Winograd critica la guerra ma non è un pacifista

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Winograd critica la guerra ma non è un pacifista

07 Maggio 2007

L’ombra della commissione Winograd non investe soltanto il gruppo dirigente israeliano direttamente messo sotto accusa. In realtà, l’accusa che trovate molto ben sostanziata nell’articolo di Efraim Inbar che segue, è un documento sullo stato del Medio Oriente. La commissione Winograd ha letteralmente coperto di vergogna Ehud Olmert, il suo  ministro della Difesa, Amir Peretz, e  l’ex capo di Stato maggiore (quale fortuna per lui essersi dimesso prima del verdetto della commissione!), Dan Halutz, accusandoli di superficialità, di incompetenza, di esibizionismo irresponsabile verso le vite dei soldati.

Sui giornali italiani ed europei si è danzato sulla commissione Winograd, attribuendogli un valore ideologico pacifista: piace molto dichiarare concluso il periodo dello straordinario valore che ha consentito a Israele di sopravvivere e di stabilire una forte deterrenza sui paesi arabi e sulle organizzazioni integraliste islamiche che hanno fatto della sua cancellazione un loro scopo altamente prioritario. Ma il documento non è affatto ideologico, è un vademecum pratico per il prossimo futuro e dice: puoi essere falco o colomba, ma fallo bene, e se non si può fare la pace, allora vinci la guerra.

Soprattutto a causa della pressione internazionale che si trasforma in interpretazione della storia e quindi in etica, la classe dirigente israeliana si è illusa di vivere in un’epoca post bellica; ha ignorato persino nella scelta di membri del governo privi di esperienza strategica, la necessità di una capacità bellica e di un esercito eccezionale e sempre pronto; ha sognato che, poiché la sua intenzione era quella della pace, fosse dunque possibile ottenerla da un nemico che invece vuole solo distruggere Israele. Errori della classe dirigente e dell’intellettualità egemone: d’altra parte, il popolo israeliano è un popolo straordinario, e così è anche l’esercito che nè è diretta derivazione. L’esercito, di fatto, aveva raccolto le informazioni necessarie a battere gli hezbollah, come oggi ha in mano quelle che servirebbero a sconfiggere Hamas; aveva un piano di guerra corretto; la gente, le famiglie, la società, aveva educato, come educa oggi, dei ragazzi che servono il Paese con entusiasmo, che sanno combattere come nessun altro, che sono pronti a sacrificare la propria vita per il Paese come nessun altro ragazzo al mondo. La società israeliana è diversa dalla sua classe politica, è molto più realista, generosa, comunitaria. Non solo: Israele ha servizi segreti eccezionali, comandanti ottimi; i soldati del miluim, le riserve, restano gli unici cittadini del mondo che lasciano la casa, gli affari e la famiglia per correre in poche ore a difendere il Paese. Ma lo Stato non li ha messo in condizione di combattere, perchè seguitava a essere vittima dell’ideologia di Oslo: le esercitazioni non si facevano quasi mai, le armi erano vecchie, la logistica trascurata. Olmert, nonostante il rifiuto di Camp David, nonostante il ritiro del 2000 dal Libano seguito da sei anni di bombardamenti degli hezbollah, nonostante il ritiro da Gaza seguito da i kassam di Hamas, seguitava e forse seguita a pensare che la pace sia uno sfondo concettuale e indispensabile e inevitabile.

Il 12 luglio scorso al mattino, prima che gli hezbollah rapissero Regev e Goldwasser e uccidessero i loro compagni, una precedente pattuglia era rientrata dalla ronda nella “terra di nessuno” e aveva avvertito: si capiva chiaramente che qualcosa di terribile stava per accadere, c’era l’inferno là fuori, i soldati avevano visto almeno 20 hezbollah in agguato. L’ordine del comandante è stato di mandare fuori la pattuglia successiva come niente fosse senza rinforzi e senza sparare se non attaccati. Israele, ha sempre agito e seguita ad agire come se la determinazione dei terroristi dovesse cadere, non ha ancora saputo elaborare la svolta strategica e concettuale imposta soprattutto dall’impegno nell’area di Ahmadinejad che finanzia sia gli hezbollah che Hamas. Ecco come va letta la commissione Winograd: come un campanello d’allarme su una situazione che non permette più di attenersi alla narrativa di “shalom achshav”, pace adesso: Israele è circondata da nemici in un panorama strategico cambiato e molto impegnativo, ha bisogno di una classe dirigente che sappia affrontarli.

