1/ Il risveglio di Mussi porta nuovi guai per l’Università

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1/ Il risveglio di Mussi porta nuovi guai per l’Università

28 Agosto 2007

Siparietto di metà agosto, vanno in
scena il Professore e il Ministro. Nelle vesti del primo Michele Salvati sul
Corriere della Sera del 14 agosto commenta il “patto per l’università”,
recentemente proposto agli atenei dai ministri Padoa-Schioppa e Mussi. Sostiene
si tratti di una buona notizia. Ma legittimamente obbietta: gran parte dei
contenuti di quel patto poggiano sul lavoro che dovrebbe svolgere l’istituenda
Agenzia per la valutazione dell’Università e della Ricerca (Anvur) che,
verosimilmente, entrerà in funzione non prima di un paio d’anni. Nel frattempo
– si chiede il Professore – perché non utilizzare gli attuali organismi di
valutazione (il Civr per la ricerca e il Cnvsu per l’università) che hanno fin
qui ben meritato? E poi – aggiunge non senza una punta di malizia – se è
ritenuto così essenziale sanzionare gli atenei che non rispettano impegni e
parametri, perché non utilizzare lo stesso metodo con il Ministero? E come?

Il giorno seguente, sulle colonne del
medesimo organo di stampa, si esibisce Fabio Mussi, nei panni di Ministro
dell’università e della ricerca. Il tono della risposta è a metà strada tra lo
stizzito e il sufficiente. E replica è essenziale: l’Agenzia è un risultato
epocale ma finché non sarà in grado di funzionare Salvati può star tranquillo
sul fatto che i precedenti organismi non verranno smantellati. Quanto poi al
giudizio sul Ministero, dal distacco iniziale si passa a una confidenza
eccessiva. Del tipo: “Michele (Salvati, per l’appunto), tu che fai il
Professore non puoi saperlo. Lascia che te lo dica io, politico di lungo corso:
il giudizio sul Ministero lo daranno gli elettori con il loro voto, che io
spero sia per il centro sinistra, for
ever.

Data la stagione, a caldo verrebbe da
commentare: sotto la supponenza niente. Ma a chi conosce cosa Mussi ci sta
preparando per quest’autunno la diatriba è sembrata niente affatto superflua. E
il concludente “appello al popolo” del Ministro niente affatto scontato.

Ma andiamo con ordine. Il governo
dell’università e della ricerca al tempo di Fabio Mussi si è a lungo distinto
per stagnazione totale. Il Ministro, agli inizi, ha imposto “l’effetto Findus”:
tranne i soldi non concessi attraverso la legge finanziaria tutto il resto è
stato congelato, compresi i fondi ordinari per la ricerca e le tornate per
l’elezione di commissioni che avrebbero dovuto giudicare concorsi convocati da
tempo immemore. L’impegno straordinario profuso nello scindersi dai ds e poi
nel trovare una nuova casa, lo ha confortato nell’attitudine. Al punto che tra
rettori, professori e gli stessi dirigenti del Ministero ci si scambiava
messaggi increduli: mai visto un ministro che per preminenti interessi politici
lasciasse gli atti d’ufficio a tal punto inevasi! C’è chi protestò e io stesso
mi lasciai andare a un paio d’interrogazioni urgenti. Mal me ne incolse. Perché
fino a quando l’attività del Ministro era a scartamento ridotto, anche i danni
ne risultavano limitati. Se ne è ricavato persino qualcosa di buono, come il
blocco delle lauree honoris causa, quasi sempre concesse per cause assai poco
onorevoli. I guai sono iniziati quando all’immobilismo iniziale è subentrata la
fase del progetto nella quale attualmente ci troviamo. E per la quale, cari
lettori, vi assicuro che c’è di che tremare.

Lasciamo da parte l’Agenzia sulla
quale si tornerà alla fine. Per ora basterà notare che di essa si avvertiva un
bisogno assai relativo dato che, a parere delle stesse commissioni di studio
messe in campo dal Ministro, gli organismi di valutazione precedenti avevano
svolto bene i loro compiti. Concentriamoci, invece, sulle tre mannaie che
incombono assai più pericolosamente sulla testa della già martoriata università
italiana: un maxi concorso per l’assunzione di circa 1000 ricercatori; la
riforma dell’ordinamento didattico e il c.d. “patto per l’università”

