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Welfare, i vincitori e gli sconfitti dopo Piazza San Giovanni

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20 ottobre: non erano un milione ma erano comunque tanti. E molte erano anche le bandiere della Cgil esibite nonostante il divieto di Gugliemo Epifani. Così la sinistra reazionaria si è riposizionata  dopo le due sconfitte incassate, in rapida successione, nei giorni scorsi: una nel referendum sindacale, l’altra nelle "primarie" del Partito democratico.  E tutto sommato il tono della manifestazione di sabato scorso (anche per l’assenza dei "movimenti") non ha preso direttamente di mira il Governo. In sostanza, a meno di incidenti al Senato, Prodi non corre rischi da quella parte: l’ala della sinistra della sua maggioranza vuole condizionare il Governo sui contenuti e sa che il premier è disposto ad ascoltare le sue richieste.

I problemi li ha Walter Veltroni, il quale, col suo Pd, vuole raggiungere e conquistare un elettorato sempre più diverso e lontano da quello che ha riempito Piazza San Giovanni.  Ma le formazioni neo-comuniste hanno dimostrato, purtroppo, di avere un pezzo del popolo di sinistra che crede ai loro slogan e alle loro promesse. Che poi erano gli slogan e le promesse contenuti in quel deleterio programma elettorale dell’Unione perennemente citato quando scoppiano dissensi all’interno della coalizione di centrosinistra. Insomma, per dirla con Nicola Rossi, la sinistra sconta adesso il modo dissennato con cui ha fatto opposizione nella passata legislatura. In materia economica e sociale hanno demonizzato, mentendo e sapendo di mentire, alcuni provvedimenti della Casa delle libertà (dalla legge Biagi alla riforma Moratti, fino al riordino delle pensioni), salvo poi accorgersi, arrivati al potere, che abolire o cambiare radicalmente quei provvedimenti avrebbe prodotto guasti insostenibili sul fronte produttivo e delle finanze pubbliche. Ecco spiegati, allora, i piccoli (ancorché sbagliati) ritocchi alla legge Biagi e la correzione dello "scalone" previsto dalla legge Maroni, senza rinunciare tuttavia ad un innalzamento – seppur più graduale – dell’età pensionabile.

Ma il popolo di sinistra rivendica i "piazzali Loreto" che gli sono stati promessi. Non intende ragionare: pretende di inseguire i suoi miti irrazionali (del resto che cosa è più irragionevole e sbagliato del comunismo?), di vedere bruciare le odiate insegne del nemico. Il Pd avrà le sue gatte da pelare con un alleato siffatto. Ma si tratta – il Pd e la Cosa rossa - pur sempre di due soggetti distinti, che faranno fatica ad andare d’accordo, che resteranno insieme solo per ragioni di potere: ognuno di essi però si darà una propria distinta identità.

I problemi in casa li ha la Cgil. La sinistra di Piazza San Giovanni sta facendo incetta delle azioni della Confederazione di Corso d’Italia, mediante una dura e scorretta competizione sui temi del lavoro e del welfare.  Per adesso la Cgil ha condotto un gioco di squadra con le altre confederazioni e in tale contesto ha preso parte alla vittoria nel referendum dell’8-10 ottobre. Ma la discrepanza tra le posizioni sostenute fino a poco tempo fa dalla "confederazione rossa" e i contenuti dell’accordo del 23 luglio e del relativo disegno di legge è sempre più evidente. In politica è salutare il cambiamento di posizioni quando è necessario, se è determinato da un’obbiettiva analisi della situazione. Nel caso della Cgil sono evidenti, invece, i calcoli politici ovvero la protezione del Governo dal rischio di una crisi che inneschi le elezioni anticipate. La Cgil, infatti, ha grandissime responsabilità nel disorientamento di tanti lavoratori. Vogliamo dimostrarlo in maniera oggettiva e non polemica, riandando alla lettura delle  tesi preparatorie del XV ed ultimo congresso e relative ai temi del lavoro e del welfare.  

 
 La Tesi n.5: “Un’occupazione solida e stabile”

