Zapatero vince anche il secondo round, riconferma più vicina
04 Marzo 2008
Circa dodici milioni di
spagnoli, un milione meno che la settimana scorsa, hanno assistito al secondo e
conclusivo faccia a faccia della campagna elettorale per le elezioni politiche
spagnole. Stessi blocchi tematici, stesso tempo a disposizione dei due contendenti e maggiore tensione in campo. Tocca a
Zapatero questa volta iniziare e a Rajoy ribattere.
Se nel precedente dibattito
il premier uscente aveva impostato il suo discorso con lo sguardo rivolto al
passato per mostrare i risultati ottenuti nel corso della sua legislatura, l’incipit
del secondo incontro televisivo è stato invece propositivo e rivolto al futuro.
Zapatero ha messo in campo subito le priorità del suo programma: creazione di
due milioni di posti di lavoro, più attenzione alle politiche per le pari
opportunità delle donne, raggiungimento della piena occupazione, lotta alla
precarietà, creazione immediata di nuove
casi popolari e istituzione di una commissione per il controllo dei prezzi.
Nella parte dedicata
all’economia e al lavoro, il premier uscente ha offerto un quadro rassicurante
sui livelli di sviluppo raggiunti dal paese e ha fornito maggiori dettagli sui tempi
di realizzazione degli obiettivi enunciati. Altro blocco tematico pieno
di proposte concrete è stato quello relativo alle politiche sociali: estensione
del diritto alla paternità, creazione di nuovi asili nei posti di lavoro e
ulteriore messa a punto della legge sull’accompagnamento dei disabili e degli
anziani.
Rajoy risponde affermando “che
non c’è peggior medico di chi non riesce a vedere i mali del suo paziente”. Come
la scorsa settimana ripete i dati relativi all’aumento della disoccupazione, dei
prezzi dei generi di prima necessità, delle case e dei mutui.
Se fino a quel momento i due%0D
sfidanti presentavano dati che sembravano rispondere ad analisi di due diversi
paesi, trasmettendo al pubblico un’immagine falsata di un paese dorato nell’un
caso, e di uno sull’orlo del precipizio nell’altro, lo scontro ha perso il carattere
del monologo per trasformarsi in un vero e proprio dibattito, nel momento in
cui sono stati affrontati i temi più controversi della campagna elettorale: l’Eta e l’immigrazione.
Nessuna novità in termini di
contenuti, ma diverso è stato lo stile di comunicazione utilizzato.
Affrontando il tema del
terrorismo, per ben due volte Zapatero si è rivolto direttamente agli elettori
e non al suo interlocutore. Nella prima, il premier uscente si è impegnato
direttamente con gli spagnoli a sottoscrivere in caso di vittoria dei popolari,
la strategia antiterrorista che il governo deciderà di adottare “senza
condizioni” e ha invitato Rajoy a fare lo stesso.
Nella seconda, dopo aver
ricordato il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq all’inizio del suo primo mandato,
si è rivolto nuovamente al pubblico, e ha promesso che nessun soldato sarà
inviato in missioni stabilite senza l’egida delle Nazioni Unite.
Sebbene giocando di rimessa e
non d’attacco, Rajoy ha risposto in modo puntuale, accusando su entrambi i punti
il premier uscente di aver mentito e di aver tradito la fiducia degli spagnoli.
Sono accuse gravi che tendono a screditare non solo l’operato ma anche la
figura di Zapatero. Per quanto riguarda l’Eta, il leader dei popolari ha negato
la sua disponibilità nei confronti di ipotesi negoziali che possano accreditare
l’organizzazione terrorista basca come interlocutore politico. In relazione al
ritiro delle truppe, Rajoy ha rincarato la dose, evidenziando l’ambiguità del
messaggio di Zapatero che mentre in patria si faceva paladino di un pacifismo
ad oltranza, in sede internazionale difendeva la necessità di un aumento dei
contingenti per rafforzare la sicurezza delle missioni.
Sul tema dell’immigrazione
infine, a parte la tiritera sulla necessità di preservare i servizi di base per
gli spagnoli e di subordinare l’ingresso di immigrati in Spagna alla stipula di
un contratto di lavoro, Zapatero ha affrontato la questione – non eludendola
come nello scorso dibattito – e ha presentato come chiave di volta del problema
la stipulare accordi con i paesi d’origine per il rimpatrio dei clandestini
illegalmente entrati in Spagna.
Anche di più rispetto al
primo confronto, Zapatero è apparso più propositivo di Rajoy, nell’incipit come
nelle conclusioni. Ha ringraziato il suo elettorato, ma anche chi ha criticato
la sua azione, attribuendo alla critica un valore estremamente costruttivo. Rajoy
ha chiuso cercando di mettere da parte il suo catastrofismo con una rapida
carrellata di tutte le proposte del suo programma, facendo leva soprattutto
sulla necessità di diminuire le tasse e rilanciare il sistema educativo del
paese.
Ricordando molto da vicino i
messaggi diffusi all’epoca della transizione democratica, entrambi i leader, arrogandosi
la legittimità della rappresentanza dell’elettorato centrista, hanno dichiarato
di volere essere “premier di tutti gli
spagnoli”. Tuttavia come ha evidenziato la maggior parte della stampa iberica
di questa mattina, il messaggio del premier uscente è risultato più
convincente.
Se il giorno prima del
dibattito la differenza di punti percentuali in intenzioni di voto era compresa
tra il 4 e il 5 per cento, questo faccia a faccia e la chiusura della campagna
elettorale del PSOE il 6 marzo nell’emblematico Palasport Palau San Jordi di
Barcellona con Felipe Gonzalez sul palco accanto a Zapatero, lasciano prevedere
anche i più scettici che il voto del 9 marzo non premierà la logica dell’alternanza.
