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Walter vince le primarie e Romano perde sul welfare

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A voler andare (e neanche tanto) a fondo degli aspetti organizzativi, gestionali e di quelli riguardanti l’esito del referendum, si potrebbero fare molti rilievi critici. Soprattutto sui numeri. Probabilmente i lavoratori e i pensionati votanti non sono stati cinque milioni. E’ singolare, infatti, che il target assunto abbia coinciso con il risultato effettivo. Probabilmente, poi, la percentuale dei sì non è stata tanto elevata come hanno dichiarato le segreterie confederali. Per dirla con il grande Totò la somma non fa il totale. Sia per quanto riguarda il numero dei votanti sia la percentuale dei voti favorevoli, infatti, non sono stati forniti dati parziali credibili (come addendi del calcolo di cui si conosce unicamente il risultato finale) tali da comprovare sia l’uno che l’altro esito.

Ammesso e non concesso che si sia trattato solamente della consultazione della parte più fedele e militante della base (in queste operazioni le confederazioni non riescono neppure a coinvolgere la gran parte dei loro iscritti) l’operazione-referendum non va sottovalutata. Solo un Governo pasticcione  come l’attuale%2C perennemente all’inseguimento dell’ala "trucida" della maggioranza, avrebbe potuto vanificare il successo politico importante che i sindacati gli avevano regalato. I pesanti ritocchi, recati nel disegno di legge, ai contenuti dell’intesa in materia di lavori usuranti e di contratti a termine hanno sollevato le protesta della Cisl e della Confindustria, mentre la Cgil – a quel punto – si è messa a rivendicare alcuni mancati inserimenti, relativi alle pensioni, che, se accolti, finiranno per peggiorare ancora di più il testo del provvedimento. 

In sostanza, l’Esecutivo  ha "mutilato" la netta vittoria delle forze riformiste del sindacato, le quali (bon gré mal gré)  avevano fatto emergere una verità scomoda anche per loro: e cioè che i lavoratori (persino quelli più conservatori che militano nei sindacati) hanno ormai assimilato questioni cruciali come l’innalzamento dell’età pensionabile e l’esigenza di un mercato del lavoro più moderno e flessibile. Al dunque, la classe lavoratrice è apparsa più matura di tanti che pretendono di rappresentarla e di parlare in suo nome.  Quali altri auspici pretendere per picchettare il D Day  del Partito democratico ?

In Consiglio dei ministri, i "quattro dell’Ave Maria" ovvero i rappresentanti dell’ala impropriamente definita radicale della gauche non erano stati in grado di tenere una posizione comune. Così,  il principale significato politico dell’esito del referendum stava proprio nella sconfitta della sinistra conservatrice. Una sconfitta cocente, di dimensione inconsueta ed imprevista; per di più sancita nel più doloroso dei modi e consumata non nelle urne o in Parlamento, ma su di uno scenario in cui erano stati protagonisti milioni di lavoratori. Se l’ala rosso-verde aveva perso, non aveva vinto (o meglio aveva vinto per interposta persona) la componente riformista, la quale (nonostante l’avvento del Partito democratico) rimane tuttora rinchiusa nei suoi "atri muscosi e fori cadenti". In campo era dovuto scendere il sindacato. Si erano mobilitate tutte e tre le confederazioni storiche, compresa la Cgil, nonostante che l’organizzazione di Epifani "avesse il morto in casa". Fosse costretta, cioè, a misurarsi con gravi dissensi interni: quegli stessi che in altre occasioni l’avevano confinata nell’immobilismo.  Stavolta, il sindacalismo riformista non si era  lasciato intimidire, aveva esposto le proprie ragioni in una situazione di oggettiva difficoltà ed aveva conquistato la fiducia dei lavoratori. Quale occasione migliore per tenere duro, per incalzare ancora di più le componenti reazionarie della sinistra ? Tanto più che - era assolutamente evidente ormai -  le formazioni neocomuniste erano intenzionate a ricercare le rivincita con la manifestazione del 20 ottobre. 

Nei giorni scorsi, gli esponenti del Prc  si erano impegnati nell’individuazione di percorsi di mediazione con l’ala riformista. Ma la spregiudicata ed irresponsabile "concorrenza" del PdCI (che non aveva esitato neppure a mettere in scena la pagliacciata dei brogli) ha reso cauto il gruppo dirigente "rifondatore", anche in vista dell’esibizione muscolare del 20 ottobre, in occasione della quale i "movimenti", allevati nell’odio e nel rancore, potrebbero addirittura rivoltarsi contro gli stessi promotori considerati rinunciatari e propensi al compromesso. Ecco perché è stato oltremodo sbagliato  inserire delle code velenose  nel disegno di legge (vi sono addirittura norme di delega che consentirebbero al Governo di riscrivere molte parti della Legge Biagi).

Prodi non ha ottenuto la tregua con la sinistra (la quale si sente autorizzata ad insistere proprio assistendo ai cedimenti preventivi del Governo) mentre ha messo in allarme le parti sociali e, segnatamente, i sindacati, ai quali tutto si può chiedere, ma non di accettare meno di quanto l’Esecutivo è disposto a riconoscere a taluni partiti. Tutto ciò premesso, sarebbe sbagliato non evidenziare che, a seguito delle modifiche introdotte nel ddl, la copertura finanziaria del protocollo è diventata ancora più incerta e gravosa, specie per quanto riguarda la delicatissima questione dei lavori usuranti (per i quali è saltato il tetto delle 5mila unità all’anno che rappresentava un argine contro il dilagare di una nuova stagione di prepensionamenti).

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