C’è qualcuno che per fortuna riesce ancora a fare cultura senza ideologia
25 Maggio 2008
Il convegno internazionale di studi dedicato a “La Pira, Don Milani, Padre Balducci”, organizzato dal Circolo dei Liberi di Firenze e dalla Fondazione Magna Carta, svoltosi nella meravigliosa cornice di Palazzo Vecchio (Salone dè Dugento), è l’affermazione nitida di un metodo che in Italia non ha eguali. Una comunità di lavoro e di affetti che si muove lungo coordinate culturali, etiche, pubbliche e religiose attraverso la dinamica della ricerca appassionata della verità. Una laicità positiva, questa, che riecheggia i tratti documentati da Benedetto XVI durante il suo viaggio americano. Una laicità che verifica i dati storici, li mette a confronto, ascolta attivamente e tira delle conclusioni senza temere la chiarezza e il nitore del giudizio intellettuale.
In Italia non vi è niente di simile. In Europa si trova qualcosa di analogo soltanto nell’area anglosassone. Questo dato, emerso in modo quasi esuberante, vitalistico, dunque suggestivo e affascinante, produce una modalità di approccio alle grandi questioni del nostro tempo che spariglia le logore carte del politicamente corretto senza indulgere nel cipiglio critico e nella vena reattiva e polemica.
La curvatura storica di un convegno di questo livello ha assorbito non poco del lavoro complessivo, sia sul piano dello scavo storiografico che su quello dell’organizzazione dei materiali e dell’evento. Il risultato è la prima documentazione apertamente non ideologica di una triade politico-culturale che aveva fatto di La Pira, don Milani e padre Balducci, la roccaforte del pensiero cattolico progressista e della deriva post-conciliare, oggi riletta con un taglio laico e post-ideologico.
Il nesso con la civiltà americana riapre l’orizzonte culturale e la partita politico-strategica sia sul versante del cattolicesimo rigorosamente rispettoso del magistero ecclesiastico sia sul versante laico non statolatrico e non anti-clericale. Novak ricorda le radici religiose e civili del cattolicesimo italiano e, con ciò, tira dritto fino all’America: una chiaroveggenza intellettuale non più censurabile. Quagliariello traccia le linee della modernità, squadernando la sintesi teorico-politica della crisi: la deriva post-conciliare ha chiuso l’orizzonte della modernizzazione politica e, aggiungo, culturale. Perché il Moderno è figlio della cristianità che si ricostituisce come forma aperta e struttura multidimensionale, razionale e teologica, sempre, a fronte delle crisi ricorrenti dell’età che si lascia alle spalle il Medioevo, ma senza trionfalismi. La modernità nella visione cattolica è un problema, nel senso etimologico di prò-blema, ciò che ci sta davanti e percuote le coscienze e la ragione.
Il cattolicesimo ha vissuto con la modernità ciò che Guardini e Del Noce hanno ben visto: una drammatica esperienza di discordia creativa. Nel senso che, come Balducci nei suoi esordi comprese per poi rigettare, errando, la modernità è costitutivamente risentita nei confronti della cristianità e su questa posizione costruisce un’ideologia del rifiuto. Il Grande rifiuto. La cristianità non accetta questo rifiuto, perché il criterio dell’incarnazione non lo permette, ma, nel contempo, sa perfettamente che l’evangelizzazione afferra anche il lato drammatico della libertà dell’uomo. Quagliariello, nell’ultima parte della sua relazione, appoggiandosi su Del Noce in una modalità e con una frequenza finora inusitate, fa un passo avanti e, stigmatizzando il progressismo cattolico di fatto rilancia la domanda: che ne è della libertà occidentale quando il cattolicesimo sedicente “moderno” è ciò che Del Noce descriveva, cioè un impasto di azionismo mal digerito e di fede nella mondanità storica come secolarizzazione del provvidenzialismo metafisico-teologico? La disamina del prof. De Marco si interseca con questa domanda, che si impone oggi e ieri era considerata un fatto bruto, una mera constatazione.
Ecco, il convegno fiorentino trasforma il dato ideologico in problema. All’interno di una comunità scientifica e affettiva capace di raccogliere, anche metodologicamente, l’esito più radicale di quest’operazione. Il cattolicesimo è communio, come Balthasar e Ratzinger sanno da sempre, e l’ideologia ha proprio interrotto il canale comunicativo tra l’ontologia della communio, cioè la sua realtà come corpo ecclesiale e ratio condivisa, e la critica dei costumi e dei saperi della modernità. Affermando, ereticamente, un elemento come assoluto e intrascendibile. Rahner, alla fine dei suoi giorni, alla domanda cruciale se vi fossero eresie nella Chiesa moderna rispose positivamente.
Firenze ha accolto l’eresia semipelagiana di padre Balducci e il comunitarismo neo-ebraicizzante di don Milani, nel contesto di un’opera come quella di La Pira, il teorico della “vocazione sociale” del cattolicesimo e del “materialismo” cattolico come il “vero materialismo”, fondato sull’incarnazione del Dio fattosi carne. Uno spaccato teologico presente anche nella grande opera del padre gesuita De Lubac. Il Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, nel suo intervento, ha posto l’accento su questo aspetto, inscrivendo l’itinerario del percorso intellettuale laico svoltosi nel convegno nel cuore del mutamento del discorso pubblico. La ricerca della verità, accompagnata da un apparente sradicamento che non sconvolge l’intero contesto antropologico contemporaneo, riapre la questione dell’uomo e del senso del suo itinerario: homo viator. Bondi riecheggia e riascolta il magistero di Giovanni Paolo II, intrecciando il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona con la dottrina sociale della Chiesa.
Mounier si spinse fino ad interpretare l’avventura del pensiero come il “tour de force dell’infinito”. Così è anche la vita. Nella communio laica di Magna Carta questa evidenza è diventata metodo.
