Zapatero paga il riscatto ai pirati somali ma ora è lui che rischia di affondare
18 Novembre 2009
La barca di Zapatero fa acqua da tutte le parti, anche in mare straniero. Dopo la pronta ritirata dall’Iraq – che ha creato non poche difficoltà agli altri eserciti presenti sul territorio – e le difficoltà mostrate in Afghanistan – più di una volta è intervenuta la Folgore per salvare i soldati iberici da delle situazioni, per così dire, scomode – il governo spagnolo rischia di screditarsi sempre di più sul piano internazionale. L’ultimo episodio riguarda la criticabile (e non priva di gravi conseguenze) gestione del caso "Alakrana", la tonnara basca sequestrata al largo del Golfo di Aden, e del pagamento di un riscatto multimilionario. Una vicenda che dimostra come l’improvvisazione e il dilettantismo siano all’ordine del giorno nel governo socialista, un atteggiamento che gli spagnoli– abituati a dover fare i conti con il terrorismo basco – non perdoneranno facilmente a Zapatero.
Ieri è stata finalmente liberata la nave sequestrata da pirati che per 47 giorni hanno tenuto in pugno la vita di 36 pescatori spagnoli. Dopo una serie di indiscrezioni, la conferma ufficiale è arrivata per bocca dello stesso premier Zapatero che ha ringraziato i membri del suo governo, la Marina spagnola e i servizi segreti e diplomatici “per aver consentito di giungere a un esito positivo della vicenda”. Peccato però che i mezzi di comunicazione sembrino tutti d’accordo nel sottolineare come Zapatero abbia poco da festeggiare, se togliamo il fatto che l’equipaggio tornerà presto a casa.
Ma facciamo un passo indietro. Lo scorso 2 ottobre il peschereccio spagnolo viene sequestrato dai pirati nell’Oceano Indiano. Il governo – che appena due settimane prima aveva rifiutato la proposta avanzata dal PNV di imbarcare personale militare sulle navi (visto l’aumento degli attacchi nella zona del Golfo di Aden e la paura per l’incolumità dei pescatori spagnoli) – viene duramente incalzato dall’opposizione. Due giorni dopo, la nave militare “Canarias” riesce a catturare due dei pirati somali e, nonostante l’opinione contraria di giuristi ed esperti (il codice penale spagnolo non prevede il reato di “pirateria”), l’ormai celebre giudice Baltasar Garzón chiede il trasporto urgente in Spagna dei detenuti per giudicarli con l’accusa di sequestro di persona e di terrorismo.
Dal quel momento, più che una questione diplomatica, abbiamo assistito a una lotta tra l’esecutivo e la magistratura, per colpa di una serie di errori del Governo, in primis il trasferimento dei pirati sul suolo spagnolo. La tensione è salita alle stelle anche perché i rapitori a un certo punto hanno cambiato le loro richieste, minacciando di uccidere un pescatore al giorno se i loro connazionali non fossero stati riportati in Somalia.
Iniziano le trattative segrete e, a parte una vaga promessa di istruire l’esercito somalo per la difesa delle acque territoriali, Madrid pensa a sganciare una buona somma di denaro in cambio della liberazione della nave. Scoppia il tira e molla: da una parte, il Governo vuole l’estradizione in Somalia dei due pirati ed esercita pressioni sulla Procura dello Stato per lasciare andare i sequestratori; dall’altra, i giudici non pensano di mollare la presa e vanno avanti con il processo, formalizzando l’accusa e chiedendo 219 anni di carcere agli imputati (un fatto che rende inapplicabile la “Ley de Extranjería” che permette l’espulsione e di scontare la pena – se ce ne sarà mai una – nel Paese d’origine). Le critiche aumentano anche per lo scambio di accuse tra Avvocatura di Stato e Governo sulla responsabilità del trasferimento dei due somali in Spagna, ormai l’unico scoglio nei negoziati. I pirati assicurano all’armatore che hanno raggiunto un accordo col governo spagnolo e i due saranno rispediti presto in Somalia, ignorando il fatto che in quel momento in Spagna c’era un processo in corso.
Intanto, centinaia di persone scendono in piazza per sostenere le famiglie dei sequestrati e accusano l’esecutivo di non aver fatto abbastanza – specialmente perché Zapatero, fino alla liberazione, non è mai comparso per fare il punto sulla questione – pretendendo l’espulsione immediata dei due somali per ottenere la liberazione dei marinai. Cresce l’indignazione quando si scopre che uno dei due accusati del sequestro (Abdu Willy, soprannominato “el niño pirata” perché afferma d’essere minorenne, ma i test lo avrebbero smentito) viene difeso da Francisco Javier Díaz Aparicio, uno dei migliori avvocati internazionalisti spagnoli. Gira voce che, per riuscire a togliersi una spina dal fianco, a pagare l’esoso cachet del legale sia stato proprio il Governo con “fondi riservati”, ossia presi dalle tasche dei cittadini. L’avvocato non nega né conferma.
Pochi giorni dopo, la liberazione dei pescatori baschi. Nonostante la richiesta del ministro degli Affari Esteri somalo, Ali Ahmed Jama, di non cedere al ricatto dei pirati, questi ultimi hanno confermato d’aver ricevuto 2,4 milioni di euro dal governo spagnolo (la maggiore somma mai pagata per una liberazione nel Golfo di Aden). Il premier Zapatero ha risposto alle domande dei giornalisti affermando che “il Governo ha fatto tutto quello che doveva fare”, senza offrire altre spiegazioni. La polemica si è di nuovo infuocata perché la stampa ha evidenziato che, quando i pirati hanno abbandonato l’Alakrana (i marinai quindi erano al sicuro), né il personale sulle navi della Marina – che si trovava a meno di 15 miglia dalla nave sotto sequestro – né gli elicotteri dell’Armata – che sorvolava l’area – sono riusciti ad arrestare neanche uno dei 63 banditi. I media accusano il Governo di aver pagato 4 milioni di dollari per il riscatto e d’aver poi lasciato sfuggire i sequestratori come parte dell’accordo. Così come sembra che ci sia un tacito patto tra Governo e magistratura per rendere particolarmente breve l’espulsione dei due pirati arrestati. Una scelta che appare un colpo senza precedenti allo stato di diritto spagnolo.
Ne sono convinti la gran parte degli analisti politici spagnoli, che ormai devono prendere atto della perdita di credibilità del proprio Paese in politica estera (Madrid ha ricevuto dure critiche anche dal governo somalo per aver ceduto al ricatto, una buona ragione per far continuare la pirateria), ed iniziano a fare i conti con la pioggia di richieste di dimissioni del primo ministro Zapatero. L’editoriale di “El Mundo” parla di una “vittoria umiliante dei pirati somali”, su “ABC” l’opinionista José María Carrascal titola Una buona cattiva notizia, mentre il fondo di “El País”, L’ora del bilancio, non riesce a nascondere le perplessità sulla gestione dell’operazione (“L’ordine era seguire e arrestare i pirati (…). Ma l’anticipo della liberazione di alcune ore ha trovato impreparati vari ministri che si trovavano all’estero”, tra cui niente meno che il ministro della Difesa Carme Chacón e quello degli Affari Esteri Miguel Ángel Moratinos).
Fatto sta che proprio in Spagna, un Paese che si è più volte schierato contro ogni trattativa con i terroristi baschi, e che sembrava abituato a non cedere ai ricatti, sta aumentando l’indignazione contro Zapatero. Una indignazione che, aggiunta al forte sconforto per l’incapacità di uscire dalla crisi economica, rischia di isolare sempre di più il premier. Non solo sulla scena domestica.
