Avete mai provato a spiegare Veltroni a un francese?

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Avete mai provato a spiegare Veltroni a un francese?

08 Aprile 2008

Spiegare Veltroni a un francese.
Doveva accadere anche questo. Il fatto è che, tramite di Marc Lazar amico e
collega di Science Po di Parigi, una gentile giornalista di “Le Monde” nei giorni scorsi
mi ha chiesto di fare una chiacchierata sul leader del Pd. L’appuntamento è in
fondazione alle 11. Mi chiede un giudizio. Cerco di tenermi sull’oggettivo,
sciorinando vizi e virtù. Infine, le dico che Veltroni mi sembra privo di ancoraggi.
Che la politica è durata e che questa caratteristica, alla lunga,
inevitabilmente si evidenzia. Gli racconto di Crozza e della battuta di
Berlusconi su “Walterino sette doppiezze”. Ci metto un po’ a spiegarmi. Ma
quando la mia interlocutrice capisce, la sua critica sembra ben più erosiva
della mia. Vuol sapere perché ha rotto con i socialisti e non si dice
socialdemocratico. Perché non prende posizione sui temi etici in senso
schiettamente progressista. Perché si dice “un democratico americano”. E cosa
voglia dire quella definizione qui da noi in Continente. Insomma un fuoco di
fila dal quale emerge lo sgomento di una benpensante della sinistra europea di
fronte a questo strano animale politico nostrano. Ci manca poco che mi si metta
a piangere sulla spalla sconsolata. E che io mi trasformi, senza volerlo, in un
avvocato difensore o, peggio, nello psicoterapeuta in grado di decodificare i
tormenti del “giovane Walter”.

L’occasione per riappropriarmi di un’identità
mi viene offerta subito dopo da un incontro animato da Suad Sbai al Circolo culturale Averroé. La strada dove si trova il circolo è tutta un programma: via della
polveriera! Ci arrivo con difficoltà, trasportato da uno strano taxista che si
rifiuta di consultare lo stradario (mi dice che è roba di sinistra!) e chiede
ansiosamente informazioni ai pedoni, beccando per di più quasi tutti turisti. Come
Dio vuole, arriviamo. In programma c’è un incontro dei diversi presidenti delle
comunità immigrate, con Fini, Mantovano e me. Il lieve ritardo non mi impedisce
di ascoltare dai nostri interlocutori analisi sull’integrazione, la
prevenzione, la cittadinanza piene di buon senso e pragmatismo, prive di ogni concessione alla retorica e
all’ideologia. Il pensiero va alla gentile
giornalista francese lasciata pochi minuti prima: se avesse ascoltato
ragionamenti dei rappresentanti di comunità
immigrate che denunziano come un incubo qualsiasi forma di
multiculturalismo non avrebbe capito più nulla. Avrebbe probabilmente pensato che
l’Italia è un Paese capovolto, dove tutti si divertono a fare la parte
dell’altro!

E’ l’ultima tappa, però, quella che mi
riconcilia definitivamente con le radici. Parto per Bari, la città dove sono
cresciuto e dove ancor oggi risiede la maggior parte della mia famiglia. Ci
vado in aereo con Elisabetta Gardini e Alfredo Mantovano, con i quali debbo
intervenire all’ennesima manifestazione sulla biopolitica: l’ultima della serie.
All’arrivo trovo mio nipote Enrico, militante in erba del PdL, e Gennaro
Racanelli, un amico dei tempi del liceo che non vedo da 30 anni, ora dirigente
di Forza Italia a Sannicandro di Bari. Un brivido d’emozione mi percorre la
schiena. Non so perché, ma il ricordo va a quando Gennaro simulò una crisi
epilettica per piegare le resistenze del professore di storia e filosofia che
aveva intenzione di rimandarlo. E poi a quando, all’uscita dalla maturità, dichiarò al giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno che non gliene
fregava niente del diploma, perché lui aveva uno zio in America dal quale si
sarebbe recato per fare fortuna. Il giorno dopo il giornale titolava su di lui
a sette colonne “C’è ancora chi si affida allo zio d’America”, provocando
l’indignazione dei genitori per quella millantata fuga lontano dalla famiglia.

Il mio Amarcord continua per le ore
seguenti. Passo da casa a salutare mia mamma e poi, nell’albergo dove si svolge
la manifestazione, è tutto un “ti ricordi di me..?”. Io dico sempre di si. In vero,
mi ricordo una volta su quattro. E quando è questo il caso, mi spavento anche
un po’. Il tempo, quasi sempre, è stato inclemente. Loro penseranno lo stesso
di me. Forse, però, nel cuore è rimasto ancora un po’ di spazio per l’illusione
di quel tempo. Ed è per questo, in fondo, che oggi siamo qui.

Assolvo anche all’ultimo debito con
le radici. Al trullo che posseggo vicino Bari c’è un marmista che si chiama
Angelo, intelligentissimo amico di famiglia che segue un po’ le nostre cose e
l’estate è inseparabile amico nei giochi di carte. Anche lui, da sempre, è di
Forza Italia e questo fatto mio padre, che gli voleva un gran bene, non
riusciva a sopportarlo. Il 13 e 14 si dà il caso che a Locorotondo – comune che
ricomprende il trullo – si voti anche per il sindaco. Angelo c’è rimasto un po’
male perché il candidato di Forza Italia non l’ha contattato. E’ un amico. Io ho
provato più volte a sentirlo per dirglielo, ma senza successo. E questo è stato
un piccolo cruccio che mi sono trascinato dietro per tutta la campagna. Oggi
a Bari me l’ha ricordato ma questa volta ci sono riuscito: “Antonio, ti prego,
fatti sentire da Angelo. Se lo merita. E poi, sennò, quest’estate come facciamo
per lo scopone?”. Ricevo ampie assicurazioni e riparto col cuore in pace: dopo
Napoli, Bari e Angelo ogni debito con le radici è saldato. Posso tornare in
Toscana per il gran finale.

Sono stanco. Il viaggio in aereo non
è privo di qualche turbolenza. Elisabetta Gardini è un po’ inquieta. A
differenza di Sandro Bondi prende l’aereo, ma con difficoltà: se Sandro è un
uomo dell’Ottocento di quelli che facevano le traversate oceaniche in nave, Elisabetta
è una donna della seconda metà del XIX secolo! Stiamo per scendere quando mi
dice: “ho intravisto il comandante dell’aereo. Mi sembra sia Berlusconi!”. Di
un tratto comprendo che c’è chi è più stanco di me. Mi consolo.

Diario di un candidato