3/ Un nuovo rapporto tra religione e politica

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3/ Un nuovo rapporto tra religione e politica

11 Settembre 2007

L’11 settembre
non sarà mai più un giorno come un altro. La
storia dell’umanità ha conosciuto tanti momenti tragici, forse alcuni più ricordati
dai  libri di storia altri meno, ma tutti
accomunati dalla capacità dell’uomo di essere malvagio, di manifestare la sua
volontà di procurare disperazione al prossimo. L’11 settembre 2001 è uno di
quei giorni. Tutti ricordiamo l’incredulità dovuta alle prime frammentarie
notizie, l’angoscia che montava in seguito alle successive conferme e il
balbettio delle prime analisi. Dalla retorica – presto abbandonata – di quelli
che “…siamo tutti americani”; al cinismo graffiante multi-ideologico di quelli
che: “però gli americani in fondo se la sono cercata”. Nel chiacchiericcio
delle prime analisi si sono distinti in pochi, coloro che hanno tentato di
capire – forse a partire da un senso di impotenza, di manifesta ignoranza e di
umana compassione – che cosa stava realmente accadendo oltre i confini del più
classico “realismo politico”, per coglierne il peso culturale, per evidenziarne
le ricadute sul terreno delle relazioni inter-religiose, nonché, per tracciare
il possibile nuovo ruolo giocato dalle religioni nella definizione
dell’evoluzione ovvero involuzione democratica dei vari regimi politici.

Per un secolo gli
Stati Uniti hanno interpretato il ruolo di attore protagonista nel teatro
internazionale, prima liberandoci dalla furia nazi-fascista e poi combattendo
quella maledetta terza guerra mondiale, contro l’orrore comunista. Una terza guerra
mondiale nei confronti della quale, noi europei, pur avendola causata,
probabilmente ancora sotto shock per l’abominio vissuto nella prima metà del XX
secolo, ci siamo più volte tirati indietro, rifugiandoci in una cultura del
cedimento, fino ad ipotizzare la teoria del male simmetrico: USA-URSS, una
cultura spesso edulcorata dal pacifismo del disarmo unilaterale, a volte
sfacciatamente di parte: dalla parte sbagliata.

Con
l’11 settembre, una cultura malvagia e liberticida ha voluto lanciare un
messaggio al mondo intero: la storia non è finita; la democrazia e la libertà
non è detto che trionferanno; anzi non trionferanno affatto. Ed allora, la
battaglia per la libertà è una battaglia che non conosce confini di tempo e di
spazio. Tutto quell’immane dolore che ha colpito migliaia di famiglie americane,
e da quel giorno migliaia di civili e di militari di tutto il mondo, ci spinge
a riflettere se abbia ancora un senso parlare di “battaglia per la libertà nella nostra
epoca. L’uso dell’espressione battaglia non si giustifica
retoricamente in forza della contingenza – la guerra al terrorismo
internazionale – quanto in virtù della risposta – sempre contingente e
congetturale – che ci proponiamo di dare alla domanda di libertà in ambito
politico, economico e culturale. L’espressione “battaglia per la libertà” è
anche il titolo di un articolo di Luigi Sturzo del 1957, nel quale affermava
che era “suonata l’ora della riscossa, riprendendo la battaglia per la
libertà”. Una libertà che in Sturzo è in primo luogo un valore dello spirito
che educa all’autodisciplina; una libertà che si traduce in responsabilità
individuale e sociale; una libertà che invita ad assumere rischi; una libertà
che forma il carattere della persona e che definisce la cittadinanza; una
libertà – ancora – che fortifica il cristiano e rende ragione delle operazioni
più ardite e di sacrifici immani.

