5 Stelle vince perché l’Italia è ancora prigioniera del “nuovismo”

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5 Stelle vince perché l’Italia è ancora prigioniera del “nuovismo”

25 Giugno 2016

Nei commenti ai recenti ballottaggi delle elezioni comunali i dati più enfatizzati sono stati da un lato la vittoria del Movimento 5 Stelle, in particolare a Roma e Torino, dall’altro la crisi del Pd renziano e del centrodestra quasi post-berlusconiano. Molti osservatori si sono spinti fino a configurare ormai uno scenario “tripolare” della politica italiana, se non addirittura un nuovo bipolarismo tra Pd e grillini. 

Si tratta di un’interpretazione piuttosto forzata, se si considera il fatto che – a parte alcune metropoli e un numero limitato di altri centri – nella gran parte dei Comuni interessati lo scenario prevalente è ancora quello di una contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra. Ma senza dubbio casi come quello della capitale e di Torino (con l’appendice strettamente localistica della rielezione di de Magistris a Napoli) pongono in evidenza come le forze radical-populiste riescano con successo a catalizzare l’opposizione al renzismo, attraendo a sé anche gran parte dell’elettorato moderato: grazie anche all’indubbia abilità (non sempre, ma certamente in alcuni casi cruciali) nel proporre candidati percepiti come “giovani” e “freschi” da molti elettori. 

Tuttavia, al di là degli aspetti legati alla selezione del personale politico (nella quale evidentemente partiti e coalizioni più consolidati mostrano  enormi carenze e ritardi), non mi pare che un adeguato interesse sia stato mostrato dai commentatori verso quello che è invece a mio avviso l’elemento più importante emerso da questi risultati elettorali: il fatto che una parte consistente dell’elettorato italiano – e in primo luogo proprio quella che ancora viene definita “moderata” – sembra non avere nessun problema a far convergere i suoi voti su un movimento sostenitore fin dalle origini di posizioni estremistiche, sostanzialmente incompatibili con la cultura politica liberaldemocratica. 

Per chi lo avesse dimenticato nell’enfasi della contrapposizione a Renzi, il programma del movimento 5 Stelle è un impressionante coacervo di quanto più illiberale esiste oggi nella politica occidentale: proposte ispirate ad un ecologismo dogmatico e punitivo; ad un anticapitalismo cieco e pauperista; ad un’avversione generale per le società occidentali, condita da simpatie per i tiranni mediorientali e l’integralismo islamico; ad una visione iperstatalista, paternalistica e autoritaria dei pubblici poteri. 

Ma soprattutto, il M5S è in Italia l’erede e il sostenitore più accanito di una ideologia “giustizialista”, moralista e puritana, che vede nei politici una potenziale banda di ladri, insiste in maniera ossessiva sull’“onestà” individuale come base della politica, supporta ed incoraggia un’azione repressiva della magistratura di stampo emergenzialista, irridendo totalmente i diritti e le garanzie individuali. 

Si tratta di pulsioni che si ritrovano, in varie forme e in varia misura, anche in altri movimenti radical-populisti europei, specie di area mediterranea (Spagna, Portogallo, Grecia), alimentate dal prolungarsi della grande crisi economico-finanziaria e dalla contrapposizione sempre più accentuata tra establishment globalista e spinte localistiche. Ma l’attrattiva sempre più trasversale dei 5 Stelle evidenzia come in Italia ormai posizioni simili – ed in particolare il sentimento giustizialista – siano diventate in qualche modo “senso comune”, e vengano accettate senza troppi problemi (e senza un vero dibattito) anche all’interno di settori dell’opinione pubblica che dovrebbero essere ad esse fieramente contrapposte. 

La verità è che l’Italia, un quarto di secolo dopo, per molti versi non è ancora uscita dalla “sindrome del 1992”. Il trauma rappresentato dalla rivoluzione per via giudiziaria di “Mani Pulite” e dalla drammatica transizione dalla prima alla seconda Repubblica non è stato ancora in gran parte compreso, metabolizzato e superato. Nonostante i successivi assestamenti del sistema poltiico, si può dire che quella ferita sia ancora sanguinante. Gran parte della società italiana e della sua classe dirigente è ancora preda di una insana tendenza al “nuovismo”: una generica, rancorosa, sommaria condanna dei partiti politici e un’adorazione istintiva per la “purezza” di chi è o si proclama fuori dal “teatrino” del potere, per chi viene da una “società civile” sempre considerata, chissà perché, come monda da ogni peccato. 

