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L'uomo di Madrid

Zapatero, la stella del socialismo che ha deluso la Spagna e l’Europa intera

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Quando José Luis Rodríguez Zapatero entrò in politica aveva appena 18 anni e tanta ambizione. La stessa che lo portò 22 anni dopo al vertice del partito socialista spagnolo, lacerato dalle correnti interne del “post-Felipismo”. La scalata al potere di un socialista che propugnava una sinistra più liberale e centrista venne interpretata come un modello da imitare anche nei partiti di sinistra degli altri Paesi europei. Quello che nessuno si sarebbe mai aspettato è che ZP sarebbe diventato la personalità politica più deludente degli ultimi decenni.

Lo scorso 1° luglio la Spagna ha passato il testimone della presidenza semestrale europea all’Esecutivo belga, non senza polemiche. Di norma, si tratta di un’occasione fondamentale per rafforzare l’immagine di un Paese o di un determinato leader attraverso iniziative che lascino il segno nell’Unione. Ma per la Spagna, e soprattutto per il premier iberico, non è andata proprio così.

La maggior parte dei media europei hanno criticato la gestione di Zapatero come non era mai accaduto prima. “Invisibile”, “deludente” e “irrilevante” sono solo alcuni degli aggettivi attribuiti alla presidenza europea spagnola, mentre il Presidente del Gobierno è stato perlopiù descritto come “un politico mediocre e incapace di avanzare proposte” e “una figura priva di leadership”. Già prima del suo insediamento la presidenza spagnola era stata accolta con forte ostilità. Il quotidiano Le Figaro sottolineava che “l’Europa, invece di essere lo scenario internazionale dei successi di ZP, d’ora in avanti costituisce la debole speranza alla quale l’Esecutivo spagnolo si afferra per mascherare i problemi strutturali del Paese”. “La situazione spagnola è preoccupante ed è guidata da una classe politica screditata”, scriveva ancora il giornale francese. Lo stesso giorno, il quotidiano tedesco Die Welt pubblicava un articolo dal titolo “Una Spagna indebolita dovrà guidare l’Europa”. Il Financial Times e The Independent, invece, concordavano sul fatto che l’appuntamento europeo sarebbe stata l’ultima opportunità per Zapatero di proiettare un’immagine diversa per riuscire a contrastare la caduta di popolarità “in casa”.

Non sono poche le questioni che hanno portato a tanto accanimento mediatico. Se è pur vero che l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, e la nomina del presidente permanente Herman Van Rompuy, hanno eclissato il ruolo di Zapatero, è altrettanto vero che il leader spagnolo non ha saputo essere all’altezza dell’incarico e dimostrare di avere leadership politica. Durante il semestre spagnolo sono stati cancellati ben due vertici di grande rilevanza strategica senza che il premier spagnolo facesse nulla per evitarlo: l’incontro annuale Ue-Usa (Obama cancellò la sua visita a Madrid senza spiegazioni apparenti e su cui Zapatero contava fortemente dopo un tira e molla con le istituzioni europee sul luogo dell’incontro) e il summit Euromediterraneo (inizialmente programmato per il 7 giugno a Barcellona ma poi annullato a causa dell’annuncio della partecipazione del primo ministro israeliano, il radicale Avigdor Lieberman, che suscitò le proteste e le minacce di boicottaggio da parte degli invitati arabi). Entrambi sono stati rinviati al prossimo novembre, mese in cui la presidenza spagnola sarà stata dimenticata già da un pezzo.

In ambito di politica estera, i rappresentanti spagnoli hanno avuto più volte scontri con la diplomazia europea. La relazione del ministro degli Affari Esteri spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, con la sua omologa europea Catherine Ashton è stata definita “spinosa”. Tra le questioni affrontate dalla delegazione spagnola, la peggiore critica Zapatero l’ha ricevuta per le relazioni con Cuba (alcuni diplomatici europei hanno sostenuto che il Governo spagnolo “era più interessato nel fare affari con la sua antica colonia che esercitare pressioni sul regime in tema di diritti umani”). A Bruxelles, la scarcerazione di 50 prigionieri politici, e il loro esilio in Spagna, è stato considerato nient’altro che una triste consolazione.

