1/ Una partenza all’insegna della tradizione

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1/ Una partenza all’insegna della tradizione

1/ Una partenza all’insegna della tradizione

03 Settembre 2007

Una fondazione che intende proporre una sintesi tra il
pensiero liberale e quello conservatore, per rispettare la propria ragione
sociale, deve provare a edificare delle tradizioni. Nulla di strano, dunque, se
Magna  Carta ci prova. Quel che stupisce, nel caso della Summer School, è
che questa tradizione si possa esser sedimentata già alla seconda edizione.
Eppure, quando sabato si è inaugurata a Frascati questa nuova esperienza di
formazione politica, il clima che si respirava era proprio quello di
un’iniziativa con alle spalle già un lungo passato. Forse è perché la
preparazione di eventi di questo tipo, in realtà, tra il concepimento, la
definizione del programma, la pubblicazione del bando, la selezione degli
studenti dura tutto un anno. O forse è perché il corpo docente dello scorso
anno è stato riconfermato con pochissimi innesti, e si è presentato
all’appuntamento con la precisione di un orologio svizzero. O forse, infine,
perché molti degli allievi della precedente edizione sono tornati anche
quest’anno, a prestare il loro contributo volontario in qualità di tutor. Per
tutte queste ragioni, in ogni caso, l’effetto è stato quello di un gruppo di
amici che si è dato un appuntamento al finire dell’estate, prima della ripresa.
E che magicamente si ritrova, ancora una volta…

La lettura inaugurale quest’anno è stata affidata a
Marcello Dell’Utri. Una scelta fatta dagli organizzatori in tempi non sospetti,
quando l’indicazione del Senatore azzurro aveva il senso di un atto di
riconoscenza per il lavoro di formazione culturale svolto in più di un decennio
attraverso i Circoli del Buon Governo. Poi sono giunti altri circoli. E
l’inaugurazione si è inevitabilmente caricata di significati impropri.
Cosicché, della bella conferenza su “politica e cultura”, svolta sul filo di
una realistica nostalgia da parte di chi sa che il rapporto tra i due termini
nel corso del Novecento è stato foriero di tanti guai ma che la sua fine ha
lasciato un vuoto che attende ancora di essere riempito, sui quotidiani del
giorno dopo non è passato nulla. Ha avuto spazio, invece, una considerazione
numerica sui Circoli della Libertà (che non possono effettivamente raggiungere
la sbandierata “quota 5.000”), ispirata allo stesso realismo di cui sopra. E la
circostanza, in realtà, sull’effettivo rapporto oggi vigente tra politica e
cultura dice ancora di più di ciò che Dell’Utri è riuscito a comunicare
all’attento auditorio.

Il giorno dopo: partenza in salita. Molti docenti
ammalati e alcuni costretti a dare forfait. Ma, come si dice in gergo
cestistico, Magna Carta ha la panchina lunga. Per questo, nel primo giorno di lezione
tutto è andato bene. Tra le assenze forzate, quella di Fiamma Nirenstein, che
ieri ha perso il papà. Ha pregato di scusarsi con i ragazzi e di comunicare
loro il suo dispiacere per non poterci essere. Non è stato un atto di affettata
cortesia. E’ stata anche prova di consapevolezza del fatto che per chi voglia
insegnare qualcosa, l’impegno più inderogabile è quello che si assume con il
proprio allievo. E, probabilmente, è stato un modo d’onorare suo padre.

Perché Alberto Nirenstein, lungo tutto un secolo, è stato
anche l’interprete di una grande lezione di caparbietà, di coerenza e di
libertà. Nato agli esordi della Grande Guerra, pioniere sionista già negli anni
Trenta, vide la sua esistenza travolta dal secondo conflitto mondiale nel corso
del quale perse tutta la sua famiglia sterminata dalla Shoah. Giunse in Italia
sbarcando ad Anzio con le truppe di liberazione. S’innamorò e si stabilì a
Firenze. Ma d’allora iniziò una discreta quanto caparbia opera di ricerca e
documentazione sullo sterminio degli ebrei. Si deve a lui il primo libro sulla
rivolta del ghetto di Varsavia dal quale tanti altri ne sarebbero discesi. E
proprio per quest’incessante opera di ricerca, tornato in Polonia, venne
arrestato. Si fece quattro anni di carcere e fu liberato solo nel 1953. Anche
di lui, dunque, si potrebbe metaforicamente dire “prigioniero di Hitler e
Stalin”, rimasto però sempre libero grazie al suo coraggio e a una coerente
determinazione: doti che in vita nessuno gli ha mai riconosciuto, perché uomo
schivo che non ha fatto collezione d’onoreficenze. Gli studenti della Summer
School gli hanno tributato un lungo applauso.

E l’ospite principale del pomeriggio, Jacques Tarnero, ha
consentito che si stabilisse con naturalezza un tratto di continuità tra
quell’applauso e i lavori in sessione plenaria. E’ stata presentata la sua
bella rivista “Le meilleur de monde” e si è proiettato il film documentario da
lui curato “Decriptage”, consacrato allo smascheramento delle false ricostruzioni
dei media francesi sul conflitto israelo-palestinese. Il dibattito è stato
vivace, anche più che vivace: gli studenti di quest’anno pare abbiano ancor
meno timori reverenziali dei loro predecessori. Ma quel che ancora una volta ha
stupito è stato constatare quanto in profondità abbia scavato il solco l’11
settembre 2001. Quella data è all’origine di tanti percorsi intellettuali, di
tante riconsiderazioni, di tanti tentativi di comprendere. Ad ogni occasione si
scopre che, in qualche parte del mondo, c’è qualcuno che ha compiuto un pezzo
di strada analogo a quello che Magna Carta prova a percorrere. E ai nostri
occhi risulta ancora più chiaro dov’è l’origine vera di questo tentativo di
formazione culturale che vorremmo avesse già sedimentato una tradizione.