La libertà, allora, come principio integrale e
indivisibile
. Al contrario, si è soliti distinguere tra libertà positiva
(libertà di) e libertà negativa (libertà da). In generale, il procedere
analiticamente, individuando tutte le possibili distinzione, mi trova
d’accordo. Tuttavia, in questo caso mi chiedo quale sia l’effettiva utilità e
se non sia invece un’operazione epistemologicamente sterile e politicamente
compromessa. Epistemologicamente sterile in quanto da qualsiasi lato si osservi
il concetto di libertà ci si accorge che la libertà di rimanderà
sempre necessariamente ad una libertà da e quest’ultima, a sua volta,
ad una libertà di. La
circolarità delle nozioni di libertà positiva/libertà negativa è praticamente
perfetta e non ci consente di fare alcun passo in avanti nella rappresentazione
e nella spiegazione dei fenomeni politici, economici e culturali. Politicamente
compromessa in quanto, se consideriamo la libertà “un dono dello spirito” – per
usare l’espressione sturziana – oppure “il regno della coscienza” – ricorrendo
alla terminologia di Lord Acton -, inevitabilmente dobbiamo riconoscere un
nucleo originale ed intimo nel quale è posta l’istanza della libertà. Tanto in Acton
quanto in Sturzo tale istanza è collocata nel profondo della coscienza di ogni
singola persona umana, al punto che non possiamo non convenire con Acton che
tutte le libertà consistono nella preservazione di una sfera interiore esente
dal potere coercitivo. Alla politica spetta il compito di impedire che
tale sfera interiore sia violata, manipolata o negata. Una sfera nella quale è
custodito uno scrigno colmo di quanto di più prezioso ciascuna persona ritenga
doveroso conservare. Una simile violazione, manipolazione o negazione
costituirebbe un oltraggio alla dignità della persona umana. La violazione, la manipolazione e la negazione
possono avvenire in tanti modi e riguardare anche singole dimensioni dell’agire
storico dell’uomo. Il che non toglie che, sistematicamente, la negazione – ad
esempio – della libertà economica porterà presto o tardi alla soppressione
anche di quegli istituti che tutelano e promuovono la libertà in campo politico
e religioso.

Non
entro nel merito della vexata questio se sia lecito o meno esportare concetti quali
democrazia e libertà, mi limito a dire che possiamo anche evitare di usare
un’espressione come “esportare”, che potrebbe apparire ad alcuni puristi del
politicamente corretto bollata dall’infamia economicista, tuttavia resta il
fatto che i processi storici sono sempre stati un pullulare di contaminazioni:
Atene-Roma-Gerusalemme e poi Parigi-Londra-Vienna-Washington-Tokio, un giorno
Pechino e così via. Non si danno conquista, progresso o regresso sociale che
non siano stati l’esito di vincoli esterni o interni che hanno prodotto le
condizioni propizie affinché un determinato nuovo fatto emergesse nella storia.
Ebbene, questo fenomeno di mutua contaminazione è un processo che non avrà mai
fine e la battaglia per la libertà è una condizione necessaria affinché
l’inevitabile contaminazione possa avvenire nel rispetto della libertà e della
dignità altrui, esaltando i caratteri di ciascun individuo e di ciascuna
cultura, tenendo desta la responsabilità individuale.

Credo
si possa convenire con N. Podhoretz che dopo l’11 settembre è cominciata la
quarta guerra mondiale, dove in gioco non sono i confini nazionali (e neppure la
conquista dei preziosi giacimenti di petrolio), ma il tentativo disperato da
parte dell’estremismo islamico di opporre l’ultimo strenuo baluardo ad un’ondata
democratica e liberale. Un’ondata che inevitabilmente contaminerà e che di
conseguenza è percepita come nemica, in quanto rischia di invadere e sconvolgere (contaminare) una storia ed una cultura
consolidate. Con l’11 settembre è iniziata una violenta reazione contro quel secolare
processo di legittima distinzione tra ordine politico e ordine religioso che ha
contraddistinto la storia dell’Occidente e che ha visto il Cristianesimo – pur
tra vette ed abissi – offrire (contaminare) gli elementi concettuali necessari
affinché la democrazia liberale si manifestasse storicamente come il regno
della coscienza individuale sulle ragioni olistiche della nazione, della classe
o del partito. Non si tratta di uno scontro tra civiltà lontane – lo stesso scontro
lo stiamo sperimentando in forme diverse anche noi europei –, ma di uno scontro
transculturale tra opposte visioni di società civile, diversi modi di intendere
il rapporto tra politica e religione, dove il fondato timore di una deriva
laicista ed il terrore di vedere la propria cultura egemonizzata da un
dogmatismo libertario – un nichilismo ludico – privo di senso storico hanno
contribuito a far emergere le forze peggiori del fondamentalismo religioso, le
quali purtroppo rischiano di offuscare quanto di più significativo le
religioni, anche l’Islam, possono offrire per l’avviamento e la maturazione di
un autentico processo democratico.