Bush ha vinto la guerra ma con Obama l’Iraq rischia il fallimento

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Bush ha vinto la guerra ma con Obama l’Iraq rischia il fallimento

28 Novembre 2008

Quando il nuovo presidente americano nel gennaio 2009 si insedierà alla Casa Bianca, in Iraq si terranno le elezioni amministrative, tappa fondamentale per dimostrare se quel disgraziato paese avrà raggiunto un livello accettabile di democrazia e sicurezza o, al contrario, la nuova tornata elettorale rappresenterà un’ulteriore passo verso la disgregazione. Obama allora non avrà un compito facile; al neo eletto spetterà la decisione grave di metter fine al conflitto, una guerra non sua e da lui fortemente osteggiata. Ma non sarà una scelta semplice rispettare le promesse fatte il 20 novembre 2006 al Chicago Council on Global Affairs, quando dichiarò che l’Iraq “stava precipitando verso il caos” e che l’unica soluzione consisteva in un ritiro rapido delle truppe americane.

Due anni dopo, le cose stanno diversamente: sul campo è innegabile la vittoria della surge voluta da Bush, Mc Cain e Petraeus; da allora, le violenze sono calate dell’80 per cento. Così negli ultimi due anni le intenzioni originarie del presidente Obama hanno dovuto riadattarsi alla realtà dei fatti e nel suo programma elettorale si può leggere l’ormai celebre piano “Obama-Biden” sull’Iraq, molto, ma molto differente dalle dichiarazioni iniziali. La nuova missione dell’esercito americano consiste nel “finire la guerra” (non vincerla!) che significa: restituire la piana sovranità ad un paese che non è più sull’orlo del baratro; ridurre le truppe in sedici mesi, e quindi, nell’estate del 2010, lasciare una “forza residua” allo scopo di combattere al Qaida e proteggere il personale americano; addestrare l’esercito e la polizia irachena fino a quando non sarà raggiunto il fine della riconciliazione nazionale e le violenze settarie saranno cessate. La permanenza militare, inoltre, sarà temporanea, perché gli Stati Uniti non vogliono mantenere nessuna base.

Si può discutere della giustezza degli obiettivi, della capacità da parte della nuova amministrazione di afferrare la realtà geopolitica all’infinito, ma si rimarrebbe sempre su un piano astratto. L’aspetto più importante della questione sta infatti nella possibilità di percorrere in concreto la strada disegnata e, per valutare le chance di realizzazione, non c’è niente di meglio che analizzare le motivazioni addotte a giustificazione del nuovo percorso. Il piano Obama-Biden parte, dopo aver denunciato con frasi di propaganda il fallimento della politica di Bush, dalla constatazione che vittoria e pace si raggiungono solo attraverso “una reale soluzione politica” e che “non vi può essere nessuna soluzione militare alle differenze politiche irachene”. Gli Stati Uniti, e Bush, ancora non sono riusciti a operare una “pressione” sufficiente affinché il governo di Baghdad si assuma le proprie responsabilità per il futuro, andando nella direzione della riappacificazione e facendosi carico della ricostruzione grazie anche all’enorme rendita derivante dal petrolio.

Il fissare da parte del potentissimo alleato americano una data per il ritiro assume il significato di un avvertimento al governo di Maliki, costringendolo, nelle intenzioni di Obama, verso quei “compromessi politici” necessari al raggiungimento degli obiettivi strategici quali la ripartizione delle rendite petrolifere, il federalismo, l’assetto di Kirkuk, l’organizzazione delle forze di sicurezza in modo da riuscire a  “mettere ordine a casa propria” (sic). Un altro passaggio importante per raggiungere la stabilità dell’Iraq è coinvolgere i paesi vicini “compreso Iran e Siria”. Si deve a un think thank democratico di Washington, il Center for American Progress, l’elaborazione  di una tale visione enunciata nel settembre di quest’anno nel documento “Iraq’s Political Transition After the Surge”.

