Nella lettera pubblicata nel libello appena uscito di Gian Carlo Ferretti, "La lunga corsa del Gattopardo", si possono leggere in presa diretta le parole con cui Elio Vittorini respinge al mittente il dattiloscritto: “Egregio Tomasi, il suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, piuttosto vecchiotto, da fine ottocento, il suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica, come nel cap.V, forse il più convincente di tutto il romanzo. Tuttavia, devo dirle la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che questo squilibrio sia dovuto a due interessi, saggistico (storia, sociologia, ecc…) e narrativo, che si incontrano e si scontrano nel libro con prevalenza, in gran parte, del primo sul secondo. Per più d’una buona metà, ad esempio, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere le giornate del giovin signore siciliano… mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato. Voglio dire che seguendo passo passo il filo della storia di Don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del Principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca. E in questo senso, per la verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di Don Fabrizio Salina col nipote garibaldino Tancredi o col rappresentante della nuova classe in ascesa, Don Calogero Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia di Sedara ecc… Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare rilevi meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico-sociologico del romanzo…”. Un po’ di righe più avanti la chiusa, con la spiegazione dell’impossibilità da parte di Vittorini di accoglierlo nei Gettoni einaudiani che in quel momento dirigeva.
Ma la questione del niet al libro del principe (è noto che uscì solo dopo la scomparsa del suo autore, da Feltrinelli, fortissimamente voluto da Giorgio Bassani che allora lavorava per l’editore milanese) è ben più complessa. Innanzitutto non riguarda solo il versante Einaudi, da cui la lettera dello scrittore-editor siracusano, ma soprattutto concerne l’altro e ben più rilevante rifiuto, sempre firmato Vittorini, che il manoscritto del maturo aristocratico dovette subire da parte della Mondadori. Ferretti scrive che in fondo quel “no” non fu davvero tale. Anzi. Vittorini, per quanto non entusiasta del testo (non apparteneva al filone sperimentale che gli piaceva), ne aveva intuito le potenzialità “commerciale” e quindi aveva suggerito un atteggiamento di attesa, un “no” problematico. A fare il pasticcio, dunque, la burocrazia mondadoriana che trasforma quel forse in un rigetto secco. A peggiorare il tutto, le polemiche seguite al boom del romanzo, il primo vero best seller nazionale. Nel mirino in particolare un’intervista in cui Vittorini calca la mano contro Tomasi e accusa il libro di passatismo, ergo di essere di destra.
Le repliche, naturalmente, non si fanno attendere. Bassani eccetera, ma il colpo di grazia arriva, all’inizio del 1960 (il romanzo era uscito poco più di un anno prima) per mano di Luis Aragon, bardo dell’impegno transalpino, che lo definisce semplicemente “uno dei grandi romanzi di questo secolo”. Quanto alle questione destra e/o sinistra, la ritiene malposta, mostrando orrore per i termini engagè e dégagé. Il pezzo esce prima in Francia ed è tempestivamente riprodotto dall’ufficiale Rinascita, diretta da Palmiro Togliatti, che mette così la parola fine a un querelle che stava diventando imbarazzante, considerato l’eccezionale successo, non solo nazionale, del Gattopardo.
Gian Carlo Ferretti, La lunga corsa del Gattopardo, Aragno, pp. 86, € 10,00