Poveri italiani, prede di spie e delatori, perchè nulla cambi
07 Luglio 2008
La situazione è ormai divenuta insostenbile. L’Italia precipita ogni giorno di più verso una sorta di voyerismo istituzionale e di massa. Non passa giorno senza che nella lettura dei giornali ci si imbatta in dati, elenchi, intercettazioni telefoniche, conversazioni private, utilizzate in modo torbido per costruire strategie di potere e, per il grande pubblico, utili al più per soddisfare la curiosità morbosa verso il potente di turno o sperare di trovare qualche elemento per consumare la propria privata “vendetta” verso il vicino di casa antipatico, il collega raccomandato o il rivale in amore.
L’esempio più clamoroso di questa deriva sono naturalmente le intercettazioni telefoniche: una piaga talmente diffusa e consolidata che sembra assai poco probabile che si riesca veramente a porvi rimedio. Al massimo si riesce a raggiungere un consenso sul fatto che non si debbano pubblicare le intercettazioni di chi “non c’entra nulla”. Il che è evidentemente scontato. Occorre però ribadire che non dovrebbero essere pubblicate neanche le intercettazioni di che “c’entra” fino a che si tratta di atti coperti dal segreto istruttorio. In un sistema giudiziario civile la pubblicità caratterizza la fase del processo e non certamente quella delle indagini, che sono viceversa coperte da riservatezza. A tutela delle indagini stese e a tutela anche dell’indagato il quale ha diritto a non essere esposto al pubblico ludibrio prima che il quadro accusatorio sia completato e sia giudicato idoneo da un giudice che rinvia a giudizio l’imputato.
E così pubblici ministeri che non fanno più indagini, giornalisti che non fanno più inchieste hanno edificato quel circolo mediatico giudiziario che impazza in Italia ormai da oltre vent’anni che oltre ad inquinare la vita pubblica finisce per sortire effetti paradossali. Invece di sollevare la mitica “rivolta morale” evocata dai giustizialisti di ogni epoca, si rischia di deprimere ulteriormente il (già bassino) livello di moralità pubblica dei nostri concittadini. Se per una parte in un’insulsa soap opera in favore di un’insulsa attricetta si mobilita addirittura il Presidente del Consiglio, allora va bene ogni scorrettezza, ogni raccomandazione, ogni spintarella!
Ma l’esempio della premiata ditta “Magistrati affetti da delirio di protagonismo & Giornalisti affetti da pigrizia e incapacità professionale" ha contagiato anche i pubblici poteri, i quali spesso credono che basti sbattere sulla rete centinaia, migliaia, milioni di dati per realizzare quelle riforme che hanno annunciato e non riescono ad attuare. A dare il primo esempio è stato l’ineffabile Ministro Visco che come cadeau di fine mandato ha offerto la diffusione via internet delle denunce dei redditi di tutti gli italiani. Una scelta che oltre a sollevare forti dubbi di legittimità al punto da imporre un repentino ritiro (quando però i buoi erano già scappati) è apparso anche del tutto inopportuno sul piano del merito. Ma evidentemente i veri obiettivi del Ministro erano da un lato ad eccitare l’invidia sociale verso chi denuncia redditi alti e dall’altro invitare alla delazione di massa verso chi denuncia redditi bassi.
Prospettiva politica opposta ma metodi analoghi sta seguendo anche l’immaginifico Ministro Brunetta che evidentemente spera di realizzare via internet la riforma della burocrazia. E così dopo aver “imposto” la consensuale pubblicazione degli stipendi dei dirigenti del suo dipartimento ha messo on line anche il noiosissimo, elenco delle consulenze degli enti pubblici.
Si tratta di iniziative dubbie non solo e non tanto perché lesive del diritto alla riservatezza ma soprattutto perché destinate al fallimento. Il rischio, infatti, è che una volta soddisfatta la “fame” di riforme gettando alla belva l’osso del pettegolezzo, si finisca per sviare l’attenzione dal vero obiettivo. Il problema non è sapere se il macellaio sotto casa evade le tasse, o conoscere il nome e l’importo delle centinaia di migliaia di consulenze degli enti pubblici o lo stipendio di ciascun direttore generale ma è, cosa assai più difficile, introdurre riforme vere che realizzino un sistema fiscale equo che riduca a livelli fisiologici l’evasione fiscale, che consentano di ricondurre allo stretto indispensabile il ricorso alle consulenze ovvero riconoscano ai dirigenti pubblici stipendi elevati solo se collegati veramente al conseguimento di obiettivi di eccellenza.
Del resto, occorre sempre ricordare come la pubblicazione dei dati sia operazione assai delicata perché facilmente manipolabile: veniva ad esempio da sorridere leggendo i dati sugli stipendi dei dirigenti che il Ministro degli Esteri ha pubblicato sul proprio sito, accogliendo (sinora unico) l’invito del Ministro Brunetta. Dati dai quali emerge che un ambasciatore di prima classe prende un stipendio che può essere anche più basso di quello di un collega dirigente della Funzione pubblica.
In un ben libro di qualche anno fa, Piero Melograni identificava nell’interesse alla riservatezza uno degli elementi di distinzione fra società arcaiche e società moderne. Ma in ballo non è solo il profilo della tutela della privacy (che pure assume una delicatezza tutta particolare nella società dell’informazione).
Il rischio vero è che attraverso una malintesa ricerca della Glasnost, si finisca solo per edificare un sistema a metà fra il Panopticon, la prigione trasparente di Jeremy Bentham e il regime basato sulla delazione e lo spionaggio narrato in 1984, il romanzo metafora del totalitarismo di Gorge Orwell, senza fare un millimetro nella direzione della riforma dello Stato e della burocrazia!