 

Gli errori di Israele nella guerra in Libano e come vincere il prossimo round

di Efraim Inbar

Per più di sei anni, dal ritiro unilaterale dal Libano nel maggio del 2000 alla guerra del luglio scorso, Israele ha tentato di contenere la minaccia degli Hezbollah. I politici israeliani speravano che la deterrenza fosse sufficiente ad evitare il peggio, e questo nonostante le continue provocazioni di Hezbollah, come il rapimento di soldati, lo schieramento di razzi Katyusha e i continui attacchi lungo il confine.

 

In realtà l’effetto di quella deterrenza ebbe fine il 12 luglio del 2006, quando i terroristi di Hezbollah attaccarono una pattuglia di soldati in territorio israeliano e ne rapirono due.

Il primo ministro Ehud Olmert e il ministro della Difesa, Amir Peretz ordinarono una reazione molto decisa. In effetti  i più alti vertici politici e militari israeliani hanno commesso gravi errori strategici nella preparazione,  nello svolgimento e nella conclusione della guerra libanese del 2006. Questi errori hanno consentito a Hezbollah di resistere all’esercito israeliano e di uscire da quello scontro come una minaccia maggiore di prima. Per di più Israele ha sprecato una preziosa occasione per sradicare la presenza militare di Hezbollah nel sud del Libano, rafforzarsi sul piano regionale, consolidare la sua deterrenza e rafforzare l’alleanza con Washington.
 

Mancanza di preparazione

 

L’impreparazione ha minato le operazioni israeliane fin dall’inizio. Prima della guerra gli strateghi israeliani avevano piani alquanto irrealistici riguardo a un conflitto armato con Hezbollah. Prevedevano piuttosto piccole schermaglie e non una campagna militare su larga scala. Per questo l’IDF (Israeli Defence Force) ha sbagliato nel prevedere le sue necessità prima dello scoppio della guerra. Il ministro della Difesa aveva avviato una graduale riduzione della leva e proposto una legge che riduceva il tempo della ferma per la riserva e accorciava l’addestramento. Problemi di budget avevano indotto l’esercito a ridurre il numero dei mezzi corazzati e di interrompere la produzione del Merkava, il tank più innovativo e costoso.

 

La mancanza di preparazione ha agito anche sul livello più strettamente strategico, dove i vertici militari non hanno avuto l’immediata consapevolezza di essere nel mezzo di una vera guerra contro Hezbollah e non di una semplice operazione di ritorsione. Il governo israeliano, ad esempio, non ha mai dichiarato lo stato di emergenza ne ha dato luogo ai suoi poteri speciali previsti per il tempo di guerra. Il ritardo nella mobilitazione della riserva rispecchia proprio questa mancata consapevolezza di trovarsi davanti alla guerra.

 

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La leadership israeliana non è poi riuscita a valutare l’impatto strategico del massiccio lancio di missili Katyusha. Per molti anni i servizi segreti  israeliani hanno sottovalutato le informazioni sul riarmo di Hezbollah in termini di missili a corto raggio. Questo tipo di armi venivano considerate di poco conto a causa della loro in accuratezza e della poca capacità di carica esplosiva. In effetti la gran parte di missili Katyusha è caduta in mezzo ai campi causando pochi danni, ma il loro effetto complessivo è stato quello di paralizzare tutto il nord di Israele, i suoi porti principali, le raffinerie e molte altre installazioni strategiche.  In quel periodo oltre un milione di israeliani furono costretti a vivere nei rifugi e altri 300.000 si trasferirono al sud. E’ stato questo continuo lancio di Katyusha a mettere Hezbollah nelle condizioni di cantare vittoria.