Partiamo dalla prima. Chi non conosce
le cose universitarie, deve sapere che il titolo di “ricercatore” costituisce
di fatto il primo gradino della carriera, a cui seguono  quello di professore associato e di professore
ordinario. A tempo negli atenei si discute cosa farne di questa figura dai
contorni troppo indefiniti: un personale specializzato unicamente nella
ricerca? Una terza fascia di docenza che di fatto andrebbe a incrementare una
piramide baronale quanto meno anacronistica? Il dibattito si è fatto urgente
per tre ragioni tra esse connesse. La prima è il trattamento economico di
questa funzione. Un ricercatore di prima nomina guadagna circa 1200 euro: una
cifra assolutamente inadeguata per potersi dedicare con continuità ed
esclusività all’attività di ricerca, soprattutto se fuori sede. L’ingresso in
carriera, dunque, è di fatto riservato ai più abbienti o a quanti arrotondano
lo stipendio con attività di studio alle dipendenze del maestro. A ciò si
aggiunge l’età media dei ricercatori, che negli ultimi anni si è andata
progressivamente alzando. In alcune branche essa si aggira intorno ai 40 anni.
Se ne ricava che il ruolo di ricercatore, lungi dal rappresentare un ingresso
in carriera, in molti casi è una ricompensa finale per servigi di lungo corso.
Ci si arriva spompati, quando ormai si ha assai poco da offrire. Infine, non
possono essere trascurate le ambiguità che, col tempo, si sono sedimentate
intorno alla figura. Quasi tutti gli atenei, infatti, per far fronte ai nuovi
ordinamenti didattici, hanno imposto ai ricercatori anche più di un corso
d’insegnamento. Tra loro e i professori di prima e seconda fascia, per ciò che
concerne le mansioni, non c’è differenza anche se l’attitudine a insegnare del
ricercatore non è stata comprovata da concorso. Ne discende che mantenere così
com’è il ruolo rappresenta un’istigazione a varare la figura del docente unico,
il cui stipendio avanza non per merito ma per anzianità. In tal modo, si
rischia di sindacalizzare e uniformare definitivamente il mondo dell’università
con buona pace per quella libertà senza la quale nessuna eccellenza potrà mai
emergere e svilupparsi.

Di fronte a questo quadro, cosa
dovrebbe fare ogni persona di buon senso? 
Ridefinire il ruolo del ricercatore e poi cercarne d’implementare le
funzioni in un nuovo contesto più rispondente alle odierne condizioni del mondo
scientifico. Per parte mia, ritengo che bisognerebbe andare nella direzione
d’offrire ai giovani dei contratti dignitosi ma precari per il tempo del post-dottorato,
in modo da dare loro la possibilità di mettersi alla prova e di dare prova
delle loro attitudini. Perché nessuno nasce imparato. E perché, in coscienza,
nessun maestro degno di tale qualifica può esser certo a priori se il ragazzo che studia sotto la sua autorità è portato o
meno per l’attività di ricerca. E poi bisognerebbe costruire dei percorsi per i
quali si provi ad entrare nei quadri stabili dell’università in un’età nella
quale è ancora possibile modificare le proprie traiettorie di vita. Senza che
un errore iniziale condizioni per sempre.

Questa ricetta andrebbe discussa e
specificata. Ma ciò che è difficile negare è l’urgenza di un ripensamento,
qualunque esso sia. Cosa fa invece Mussi? “in attesa della riforma dello stato
giuridico dei ricercatori universitari” (così recita l’art.1 della bozza di
decreto) convoca il maxi-concorso: come dire, prima il carro e poi i buoi! Non
solo: si mette anche alla ricerca del “concorso perfetto”: quello che dovrebbe
evitare le ingiustizie e garantire che il merito venga premiato sempre e
ovunque. Bisogna leggere per credere cosa si è stati in grado di escogitare:
una sorta di corsa ad ostacoli nelle quali commissioni di carattere
internazionale, nazionale e locale si susseguono in un imbroglio burocratico
degno di peggior causa. In questo guazzabuglio, l’occhio allenato
del’accademico scorge già tutti i pertugi attraverso i quali si potrà infilare
il favore, la raccomandazione e persino il sopruso. C’è da scommetterci: se
mai, sciaguratamente, quel bando dovesse diventare realtà, non ostante il
tentativo d’inventare “il concorso corretto”, tra qualche anno staremo ancora a
discutere di scandali concorsuali e ricorsi al tar.

Si sbaglierebbe, però, a ritenere che
dietro la scelta del maxi-concorso vi sia soltanto la generosa imperizia di un
ministro che l’università l’ha conosciuta soltanto illo tempore alla Normale di Pisa. Vi è, piuttosto, un pregiudizio
ideologico grande come una casa. Vi è l’avversione per ogni forma di precariato
anche laddove esso, sostenuto dal merito, è in grado di garantire redditi più
che degni. E vi è l’avversione per la concorrenza, che assai meglio della
procedura concorsuale più giustizialista è in grado di garantire chi vale.
Infatti, solo laddove gli atenei pagheranno un prezzo di reputazione, e quindi
di risorse, per l’assunzione di personale di ricerca e didattico inidoneo, si
potrà essere certi che essi, nella loro autonomia, respingeranno quest’ipotesi.
In tutti gli altri casi, invece, questa garanzia non ci sarà mai.

Per tutti questi motivi, il
maxi-concorso sarebbe una vera iattura, in grado da solo di porre le basi per
una sorta di “contro-riforma