Wikileaks svela un’altra verità sul Cav. E stavolta non si tratta solo di fango
06 Dicembre 2010
Da più di dieci giorni i potenti della terra sono stretti in una morsa fatta di “cables”, i cablogrammi della macchina diplomatica statunitense rilasciati online a briglia sciolta dal sito di Julian Assange, attualmente uno degli uomini più ricercati al mondo per aver provocato quello che molti hanno definito l’11 settembre della diplomazia internazionale. Il cablegate ha investito come un ciclone anche il premier Silvio Berlusconi: i rapporti Italia-Usa e soprattutto la posizione di Washington sul Cavaliere sono stati messi a nudo da 3.012 dispacci confidenziali.
Ma ciò che le cronache nazionali ci hanno propinato fin’ora, sulla base delle rivelazioni rese note dalla macchina genera-scandali Wikileaks, è un susseguirsi di affermazioni e particolari esclusivamente a danno del premier. Quella che emerge, infatti, è l’immagine di un presidente del Consiglio “senza energie”, “incline ai festini”, che “fa continuamente tardi la notte”. Giudizi – che potremmo, peraltro, definire ‘patacca’ date le smentite delle due fonti Gianni Letta e Gianpiero Cantoni –, datati 27 ottobre 2009 a firma dell’ambasciatore americano David Thorne. Quello che è emerso fino ad oggi, insomma, è solo il ‘lato oscuro’ delle confidenze diplomatiche made in Usa sul premier. Ma è davvero tutto qui? O da questo enorme vaso di Pandora è venuto fuori qualcosa di buono sul filone ‘WikiB.’? La risposta è sì, c’è dell’altro. E non puzza di marcio. “I dispacci d’ambasciata devono essere letti per quel che sono, senza caricarli di significati che non hanno”, ha rimarcato il vicecapogruppo vicario del PdL al Senato, Gaetano Quagliariello. Osservazione giustissima.
Basta dare un’occhiata un po’ meno superficiale al resoconto stilato da Thorne dopo un pranzo con il presidente Berlusconi e il sottosegretario Letta datato 1 gennaio 2010. Oltre a rimarcare il sodalizio con gli Stati Uniti “con cui l’Italia ha un enorme debito di gratitudine” per ragioni storiche e a ribadire l’intenzione di aiutare gli Stati Uniti sul fronte dell’Afghanistan, nel documento sono riportate la parole di elogio e di profondo rispetto espresse dalle massime autorità di governo nei confronti dei leader dell’opposizione, segnatamente Pierluigi Bersani “una persona corretta e intelligente” e Massimo D’Alema “che ha mostrato integrità e coraggio durante la crisi balcanica e che ha preso alcune forti e importanti decisioni”. Proprio la capacità di giudizio e l’efficacia politica dell’attuale presidente del Copasir, gli sarebbero valsi – a detta del sottosegretario Gianni Letta – “il sostegno di Berlusconi per la candidatura a ministro degli Esteri Ue nonostante le divergenze”.
Altro punto importante assolutamente da sottolineare: la convinzione di poter giungere a una “riforma condivisa della giustizia”, in un sistema politico ed economico “dissanguato da un apparato legale dove i casi non vengono mai risolti definitivamente e puoi essere assolto per un delitto ma poi vederti ripresentare il caso dopo”.
E udite udite. In barba a quanti parlano di “paranoiche” ipotesi cospirazioniste, lo stesso Thorne, nel documento definisce “storicamente ben fondate” le teorie di complotto ordite ai danni del premier. Il diplomatico, dopo aver parlato con Cantoni, riporta ai superiori di Washington che ci sarebbero manovre politiche per far cadere Berlusconi guidate da Giulio Tremonti, Gianfranco Fini e Beppe Pisanu.
Questo file insomma, che a differenza di altri scaturisce da colloqui diretti, dà una visione dei fatti un tantino diversa rispetto a quella rifilata dalla stampa nostrana. Ma non si possono neppure dimenticare gli apprezzamenti che al presidente del Consiglio sono stati rivolti dalla stessa Elizabeth Dibble – la più alta diplomatica di carriera, che in occasione dei preparativi per l’arrivo di Obama in Italia per il G8 dell’Aquila – che lo aveva additato come incapace e vanaglorioso. Stando al dispaccio, non si tratterebbe di un commento personale dell’ambasciatore, ma di “un giudizio di molti, compresi alcuni dentro il governo americano” che, per la Dibble sarebbe sbagliato utilizzare perché pur avendo i suoi difetti, “Silvio Berlusconi si è rivelato un amico degli Stati Uniti e sminuirne l’importanza sulla scena politica sarebbe un errore” – si legge nel cablogramma confidenziale indirizzato direttamente al presidente Barack Obama pochi giorni prima della visita di Berlusconi a Washington, nel giugno del 2009.
Il Cavaliere viene dipinto come un “alleato chiave” da non emarginare, perché questo non farebbe che limiterebbe una “cooperazione importante”. In più, il premier è uno dei politici più longevi d’Europa e la sua popolarità in patria “garantisce che continuerà ad influire sulla politica italiana per molti anni a venire”. Il numero due dell’Ambasciata avverte che quando coinvolto con successo, il Cavaliere “ha dimostrato la volontà di adottare delle politiche – per quanto impopolari – in linea con le nostre, compreso il sostegno a un maggior ruolo della Nato in Afghanistan o l’ingresso della Turchia nell’Ue”.
La chargé d’affaires statunitense, oltre alle parole d’apprezzamento nei confronti del Cavaliere, “ansioso di costruire una relazione forte e positiva” con Obama, ha rimarcato lo scarto del suo impegno rispetto a quello di chi prima di lui ha occupato la poltrona di primo ministro: “Sin da quando è al potere – si legge nel dispaccio –, ci ha aiutato a sviluppare i nostri interessi su molti piani, in un modo e in una dimensione che il governo precedente non era intenzionato o capace di fare”.
Altro ambasciatore, altro file. Le ragioni della profonda sfiducia americana raggiungono il loro culmine nella lunga relazione datata 26 gennaio 2009 firmati Ronald Spogli. Le “imprevedibili uscite di Berlusconi” vengono spiegate col fatto che il premier italiano “desidera essere visto come un attore importante nella politica estera europea”. Poi il tema rovente della “torbida” connection Berlusconi-Putin (accomunati dallo “stile machista”) e le fonti su “profitti personali”, che varrà al premier quella feroce definizione che ha spopolato su tutte le prime pagine dei giornali: “Berlusconi è il portavoce di Putin. Il suo desiderio dominante è rimanere nelle grazie del russo”. Ma a dispetto di quanto emerge da una lettura più attenta dei file, la musica sembra cambiare e le parole suonano diversamente.
A ben vedere, oltre il fango c’è di più. Eccome. Nonostante sembri che alle diplomazie mondiali, più che il ruolo di un Paese per la pace nel mondo, interessino le ‘cartelle cliniche’ di un capo di governo e i pettegolezzi da bar dei negoziatori statunitensi. E allora la risata del Cavaliere come reazione all’uscita dei file sul suo conto, sembra la risposta più adatta. Perché, è evidente che, sotto la patina di veleni d’ambasciata che sono affiorati, ci sono altre verità.