 

L’incapacità di Israele di trovare fondi sufficienti per lo sviluppo di sistemi antimissile adeguati contro la minaccia di Hezbollah è stato un errore strategico. Le industrie israeliane avevano sperimentato numerose nuove tecnologie a questo scopo ma il governo non ha voluto trasformale in sistemi operativi.

L’assoluta fiducia sul potere dell’aviazione è stata un’altra follia strategica. L’esercito ha molto investito nell’aviazione, ma già dagli anni ’90 aveva intuito che le forze di terra sono essenziali per la vittoria. E’ tra i politici che l’aviazione è ancora molto in voga. Essa offre una grande capacità distruttiva senza troppe perdite in casa propria. L’aviazione israeliana ha così convinto i politici di essere in grado di svolgere un ruolo che andasse oltre le tradizionali missioni aeree e di poter gestire le nuove sfide alla sicurezza del paese.

 

Anche l’eccessiva sensibilità alle perdite ha ostacolato le operazioni israeliane. Nel pieno della guerra, parte dei vertici militari, incluso il Chief of Staff, Halutz, si opposero ad una incursione via terra in Libano per paura delle possibili perdite. La riluttanza ad impiegare truppe di terra rivela il gap che esiste tra la leadership israeliana e i suoi cittadini. Sia i capi militari che quelli politici sottovalutano la flessibilità della società israeliana. Gli israeliani non si arresero alla campagna terroristica palestinese dopo il settembre del 2000 e sarebbero stato pronti a sopportare perdite anche maggiori se ciò fosse servito a porre fine alla minaccia di Hezbollah. Persino i parenti di soldati morti durante gli scontri sostenevano la necessità di andare avanti.

Il costo di questa sottovalutazione della tenuta della società israeliana va ben oltre le opportunità perdute. La diffusa sensazione  nel  mondo arabo dell’idea che la società israeliana non sia in grado di sopportare perdite incentiva le peggiori aggressioni.

 

 

Obiettivi impossibili

Obiettivi impossibili e mancanza di preparazione hanno agito all’unisono. I vertici israeliani hanno sbagliato ritenendo che la pressione militare su Hezbollah e la debolezza del governo libanese avrebbero generato un processo tale da mettere l’esercito libanese in gradi di conquistare  il monopolio dell’uso della forze nel paese. Olmert aveva pensato che l’uso della forza%3Cspan>  potesse servire ad implementare la risoluzione Onu N°1559, che chiede il rafforzamento del governo centrale in Libano allontanando forse estranee e smantellando le milizie. I militari hanno accettato la stessa logica. In Medio Oriente però la forza molto raramente crea un nuovo ambiente politico. In Libano si sarebbero dovuti adottare obiettivi più realistici: piuttosto che cambiare la realtà politica libanese sarebbe bastato cercare di ridurre o annientare le capacità offensive di Hezbollah contro Israele.

 

Il timore di un’escalation ha annebbiato le capacità di giudizio di Olmert. Nel primo giorno del conflitto rifiutò la raccomandazione di colpire avamposti siriani. Al contrario, Olmert cercò di placare i rapporti con Damasco. Persino quando gli Hezbollah cominciarono a lanciare missili siriani sulle città israeliane, i leader politici continuavano ad assicurare che Israele non aveva intenzione di espandere le sue operazioni militari verso la Siria. Invece di mettere Damasco sotto pressione perché fermasse il rifornimento di missili verso Hezbollah, queste dichiarazioni suonavano come una benedizione alla guerra condotta dalla Siria per interposta persona.

 

L’esitazione israeliana ci ha fatto perdere l’opportunità di eliminare una volta per tutte i missili a lungo raggio della Siria. Il rischio di una escalation regionale erano in realtà minimi. L’Iran non era in condizioni di intervenire direttamente. Teheran era troppo impegnata nella corsa verso il nucleare per desiderare un’azione internazionale diretta nei suoi confronti.  Un successo militare contro la Siria avrebbe indebolito Hezbollah e rafforzato il governo libanese molti più di quanto abbia fatto il distruggere le infrastrutture del Libano.  Persino Washington sembrava aspettarsi che Israele agisse contro la Siria che in molte occasioni aveva sfidato gli interessi americani in Iraq e in Libano.

