“Yes in my name”. La missione di Bush in Iraq è compiuta (anche per i liberal)

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“Yes in my name”. La missione di Bush in Iraq è compiuta (anche per i liberal)

05 Marzo 2010

Il primo maggio del 2003 il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush sale sul ponte della USS Abraham Lincoln per annunciare la fine delle operazioni militari convenzionali (Major combat operations) in Iraq. Nella strategia elaborata dopo l’11 Settembre, Baghdad è solo una battaglia nella guerra duratura al Terrorismo. Quel giorno, alle spalle del Presidente, sventola un grande striscione con la scritta “Mission Accomplished”, missione compiuta. In realtà non è così. La guerra è appena iniziata, e quello slogan  diventa un ritornello negativo della cultura di massa americana (spunta anche in un episodio dei Simpson), un modo per indicare un fallimento ingannevole. “Avrei voluto che quello striscione non fosse mai stato lì”, dirà a posteriori lo stratega repubblicano Karl Rove.

Se la memoria storica non fosse un optional andrebbe ricordato che quel giorno, sulla Lincoln, furono i marinai americani a sollevare lo striscione davanti alle telecamere, non Bush a ordinargli di farlo. Ma chi aveva visto il Presidente scendere dal Navy One in tuta da pilota, sorridente e sfrontato, provava un’assoluta ripugnanza per le sue parole piene di ardore bellico. Per sette lunghi anni, i liberal, i pacifisti, e chiunque abbia urlato slogan come Not In My Name, hanno ironizzato sul "discorso della vittoria" in Iraq. La potente e organizzata macchina della disinformazione che ha circondato i due mandati dell’amministrazione repubblicana è riuscita a trasformare lo slogan della Lincoln nell’icona di una Nazione vittima della sua hubris, e il suo “Comandante in Capo” in uno stupido, un pagliaccio incompetente, un bugiardo.

Il vero caos in Iraq sarebbe scoppiato solo dopo il 2003: settarismi, guerra civile, insorgenza, terrorismo, ma in quel momento, mentre Bush stava parlando, sembrava che il blitzkrieg fosse riuscito; un numero neanche troppo imponente di truppe americane avevano raggiunto velocemente Baghdad abbattendo la statua di Saddam Hussein. Il dittatore in fuga e sarebbe stato acciuffato qualche tempo dopo dai Marines. Gli strateghi americani però non avevano calcolato adeguatamente la riemersione della “gladio” baathista, le sue ramificazioni fino in Siria e nel resto del mondo arabo, la presenza destabilizzante del potente Iran. Gli Usa si affidarono a “governatori” e “proconsoli” che diedero l’impressione di una gestione imperialistica del conflitto, fino a quando Bush venne sopraffatto dagli scandali sulla “pistola fumante” e le torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib. La misura sembrava colma. La “missione compiuta” era diventata uno spettro che adesso sventolava sull’America e il suo Presidente a testimonianza di una prevedibile sconfitta. L’incubo di Falluja, il nuovo Vietnam.

La Guerra in Iraq è costata migliaia e migliaia di vite umane al popolo iracheno. Ci sono stati oltre 4.000 caduti fra il personale militare americano. In questi sette anni, è diventata una voce di bilancio sempre più insostenibile per lo Stato federale, più di un miliardo e mezzo di dollari di spesa alla settimana. Il suo costo complessivo si calcola nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. Lo sciame di Al Qaeda è migrato altrove e a farsi avanti, con sempre più veemenza, è stato l’Iran. “L’Iraq, non le armi nucleari, è la questione fondamentale nei rapporti fra Washington e Teheran,” ha scritto la rivista di intelligence Stratfor, e i mullah stanno solo aspettando che gli Usa si ritirino da Baghdad per assumere la carica di "Paese-guida" del Medio Oriente.  

Ambigui personaggi della vecchia dissidenza al baathismo come il deputato sciita Ahmed Chalabi continuano a muoversi con disinvoltura nello spettro politico iracheno, “leoni per agnelli”, in bilico fra gli interessi di Teheran e quelli americani. La commissione per la de-baathificazione di Chalabi, che attualmente opera ancora sotto altro nome, ha creato non pochi problemi al governo iracheno, limitando l’esercizio del diritto di voto per i sunniti. Qualche centinaio di candidati non potranno presentarsi alle elezioni di Domenica prossima, anche se la buona notizia è che gli esclusi non stanno incitando i loro sostenitori all’odio interreligioso.

La notizia cattiva sono le bombe e gli attentati che mercoledì scorso hanno fatto più di 30 morti: non sarà facile né immediato formare il nuovo governo, siamo in piena strategia della tensione. Aleggiano gli echi delle frodi elettorali che hanno delegittimato il voto in Afghanistan e in Iran, eppure, nonostante tutto, Domenica gli iracheni potranno scegliere i loro rappresentanti fra oltre 6.000 candidati, uomini e donne. E’ una conquista che esercitano liberamente ormai da anni e non siamo certo noi italiani a poter impartire delle lezioni di democrazia elettiva, visto quello che sta succedendo tra Lazio e Lombardia.

Gli Stati Uniti, in conclusione, non hanno perso la guerra in Iraq. Il surge di Petraeus ha offerto un’impalcatura stabile al processo di Nation Building, che sta andando avanti. Gli americani sono riusciti a trasformare il popolo con cui hanno combattuto, gli iracheni, nei loro alleati, come accadde dopo la Seconda Guerra mondiale in Germania e in Giappone. Stiamo assistendo alla rinascita di uno stato democratico, entrato nella fase della riconciliazione nazionale, un passaggio storico vissuto  anche da altri Paesi come il Sudafrica o nei Balcani, e propedeutico al ritiro delle forze americane. Le comunità, sunnita sciita curda, insieme alle altre minoranze, contribuiranno, se lo vorranno, alla rinascita della propria Nazione, che potrebbe anche vivere un fase favorevole di sviluppo economico. (La politica delle concessioni petrolifere seguita dal governo iracheno va in questa direzione e a beneficiarne è soprattutto la Cina, non gli Usa.)

A scrivere che in Iraq sta sbocciando la democrazia non siamo solo noi, convinti da tempo del valore di quella semina. A scriverlo è la rivista Newsweek, fiore all’occhiello della intellighenzia liberal americana. Nel suo ultimo numero Newsweek ha riabilitato la figura di George W. Bush in una nostalgica copertina in cui si vede il Presidente sulla Lincoln, e stavolta non è una foto irridente se mai rispettosa. La sinistra europea invece non si sognerebbe mai di rivendicare i risultati della guerra in Iraq. Le sinistre delle democrazie occidentali hanno ignorato gli appelli che arrivavano dal mondo della dissidenza antitotalitaria polacca e ceca, oppure dalle pagine non edulcorate di Paul Berman. Ma gli italiani, che hanno partecipato alla ricostruzione della democrazia irachena, e pagato a caro prezzo questa scelta, oggi possono dire di aver rispettato il patto stretto a suo tempo con gli iracheni.

Presto i Marines lasceranno il Paese, o forse non troppo presto. L’Iraq può ancora candidarsi ad essere la “città sulla collina” del Medio Oriente, almeno per chi crede nei miti americani.