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Tea Party - Cronache del mondo conservatore

“We, the people”. La mano tesa di Obama sugli sgravi fiscali di Bush

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Martedì Barack Hussein Obama ha deposto le armi e si è arreso al nuovo Congresso federale, il 112°, eletto il 2 novembre scorso e in carica dal 3 gennaio prossimo, dove la maggioranza assoluta alla Camera, con un record storico da un mucchio di decenni, la detengono i Repubblicani conservatori (che non è lo stesso che dire semplicemente “i Repubblicani”).

I famosi, oramai famosissimi sgravi fiscali varati durante la lunga presidenza di George W. Bush (2000-2008) – il leader che gli americani gradiscono di più di “Magic Obama” – verranno prolungati ed estesi a tutti, anche ai percettori di redditi superiori ai 250mila dollari l’anno, che, nonostante certa cattiva retorica (anche, purtroppo, di taluni “buoni”), non configurano affatto entrate da nababbi. Grande. La Destra conservatrice canta – giustamente – vittoria. Ma riflettiamo un attimo su questo provvedimento di straordinaria importanza, che blocca quello che altrimenti sarebbe stato il più gravoso rincaro delle imposte di tutta la storia statunitense.

Nulla, proprio nulla costringe Obama a questa decisione, peraltro da lui e dai suoi avversata, osteggiata e impedita fino a oggi. Nulla: perché, a rigor di termini, al Campidoglio di Washington è oggi sovrano ancora il 111° Congresso, quello eletto il 4 novembre 2008. Un Congresso federale, cioè, dove i Democratici, dopo avere fatto cappotto alle urne, regnano indisturbati, ma soprattutto vanno d’amore e d’accordo con la Casa Bianca, la quale, forte dei numeri “bulgari” che vanta in quell’assemblea legislativa, ha finora potuto fare il bello e il cattivo tempo, varando o stoppando qualsiasi provvisione andasse o non andasse a genio. Fino a capodanno, insomma, il pallino legislativo è ancora e sempre saldamente nelle mani dei Democratici più progressisti, i nemici giurati dei virtuosi provvedimenti fiscali di cui sopra.

Epperò, evidentemente, l’ombra del prossimo Congresso già si proietta lunga e minacciosa. La scoppola subita il 2 novembre da Obama fa cioè il suo effetto. Con il 112° Congresso, infatti, le strade su cui s’incamminerà ora il presidente, saranno in salita, pendenti più del 45%. Le passeggiate congressuali di cui ha vissuto di rendita la Casa Bianca nei due anni trascorsi non saranno insomma più possibili. E ogni mossa, ogni passo, ogni metro Obama se lo dovrà conquistare sudando, annaspando, lottando. Che oggi, prima ancora che la nuova maggioranza congressuale s’insedi ufficialmente e mentre la vecchia è perfettamente in vigore, Obama scelga infatti l’accordo in extremis è dunque un segnale decisivo. Di grande debolezza di Obama, o, se non altro, di timore enorme.

La campagna elettorale per le presidenziali del 2012, forse la più lunga campagna elettorale di sempre negli USA, è bell’e cominciata. Non oggi, però, e nemmeno solo il 2 novembre scorso: prima, assai prima. Il giorno stesso in cui “dal nulla” sono nati i “Tea Party” che oggi là governano prima ancora di avere la titolarità piena del potere.

A un occhio esperto di marketing, propaganda e mercato delle idee (e l’entourage di Obama, dai suoi spin-doctor ai suoi finanziatori, è tutto tranne che sprovveduto in materia) non è del resto mai sfuggita la forza enorme dei “Tea Party” (del cui successo si è comunque stranamente da noi parlato piuttosto poco…). E man mano che i mesi sono passati, e che le primarie Repubblicane hanno raccolto un successo dopo l’altro, la sensazione è divenuta prima una forte probabilità, quindi una certezza granitica nelle urne.

Oggi Obama ha un intero Paese contro, e lo sa più che bene. Deve fare di tutto per risalire la china. Andare incontro ai desiderata dei “Tea Party” non può essere dunque, per lui, che il primo passo, inevitabile. Da questo spauracchio dovrà del resto guardarsi bene anche il Partito Repubblicano, e pure gli eletti nel 112° Congresso, esponenti e leader dei “Tea Party” compresi.

Obama ha dunque dovuto scegliere la politica della “mano tesa”, a costo di scontentare i più ottusi – o i più rancorosi – fra i suoi Democratici.

Il prolungamento e l’ampliamento degli sgravi fiscali dell’era Bush nasce da qui, solo da qui,e i contribuenti americani sono arcicontenti. Si pensi, del resto, che Obama, non solo ha fatto quanto hanno chiesto in tema fiscale i “Tea Party”, ma si è addirittura spinto oltre. Tutta farina del suo sacco sono infatti l’ulteriore diminuzione delle imposte per i lavoratori dipendenti e la riduzione della tassa di successione. La prima decisione comporta il taglio della ritenuta alla fonte della Social Security (quelli che da noi si chiamano “oneri sociali”) dal 6,2% al 4,2, con conseguente aumento di potere d’acquisto di 400 dollari pro capite in detta categoria. La seconda porta la Death Tax dal 55% al 35, con una soglia di esenzione di 5 milioni di dollari.

Sottolineare che il primo provvedimento “made in Obama” avvantaggia i “lavoratori dipendenti” e che dunque è una “cosa di sinistra” voluta per equilibrare la concessione obtorto collo dello sgravio per i “ricchi” significa non avere capito alcunché. Né della paura che fa novanta con cui Obama si appresta a far politica da qui al 2012, sperando di rifarsi una verginità, né dei “Tea Party”, i veri padri delle “decisioni shock” di Obama: tutta gente normale, senza finanziatori occulti, grandi padroni e cabale alle spalle, spesso manovalanza della classe operaia. La quale se negli USA va in paradiso, lo fa non certo entrando dall’uscio di sinistra. E affermare che il taglio dell’imposta di successione è stato pensato solo per dare aria all’economia in rotta è davvero una buona notizia: indica infatti che persino un neokeynesiano incallito come Obama ha capito che per rivitalizzare la ricchezza di un Paese occorre anzitutto e soprattutto abbassare le tasse.

Da noi la strategia Obama si chiamerebbe “larghe intese”. Là si dice invece "We, the People", che tranquillo e determinato trangugia una tazza di tè dopo l’altra.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiainstitute.it] e direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]

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1 COMMENT

  1. Giusto due cose:

    “Nulla,
    Giusto due cose:

    “Nulla, proprio nulla costringe Obama ha questa decisione, peraltro…”

    “Si pensi, del resto, che Obama, non solo a fatto quanto hanno chiesto in tema fiscale i “Tea Party”,…”

    Non è per essere pignolo, ma sbagliare ancora le “A” con l’ “H” e pubblicare senza la correzione dei refusi…

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