Il piano di pace di Obama quindi parte da un presupposto, da una valutazione precisa sul comportamento della leadership di Maliki e del suo governo. Il premier iracheno è inaffidabile e ha usato la certezza della copertura USA per rafforzare la sua posizione, concedendo il minimo possibile. E’ lui infatti il vero vincitore politico della surge! Rappresentante sconosciuto del Dawa, secondo partito scita dopo lo SCIRI, in questo anno si è saputo muovere con maestria prima appoggiando la surge contro i sunniti di al Qaida e favorendo la tregua degli dell’esercito del Mahdi, poi lanciando in modo autonomo dagli americani il ripulisti a Bassora, operando certamente contro la criminalità organizzata della città, ma anche contro le milizie degli altri partiti sciti avversari e adesso cercando di ridurre il potere del potente alleato curdo.

Ora Maliki può contare per lo meno su tre carte che è in grado di giocare a seconda della situazione: innanzitutto sull’esercito, con i quadri ufficiali in maggioranza sciti, rafforzato enormemente sia in qualità che in quantità, e sugli apparati dello stato centrale occupati dai suoi correligionari; in secondo luogo, ecco l’appello nazionalistico super partes e in ultimo, come carta di riserva se le cose si mettessero male, può fare affidamento sul potente e minaccioso alleato iraniano. Maliki ha a disposizione quindi strategie diverse; quello che è certo è che uno dei risultati inattesi della surge è stato il rafforzamento politico del premier, divenuto, almeno apparentemente, un “uomo forte” che ha utilizzato l’offensiva americana non per andare verso la riconciliazione nazionale, ma per rafforzare la sua settaria leadership personale.

L’accusa del think thank democratico è bruciante: gli Stati Uniti invece di essere attori protagonisti, se non burattinai, hanno svolto il ruolo di giocatori per procura, dimenticando che in Iraq la violenza non è alternativa alla politica, ma uno dei mezzi della politica. La surge, migliorando la sicurezza, ha prodotto non la riconciliazione nazionale, ma un rafforzamento di una delle parti che governa non applicando la legge, ma al di là della legge. “La politica statunitense in Iraq non ha sistematicamente considerato i rapporti tra sicurezza e dinamiche politiche… (avvallando, ndr) la falsa assunzione che l’incremento della sicurezza avrebbe fatto fare progressi alla transizione politica in Iraq”.

In pratica, ancora una volta gli americani avrebbero peccato di hybris e di ignoranza, sopravvalutando la propria forza e non conoscendo appieno il complesso panorama medio orientale. A riprova di quanto detto, il report cita la disgregazione della maggioranza di governo e le linee di faglia rappresentate dalle note questioni riguardo il rapporto tra etnie che si riverberano su ogni questione attualmente aperta. In primo luogo quella istituzionale – stato centralizzato, federalismo territoriale o etnico – per passare alla questione di Kirkuk – che vede una lotta aspra tra curdi e arabi con sciti e sunniti questa volta alleati – e della modalità di ripartizione delle rendite petrolifere tra etnie da una parte e tra stato centrale e regioni, dall’altra.

Ma la questione etnica coinvolge anche i rapporti con gli stati vicini: non c’è nessuno che non veda come i rapporti interni tra gruppi etnici non aprano anche altri fronti con la Turchia, la Siria, l’Arabia Saudita e l’Iran. Due sono le grandi paure degli Stati Uniti: una guerra civile che significherebbe la disgregazione dell’Iraq, ipotesi per ora evitata grazie all’impegno di Bush e Petraeus, e l’istaurarsi di un regime teocratico scita filo iraniano a Bagdad. Se alla passata amministrazione è toccato il fardello della sconfitta di Al Qaida, Obama ha il compito di impedire che il nuovo Iraq fallisca, magari coinvolgendo il pericoloso vicino in un grande bargain che riconosca il ruolo regionale di Teheran e comprenda Afghanistan, Libano, Iraq, petrolio, sviluppo economico e, dulcis in fundo, nucleare. Questo è la conclusione dei nuovi strateghi del Pentagono.