, assai instabile per le differenze culturali fra i due partiti e caratteriali fra i due leader.

Vox dopo questo risultato dovrà dimostrare di essere una forza matura, pronta ad assumere responsabilità di governo e a proporre un idea di Spagna opposta tanto a quella di Sanchez, quanto in grado di assorbire l’elettorato popolare costringendo il partito di Casado a rivedere le sue strategie future.

Quello che queste elezioni non sono riuscite a dare alla Spagna è un governo, come ormai avviene da quattro anni, un esempio chiaro del grado di incertezza e divisione che anima il popolo spagnolo e non solo, come l’esperienza quotidiana ci insegna.

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