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2 giugno, Festa della Repubblica: il tatto della credibilità e il senso di umanità

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La festa della Repubblica serve a ricordare non solo un mero e quantomai eccezionale passaggio politico-istituzionale in quanto tale (segnato dal voto referendario che tramutò il Paese da monarchia a repubblica), bensì costituisce un elevato momento d’onore per coloro che ebbero a credere, a qualsiasi costo, alla bontà della riconciliazione sociale post bellica.

Il 2 giugno dovremmo immaginarlo come quel compagno di viaggio che lungo il nostro percorso, mentre siamo alla guida della nostra vita, è lì pronto a svegliarci ove mai sopraggiungesse un colpo di sonno. Colpo di sonno, chiaramente, da contestualizzare rispetto all’eventualità, del tutto umana, di spingerci alla trascuratezza della conoscenza del rapporto indissolubile tra doveri e diritti.

Il senso della libertà è legato, assolutamente, a tutti quegli strati e livelli di responsabilità conquistati dal cittadino in una determinata società. Ciò sta a significare che quanto più povero è il dibattito pubblico circa le questioni cruciali che attengono all’individuo (nell’ottica del suo progresso all’interno di una comunità nonché di quest’ultima), tanto più si rischia la disaffezione allo spirito comunitario segnato dall’esempio, appunto, riconciliativo, donato dai nostri predecessori: i padri e le madri Costituenti.

In queste dinamiche gli studiosi, gli intellettuali, ecc. e tutta la gente di buona volontà hanno un ruolo essenziale poiché costoro hanno il dovere di alimentare il popolo di continue o, quantomeno, stabili ispirazioni. Proprio su questo passaggio, Antonio Gramsci, in particolare, nutriva un grande timore: la “progressiva estinzione del pensiero politico e non”.

Degenerazione causata dall’eventualità per cui, nella temporale stratificazione della società, tutta la classe colta, con la sua attività intellettuale, via via, si distaccasse dal popolo-nazione, non perché il popolo-nazione non dimostrasse di interessarsi a questa attività, ma perché (affermava Gramsci con la sua teoria) “l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo nazione” stesso.

Questa frase va tenuta, ancora oggi, in piena considerazione rispetto al significato della festa della Repubblica per due motivi almeno: 1) la credibilità che deve avere colui al quale spetta alimentare di speranze il popolo-nazione; 2) l’esser degno interprete di testimonianza umanitaria.

Questi due elementi, indissolubilmente linfa del quadro su disegnato, potremmo quasi definirli base di una etimologia politica nuova che, pur indirettamente collocati nel pensiero gramsciano, non possono che essere universali nel tempo e nello spazio.

Da sinistra a destra e viceversa (e dire di destra non significa per forza di cose riferirsi ai fascisti, ovviamente, poiché non attengono alla dimensione della Costituente) nel 1946 è cambiato non solo il vestito ma, soprattutto, il cuore culturale del nostro Paese: abbandonata la struttura monarchica, condita dal ventennio mussoliniano, si giunge ad una Italia fatta persona.

Una Italia al cui centro è stato posto all’apice del tutto non un Re, ma un principio primario: il senso di umanità nell’azione politica nonché sociale dell’individuo. Spazio ideale, quest’ultimo, nel quale l’individuo, nato libero, si relazione nella nuova collettività a trazione solidaristica.

Quanto appena richiamato in termini teorici lungi dall’affrancarsi dal fatto pratico per cui è necessario che la Repubblica, proprio per conseguire il risultato programmatico-solidaristico, s’impegni a garantire il c.d. progresso sia spirituale che materiale della persona rispettandone la direttrice d’uguaglianza; il ché non traducendosi in primarietà egoistica, ma in essenzialità della crescita e dello sviluppo umano in chiave liberale. Ecco che i due elementi appena menzionati, non altro sono che due facce della stessa medaglia: in buona sostanza fine ed al tempo stesso prerequisito di esistenza.

Orbene la festa della Repubblica sta a ricordarci che, appunto, la libertà, pur connaturata all’umanità, è molto fragile perché deve fare i conti con altrettanta connaturata debolezza dell’individuo allorquando esso non si educhi o non viene educato al discernimento del degno dall’indegno. La nostra Costituzione nasce, non a caso, su questo fronte comune: liberare il popolo italiano dall’indegnità e dalle nefandezze generate in epoca fascista.

Eppure, qualcuno potrebbe opinare che lo Statuto Albertino, dall’art. 24 in poi, enunciasse i principi di eguaglianza e di libertà individuale: il tutto però, poi, sacrificato con l’avvento di alcune misure d’epoca mussoliniana tra cui, la più intrisa di vergogna, quella di natura razziale. Allora qui ed ora giunge il richiamo, quantomai necessario, al concetto di credibilità politico-istituzionale partendo da una domanda su tutte.

Come può credere un cittadino allo spirito buono di un dettato normativo se quest’ultimo, già in via genetico-giuridico-sociale, non trova attualizzazione nella vita pratica (riferimento scontato al rapporto tra Statuto Albertino e leggi razziali dell’epoca)?

Qui, pertanto, conta e pesa molto il ruolo della politica. Precisamente ed espressamente: il come si fanno le leggi e come ci si rende testimoni nella quotidianità da parte della classe politica. Torna utile una massima di Aldo Moro, illustre padre Costituente, che nel suo “Il fine è l’uomo”, riferendosi al ruolo essenziale della riconciliazione dopo la liberazione, affermava che “Non abbiamo bisogno di una politica tiepida ed ingiusta ma di una politica che sia intensamente umana”. Parole morotee che lascerebbero tutti imbarazzati per la profondità programmatica che permeava la mente visionaria di uno dei più grandi italiani del secolo scorso.

La festa della Repubblica, quindi, serve a ricordarci le nostre sofferenze, il nostro passato, la nostra grande forza di ricostruzione della fiducia degli uni verso gli altri che, non si dimentichi, partì proprio da un gesto simbolo di Palmiro Togliatti, dirigente comunista dell’epoca, con il famoso “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari” (entrato poi in vigore il 22 giugno 1946 e di cui beneficiarono anche seguaci dell’ex Duce).

Quindi quel che alimenta il rispetto sociale verso il tatto della credibilità di una determinata classe politica è, indubbiamente, il senso di umanità a cui la politica stessa, specie quando opera normativamente, deve tendere e di cui deve farsi portatrice.

Discernimento non facile, ovviamente, laddove una determinata classe politica non consideri il valore primario del confronto e dell’opera di persuasione altrui pur nel legittimo e fedele posizionamento (ci si riferisce alla propria coscienza e non ad un determinato partito) di ognuno. Si chiama democrazia. Nilde Iotti, compianta madre Costituente, se potesse esprimersi sul senso della celebrazione del 2 giugno, certamente, rimarcherebbe l’attenzione così: “Non abbassiamo la qualità del confronto, perché le sfide che stiamo affrontando toccano le fibre più intime dell’uomo”.

Ecco che la festa della Repubblica non altro è tutta la credibilità di quel progetto Costituente, ormai diventato Costituzione, fondato sull’affermazione universale del confronto democratico e della relativa scelta del popolo quanto più ispirata alla ricerca qualitativa dei propri rappresentanti. In una parola sola: libertà di voto.

Non si dia, quest’ultima, per scontata perché la libertà quanto la democrazia sono molto delicate. Le dittature sappiamo a cosa portano: società senza tatto e senza umanità.

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