Per di più, le iniziative portate avanti dall’Esecutivo spagnolo sono state davvero scarse. Nel semestre caratterizzato dalla grave crisi economica che ha minacciato il collasso dell’Eurozona, il governo Zapatero ha collezionato una serie di proposte considerate “inutili” da molti eurodeputati. La creazione di un osservatorio europeo sulla violenza nei confronti delle donne e la nascita di un ordine europeo per la protezione delle donne maltrattate sono state rifiutate dall’emiciclo europeo e tacciate di retorica femminista. La proposta di sovvenzionare l’auto elettrica, in un momento talmente critico per l’Europa, è stata rimandata al mittente e bollata d’interventismo economico.

Sull’argomento più urgente da affrontare – cioè la crisi finanziaria europea e il collasso della Grecia – molti esperti hanno sottolineato come Zapatero abbia incrociato le braccia e abbia lasciato che Francia, Germania e Stati Uniti guidassero il piano per salvare l’euro. A parte incolpare gli Usa per la loro “finanza troppo liberista” e gli speculatori internazionali “per la loro avarizia”, l’Esecutivo spagnolo non ha mai avanzato proposte. Nei fatti, la reputazione spagnola è stata rovinata a livello mondiale dalla crisi economica e dall’insistenza di Zapatero nel negare per mesi la sua esistenza.

Oggi la Spagna è il primo Paese europeo per numero di disoccupati ed è l’unico che, alla fine del 2010, sarà ancora in recessione. Lo scorso 7 maggio la sua economia stava per collassare, se non fosse stato per la Banca Centrale Europea e il piano di aiuti ai Paesi con difficoltà voluto soprattutto dalla Germania (che ha 140 miliardi di euro in investimenti nel “mattone” spagnolo che potrebbero volatilizzarsi da un momento all’altro). Negli ultimi mesi, le agenzie di rating internazionali come S&P, Fitch o Moody’s hanno ribassato il valore dei titoli spagnoli. Attualmente, quelli del debito pubblico spagnolo sono considerati meno sicuri di quelli libanesi, kazaki e vietnamiti. Secondo l’Economist, la Spagna è il Paese avanzato con maggiore difficoltà per pagare il suo debito, superando persino la Grecia.

La cattiva gestione della crisi economica ha punito Zapatero, e non solo in casa. Infatti, le sue politiche nazionali anticlericali (basti pensare alla nuova legge sull’aborto che permette alle minori di interrompere la gravidanza senza il permesso dei genitori, ai matrimoni gay e agli scontri con la Chiesa spagnola) ma anche il sostegno al separatismo e l’apertura a ETA avevano già diviso il Paese. Quelle in materia d’affari esteri avevano inoltre provocato più di un mal di pancia a livello internazionale (come per esempio il ritiro immediato delle truppe spagnole dall’Afghanistan e gli incontri con i leader delle maggiori dittature del mondo, tra cui Fidel Castro, il siriano Al Assad e l’iraniano Mottaki).

L’inerzia del governo Zapatero di fronte alla crisi economica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: solo dopo l’ultimatum di Obama dello scorso maggio, il leader socialista ha iniziato a mettere in atto le riforme tanto impopolari quanto richieste dall’Ue per salvare l’economia spagnola, la quarta più importante in Europa. Quasi la metà dell’esposizione delle banche nell’Eurozona è nei confronti di Madrid. Se crolla la Spagna, quindi, crolla l’Europa intera. L’ex stella del socialismo spagnolo ci ha messo troppo tempo per capirlo e per Bruxelles aver messo a rischio l’intero sistema è ragione sufficiente per non fidarsi più di Zapatero.

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