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Welfare, il governo trova l’accordo ma la sinistra annuncia battaglia

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Il passo del gambero. Il governo ha finalmente trovato l’intesa sul protocollo welfare ma lo ha fatto ritornando indietro. All’accordo firmato lo scorso luglio, con piccole modifiche, e mettendo da parte le richieste della sinistra radicale. Una scelta quasi obbligata per Prodi di fronte alle proteste di sindacati e Confindustria dopo l’ultimo consiglio dei ministri della scorsa settimana. Ed adesso bisognerà fare i conti con la reazione della sinistra radicale. Ma andiamo con ordine. Una retromarcia, quindi, l’ennesima che ormai non sembra nemmeno più fare notizia visto che è diventata una consuetudine per Prodi. E’ accaduto sui Dico, si è ripetuto per il ddl Gentiloni ed adesso sulla questione del welfare.

L’intesa con le parti sociali è stata ratificata ieri sera in un consiglio dei ministri convocato d’urgenza proprio per chiudere questa lunga ed estenuante partita. CdM che non è stato senza polemiche visto che lo stesso ministro Bonino ha accusato Prodi di non aver potuto vedere in tempo l’accordo. “Trovo sgradevole, inaccettabile questo modo di procedere. Quasi fossi un ministro-squillo...” ha detto a denti stretti l’ex commissario europeo, confermando l’esistenza di un malessere profondo nella maggioranza per come si sta procedendo sul tema welfare. Alla fine però il protocollo è stato approvato con le astensioni dei ministri Bianchi e Ferrero e con il voto favorevole ma critico di Pecoraro Scanio e Mussi.

Piccole le modifiche rispetto all’accordo del 23 luglio: esclusione dalla nuove norme sui contratti a termine dei lavoratori stagionali ed introduzione di un periodo transitorio di 15 mesi per quei lavoratori che hanno avuto una successione di contratti con la stessa azienda ma non hanno ancora raggiunto quota 36 mesi. Inoltre sul lato delle pensioni un’intesa è stata raggiunta anche per la parte relativa all’obiettivo di mantenere almeno il 60 per cento della retribuzione per le future pensioni dei giovani. Per il resto si torna al 23 luglio.

Il nuovo accordo ha messo da parte, invece, la bozza di protocollo uscita nell’ultimo consiglio dei ministri, tenutosi della scorsa settimana. Quella, tanto per capirci, che aveva visto il voto favorevole, ma sub iudice, dei ministri Pecoraro Scanio e Mussi e l’astensione del responsabile della Solidarietà Sociale Ferrero e di quello dei lavori Pubblici Bianchi. Un testo nato dopo i diktat della sinistra radicale critica nei confronti del testo del 23 luglio. Un accordo che però è durato meno di una settimana. A pesare le proteste di Confindustria prima e della triplice sindacale poi, che avevano subito impallinato il nuovo accordo. Soprattutto dal vice di Montezemolo, Bombassei, erano arrivate le critiche più dure che parlavano di “modifiche non minime” e di “riaprire il tavolo della trattative”.

In un primo tempo Prodi ha anche cercato di fare diga contro l’ondata di proteste con una lettera a Repubblica ma alla fine ha dovuto riaprire il tavolo di concertazione. E la conclusione è stata il ritorno al protocollo del 23 luglio. Dal fronte sindacale non si è fatta attendere la replica del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che più di tutti aveva mal sopportato lo sgambetto della sinistra radicale. E non a caso ha sottolineato come sia stato “ripristinato il testo corretto per quanto riguarda gli accordi in materia di pensioni e previdenza. Finalmente il testo corrisponde esattamente all’accordo firmato”. Un rispetto dei patti sottoscritti che ha trovato l’accordo anche di Confindustria che con il presidente Montezemolo maliziosamente si chiede: “Non ho capito perché abbiamo dovuto fare tutti questi confronti rispetto ad un testo già firmato e concordato”. Domanda retorica, ma che riporta ora la questione dal tavolo sindacale a quello politico. Infatti adesso quale sarà l’atteggiamento della sinistra radicale di fronte a questa retromarcia?

Il ministro Ferrero ha già detto che per lui “non cambia nulla” e che guarda con attenzione alla manifestazione di dopodomani della sinistra radicale. Bertinotti, invece, si appella al  Parlamento e con il riferimento al fatto che ha “la sovranità per modificarlo” fa capire che il protocollo nel passaggio parlamentare potrebbe subire modifiche. Il pallino, quindi, è nelle loro mani, considerando, inoltre, che sabato ci sarà la manifestazione nazionale di Roma. Un evento che certamente inciderà sulle scelte da fare. Sfidare il governo che ha di fatto smentito le modifiche della scorsa settimana richieste dalla sinistra? Oppure cercare qualche, seppur minima, modifica in Parlamento del testo come vorrebbe Bertinotti? In effetti questa seconda soluzione alla fine potrebbe rivelarsi molto più pericolosa della prima visto che rischierebbe di scontentare oltremodo il già disilluso popolo di sinistra. Un bivio difficile a cui è legato anche la sopravvivenza della stessa sinistra radicale e dei suoi progetti politici futuri. Infatti fino ad ora al suo elettorato la sinistra ha davvero dato ben poco.

Un governo che vuole rafforzare i poteri di pubblica sicurezza dei sindaci, che parla di nucleare, che frena sul conflitto di interesse, che dimentica la legalizzazione delle coppie di fatto. Ce ne è per sentire il brivido della disaffezione del proprio elettorato. In questo momento, quindi, piegarsi sul protocollo welfare o limitarsi ad un accordo di basso profilo per la sinistra potrebbe avere effetti gravissimi sul piano elettorale e di immagine politica. E non a caso ai piani alti i timori di un flop della manifestazione di sabato sono sempre più continui. Ecco perché sul welfare nell’Unione si giocherà una partita delicata, che potrebbe mettere alle corde lo stesso governo. Governo che ha trovato, o meglio ritrovato, l’accordo con le parti sociali sacrificando la sinistra della maggioranza. E Mussi, Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio potranno rimanere a guardare? In ballo c’è la sopravvivenza di loro stessi.

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