Il clan Jackson mette in crisi Obama su Israele e crisi finanziaria

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Il clan Jackson mette in crisi Obama su Israele e crisi finanziaria

18 Ottobre 2008

Quelli come Jesse Jackson devono parlare a ogni costo. Il reverendo nero, ex candidato (sempre trombato) alla Casa Bianca, è convinto di voler aiutare Barack Obama. Così convinto che l’altro giorno s’è inventato questa frase: «Quando Barack vincerà, gli Stati Uniti si libereranno del controllo sionista, che per decenni ha condizionato la politica americana».

Jackson non è un amico di Israele e non lo è mai stato e credendo di aiutare Obama non sa neanche quanto possa averlo danneggiato. Perché il senatore dell’Illinois se vuole aumentare la sua credibilità deve affrancarsi da certi personaggi. E Barack l’ha fatto: ha preso subito le distanze dalla dichiarazione del reverendo, così come aveva fatto con il deputato della Georgia John Lewis, esponente del movimento dei diritti  civili, secondo cui John McCain «semina l’odio» contro Barack Obama. 

Jackson evidentemente conosce poco la campagna del candidato democratico visto che Obama ha più volte detto di essere amico di Israele, visto che l’associazione dei giovani ebrei americani ha fatto un endorsement per lui, visto che tra le priorità della sua politica estera ci sarà quella della sicurezza di Israele. 

Il problema è che il reverendo Jesse è un personaggio pericoloso per Obama: controlla una fetta del movimento per i diritti civili e ha «piazzato» suo figlio al Congresso. Un figlio che ha già dato filo da torcere al candidato democratico. È successo quando la Camera dei rappresentanti ha votato no al piano Paulson per il salvataggio delle banche americane. «Siamo passati dal New Deal di Roosevelt al Quick Deal di Bush», ha detto nell’intervento alla Camera dei Rappresentanti, dove siede dal 1995, novantunesimo afro-americano della storia eletto al Congresso. Pur lodando i miglioramenti inseriti nel decreto dai leader del suo partito, Jesse jr avrebbe voluto più aiuti alle famiglie che rischiano di perdere la casa e più incentivi per i consumatori. Un atteggiamento indipendente, che forse non ha fatto piacere a Barack Obama. 

Ma il «clan» Jackson ha anche altre incognite. Perché Jesse bisogna trattarlo con le pinze: è amico di Jeremiah Wright, il reverendo che ha già imbarazzato Obama con i suoi sermoni anti-americani. Così Barack non può sbilanciarsi più di tanto, deve fare l’equilibrista, deve bacchettare, ma non troppo. Altrimenti Jesse potrebbe rivelare altre brillanti operazioni fatte da Wright: tutto finirebbe per danneggiare Obama. 

Su Israele, però, non ci si può far mettere i piedi in testa. Il senatore dell’Illinois lo sa ed è per questo che ha immediatamente preso le distanze. Lo fa perché ci crede e per non smentire se stesso. Nonostante la sua nota posizione sull’Iraq, già all’epoca dell’ultima guerra in Libano, Obama fece capire da che parte sta in Medio Oriente: “Israele aveva il diritto di difendersi”. La pensa ancora così.