 

 

Un goffo dopo-guerra

Il modo in cui Israele ha messo fine alla guerra ha aumentato il senso del fallimento. La risoluzione numero 1701 segna la prima volta nella storia di Israele in cui Gerusalemme ha voluto una risoluzione dell’Onu per finire una guerra. Questo riflette una nuova e malriposta fiducia nell’Onu. Israele ha cercato di rimpiazzare l’inefficace UNIFIL, dispiegata in Libano sin dal 1978, con una  più robusta forza internazionale. Il governo di Israele si aspettava che il nuovo contingente ONU avesse le capacità militari e giuridiche per controllare i l confine siriano-libanese, per aiutare l’esercito libanese nel riprendere il controllo del territorio e per disarmare Hezbollah.

 

Ma il mandato dell’Onu non permette nulla di tutto questo. La nuova versione europeizzata dell’UNIFIL non solo non mostra nessuna particolare inclinazione ad usare la forza per applicare la risoluzione 1701, ma ostacola i tentativi di Israele di monitorare il traffico di armi dalla Siria verso il Libano, tanto che Damasco ha continuato senza problemi ad armare Hezbollah.

 

La nuova UNIFIL non sarà probabilmente più efficace della sua precedente incarnazione per-2006, ma farà certamente più danni. Non solo impedisce a Israele ogni possibile azione contro Hezbollah ma crea un precedente per chiedere una forza internazionale anche nella Cisgiordania e a Gaza: una mossa a lungo tentata dall’Olp e a cui i governi israeliani hanno sempre resistito.

 

 

Conclusioni

Le follie strategiche di Israele e i suoi difetti operativi hanno portato ad una guerra titubante e indecisa. L’esercito israeliano avrebbe potuto infliggere un serio colpo a Hezbollah con una campagna aerea concentrata nei primi giorni della guerra o, in alternativa, avrebbe potuto colpire le postazioni di Hezbollah nel sud del Libano con una decisa invasione via terra. Sfortunatamente la leadership israeliana non aveva chiaro cosa volesse dire vincere contro Hezbollah.

 

Israele ha lasciato senza verifica l’apparente tentativo iraniano di rafforzare l’influenza sciita in Libano e ha lasciato intatto il potenziale siriano di creare discordia in quel paese.  La resistenza di Hezbollah ai bombardamenti israeliani li ha resi spavaldi davanti a futuri attacchi, e il fallimento israeliano ha reso spavaldi tutti gli estremisti della regione.

 

Israele è un Stato forte, ma difficilmente può permettersi una simile disfatta. Vive tra vicini molto pericolosi  dove la forza militare è garanzia di sopravvivenza. Nel passato l’IDF ha dimostrato la sua capacità di imparare dagli errori e migliorare. Alcuni difetti possono facilmente essere corretti: un aumento del budget militare può sopperire alle carenze di addestramento e consentire l’introduzione di nuovi sistemi d’arma. Più difficile è correggere gli errori strategici.

 

Se gli ufficiali che hanno condotto questa guerra riconoscessero i loro errori non gli sarebbe difficile ristabilire l’indiscussa superiorità militare nella regione: le condizioni sono ancora tutte lì. La guerra ha dimostrato la tenuta dello Stato d’Israele: lo spirito è intatto, i suoi soldati hanno vinto ogni singolo confronto con Hezbollah, il fronte interno ha dimostrato coraggio e determinazione, l’economia ha continuato a espandersi. Con una preparazione adeguata Israele può conseguire una indiscussa vittoria nel prossimo round che sfortunatamente la conclusione della guerra del 2006 rende inevitabile.

Efraim Inbar insegna Scienze Politiche alla Bar-Ilan University e dirige il Begin-Sadat (BESA) Center for Strategic Studies.