Sono sentimenti che in realtà anche i maggiori leader politici post-1992 hanno largamente assecondato e cavalcato: da Berlusconi a Prodi a Bossi a vari sindaci e governatori, per non dire dei “tecnici” e di innumerevoli tentativi meno fortunati. Lo stesso Renzi, da ultimo, ha costruito in parte la sua parabola politica sul mito “nuovista” (dandone la sua personale interpretazione, quella della “rottamazione”). Ma, come per i suoi predecessori, oggi quel mito gli si ritorce contro, giocando invece a favore degli ennesimi “puri più puri”, o “nuovi più nuovi” – nel caso dei grillini, più fedeli di altri all’eredità dell’antipolitica giustizialista – che cercano di epurare i potenti di turno. 

La ferita della rivoluzione “manipulitista” e dell’ossessione “nuovista” avrebbe potuto essere guarita in realtà soltanto da un nuovo, stabile assetto del quadro politico-istituzionale, che conducesse ad una selezione efficace del personale politico e ad un’alternanza di governo fondata su adeguate responsabilità decisionali. E, sul piano della politica economica, da un radicale smantellamento dell’apparato corporativo-clientelare fondato sull’ipertrofica spesa pubblica italiana in favore di una sana competizione che facesse emergere le forze vive del paese. 

I pallidi tentativi succedutisi in tali direzioni negli ultimi 25 anni (le privatizzazioni di Amato e Ciampi, la bicamerale Berlusconi/D’Alema, la riforma del Titolo V della Costituzione da parte del centrosinistra nel 2000, la riforma costituzionale del centrodestra nel 2005) sono falliti, o hanno prodotto degli esiti molto lontani dai loro obiettivi originari. 

Dopo le elezioni del 2013 (e sotto lo choc della prepotente affermazione dei 5 Stelle) i governi Letta e Renzi hanno ripreso l’annoso tema delle “riforme” economiche e istituzionali in un contesto di “larghe intese” con il centrodestra. Ma Renzi lo ha poi proseguito in una chiave assolutamente personalistica che non ha per nulla giovato ad esso. 

I risultati sono stati da un lato un deciso affievolimento dell’iniziale spinta liberalizzatrice, dall’altro una revisione costituzionale monca e unilaterale; che, combinata alla nuova legge elettorale con premio di maggioranza alla singola lista e liste bloccate, rischia di produrre non una democrazia più efficace, ma un sistema politico ancora più verticistico di quello in vigore. Addirittura, la revisione costituzionale ha finito col generare un inatteso effetto boomerang per il premier: catalizzando in un fronte unico tutti i più vari segmenti dell’opposizione, precedentemente tra loro scarsamente comunicanti. 

Ora la lettura dei risultati del 19 giugno come una vittoria del M5S e l’avanguardia di una “rottamazione” dello stesso renzismo rischia di spingere sia il Pd, sia il centrodestra a “grillizzarsi”, scimmiottando il populismo ritenuto vincente per recuperare consensi. 

Viceversa, quello che una classe politica responsabile – se ve ne fosse ancora (o nuovamente) una – dovrebbe fare è proprio il contrario. Una sinistra liberale e riformatrice con ambizioni di “partito della nazione” ed una destra liberale, popolare, conservatrice dovrebbero, ciascuna a suo modo, cercare di proporre agli elettori un modello radicalmente alternativo al cupo declinismo autoritario dei grillini: il modello di un paese vitale, che non disprezza la sua storia e la sua identità; che esalta l’iniziativa e la creatività individuale; che si apre al mercato e alla competizione, persegue lo sviluppo, la produttività e l’aumento della ricchezza; che concepisce le istituzioni politiche come un luogo aperto di confronto aperto – anche fortemente conflittuale – su scelte concrete, piuttosto che come la sede di un governo paternalistico dei “buoni”. 

Occorre insomma, nel centrodestra e nel centrosinistra (che non sono affatto morti, nonostante le loro evidenti difficoltà), la lucidità e il coraggio di superare una volta per tutte la maledizione dell’integralismo “nuovista” che da 25 anni aleggia sull’Italia, e come una zavorra le impedisce di risollevarsi.