 La Cgil si proponeva di riportare ad unità il mondo del lavoro. Purtroppo, nulla si può costruire di solido e stabile se basato su di un’analisi sbagliata. La Cgil, infatti, rappresentava una situazione non corrispondente alla realtà, in quanto – a suo dire – il mercato del lavoro era caratterizzato da: “una condizione di precarietà nel lavoro che genera precarietà sociale; una riduzione della coesione sociale e un aumento dell’illegalità; un impoverimento del lavoro dipendente privato e delle pubbliche amministrazioni; un depauperamento delle competenze e delle professionalità; una riduzione degli strumenti e dei luoghi del sapere e della formazione strettamente connessi ad un lavoro di qualità”. E ci fermiamo qui, per carità di patria, a metà circa dell’elencazione delle sciagure piovute addosso al mondo del lavoro. Ovviamente, se l’analisi fosse veritiera un sindacato che si rispetti (e che sia consapevole della sua missione) dovrebbe solo trovare motivi per una spietata autocritica. La Cgil, invece, rivendicava a sé – con singolare autocelebrazione - una serie di successi (magari solamente “difensivi”) nella tutela dei diritti dei lavoratori. La Tesi arrivava persino a prendersela con quanti indicano (come l’innominato Pietro Ichino) che era in atto “un’artificiosa contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori tradizionali (gli insiders) e gli interessi dei lavoratori irregolari o dei disoccupati (gli outsiders), sostenendo che la ragione della condizione dei secondi fosse l’eccessiva tutela dei primi”. A fronte di tutto ciò, quale era la proposta alternativa della Cgil? Semplice. Come nella giostra strapaesana, bisognava infilzare il “saracino”: “andare oltre la legge 30 significa ribaltarne – era scritto nella Tesi – l’intera filosofia….Questo significa per noi – proseguiva – cancellare la legge 30 e sostituirla con un sistema di norme e di diritti complessivamente alternativo”. Naturalmente, il “male assoluto” cominciava col Libro Bianco accusato di disegnare “una società caratterizzata dall’indiscussa ed indiscutibile supremazia delle ragioni dell’impresa, che deve essere libera di competere nella globalizzazione senza vincoli, di costo e di diritti”.

Dopo aver chiesto ed ottenuto l’abolizione di questa legge, che come avrebbe agito  la Cgil? L’idea era quella di  “un concetto allargato della dipendenza economica come fondamento dei diritti, delle tutele e dei costi cui deve far fronte l’impresa, attraverso una ridefinizione di "lavoratore economicamente dipendente” cui far corrispondere l’equiparazione dei diritti e dei costi. Questo voleva dire – secondo la Cgil – fare del contratto a tempo indeterminato “la normale forma di lavoro e di assunzione per l’ordinaria attività di impresa”.


La Tesi n.7:   il welfare e le pensioni

Diversamente dalla legge Biagi (condannata alla cancellazione), la riforma Maroni (legge n. 243/2004) se la cavava con una contestazione, ancorché definita prioritaria, “perché non risolve ma accentua” tutti i problemi descritti, in tema di welfare e previdenza, nella Tesi  n.7 e derivanti (ohibò !) dalla riforma del 1995 (sì proprio quella impostata e fortemente voluta proprio dai sindacati), la quale “pure garantisce omogeneità e sostenibilità economica nel tempo…… ma lascia irrisolto” il problema della sostenibilità sociale a causa dell’abbassamento del tasso di solidarietà interno del sistema. In sostanza, pur senza ammetterlo, la Cgil finiva per dare ragione alle critiche rivolte da più parti alla riforma Dini e cioè che, pur di salvaguardare gli attuali occupati, le misure per il risanamento del sistema furono  caricate sulle spalle delle generazioni future, in termini di forte riduzione del tasso di sostituzione. Nel contempo, la Cgil si accorgeva anche della perdita di valore delle pensioni trascorso un decennio dalla loro erogazione. Inoltre, la confederazione di Guglielmo Epifani si poneva il problema di come implementare il calcolo contributivo per le carriere discontinue dei giovani: secondo la tesi “occorre prevedere –  come già rilevato in materia di lavoro -  la copertura figurativa piena per tutti i periodi coperti da ammortizzatori sociali, per quelli di congedo parentale e per il lavoro di cura”. Senza indicazioni equipollenti circa le misure sostitutive, la Cgil, al pari dell’Unione, proponeva l’abolizione dello “scalone” dell’età pensionabile (da 57 a 60 anni) atteso nella notte di S. Silvestro 2007.

Con queste premesse (e promesse) nessuna meraviglia se Cipputi scende in piazza e vota contro. E’ stato a lungo incoraggiato a sbagliare.

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2 COMMENTS

  1. pensioni: alcune verità non dette
    Vorrei far riflettere solamente su di un dato.

    E’ stato sbandierato da più parti che il risparmio finanziario per l’INPS, con l’innalzamento dell’età pensionabile di 4 anni, sarà, dal 2008 al 2016, di 10 miliardi di euro.

    Nel gennaio 2003 il governo in carica inserì nel “carrozzone” INPS il fondo dei dirigenti (INPDAI).
    Da allora questo fondo è già in passivo di 7 miliardi e 200 milioni di euro.

    Quest’anno 2 miliardi e 800 milioni.

    Nel 2008 si raggiungerà un disavanzo di 10 miliardi di euro!!!!!.

    Praticamente si sarà “mangiato” il nostro risparmio.

    In altri termini, noi lavoratori, coi nostri contributi previdenziali e l’innalzamento dell’età lavorativa, partecipiamo al pagamento delle pensione dei nostri ex dirigenti.

    Questo dato, estrapolato dal previsionale ufficiale INPS 2007, stranamente non è diffuso da nessuno.

    Cordialmente.

  2. i dati non sono proprio
    i dati non sono proprio quelli indicati dal lettore, ma io della vicenda inpdai ho scritto più volte. gc

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