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Zapatero chiama Cuba e si prepara al dopo Fidel

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Il recente viaggio del ministro degli esteri spagnolo Moratinos a Cuba continua  a suscitare polemiche. Tanto i dissidenti cubani come i  rappresentanti diplomatici accreditati  all’Avana  hanno seguito con scetticismo le tappe e le dichiarazioni rilasciate dalla delegazione spagnola. I principali interrogativi  ruotano  intorno al tema del rispetto dei diritti umani  e della possibilità di una apertura nei confronti della comunità internazionale. E’ la prima volta dal 1998 che un membro del governo spagnolo si reca in visita ufficiale sull’isola. Le aspettative sono alte. La transizione cubana è alle porte e la Spagna, sia che il processo avvenga all’insegna della continuità o della rottura politico-istituzionale con l’attuale regime, vuole comunque occupare un ruolo privilegiato nel momento del passaggio  ufficiale dei poteri. L’obiettivo di fondo è quello di garantire  condizioni più vantaggiose alle sue imprese  nell’inevitabile opera di modernizzazione e  ristrutturazione territoriale che sarà avviata alla morte di Fidel.

Risuonano sulla stampa iberica dichiarazioni del ministro degli esteri cubano, Peréz Roque,  secondo il quale il paese godrà appunto dello status di interlocutore privilegiato, sia nella sfera delle relazioni bilaterali, sia in quella multilaterale, all’interno della quale, in futuro,  potrebbe anche assumere  un ruolo di mediatore anche tra Cuba e l’UE. Di fronte al dilemma delle democrazie sull’opportunità di mantenere relazioni con regimi dittatoriali, per fornire  indirettamente un aiuto alle popolazioni sottomesse,  il governo Zapatero, in linea con la tradizione dell’Internazionale Socialista, ha scelto di riaprire i contatti con il governo cubano.

Questa posizione  è criticabile  sia  dall’ottica internazionale che da quella interna. Andiamo con ordine. Guardando la questione dal versante dell’Unione Europea emerge come essa contravvenga in maniera lampante  le dichiarazioni sulla necessità di  una politica estera europea, rilasciate da Prodi e Zapatero, all’indomani del vertice italo-spagnolo di Ibiza. Riallacciando un rapporto con Cuba,  infatti, il governo spagnolo si è sottratto al  blocco imposto all’isola dall’Unione Europea sin dal 2003, vanificando così indirettamente  la posizione unitaria  del vecchio continente.

In un’ottica interna invece la scelta - da un punto di vista simbolico – molto significativa del ministro di non incontrare i rappresentanti della dissidenza cubana e di dedicare il tempo a  disposizione solo ai vertici del regime castrista, ha messo in evidenza quanto il governo stia privilegiando i propri interessi, piuttosto che svolgere una campagna in nome della democratizzazione dell’isola.

La visita si è conclusa con la creazione di una commissione intergovernativa  mista che si è posta   obiettivi vaghi quali il dialogo e la consultazione reciproca in ambiti non specifici della sfera politica, di quella economica  e della cooperazione allo sviluppo.

Il primo incontro è fissato per dicembre 2007, ma già dalle prime dichiarazioni rilasciate dalle due delegazioni si evincono diverse interpretazioni delle loro funzioni. Mentre Moratinos sottolinea il clima di reciproco rispetto in cui si è svolto l’incontro e rilascia interviste sul ruolo della Spagna in difesa dei diritti umani, il ministro degli esteri cubano sottolinea  la massima disponibilità del suo paese in nome dell’apertura di un dialogo con la Spagna, purché tale posizione non venga strumentalizzata  per compiere ingerenze negli affari interni dell’isola. Sul futuro dei prigionieri politici - spinoso tema collegato a quello della centralità del rispetto dei diritti umani - Pérez Roque aggiunge che questi temi, rientrando nel novero degli affari interni,  non saranno trattati nel corso degli incontri bilaterali.

A livello governativo prevalgono interessi economici e colpisce vedere che la Spagna, paese modello delle transizioni  in America Latina e nei paesi dell’ex blocco sovietico, non presti attenzione al ruolo - positivo e necessario - che i dissidenti anticastristi potrebbero giocare nel processo di democratizzazione cubana.  

 

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