Per le imprese italiane si aprono nuovi canali commerciali
07 Novembre 2008
Il duo Scajola/Urso funziona come un pacchetto di mischia ben assortito e attacca prima di ritrovarsi scoperto in difesa. Il ministro Scajola è stato in missione in Vietnam per sondare il terreno ed aprire canali commerciali alle nostre imprese. Anche se le difficoltà, sul nostro terreno, quello europeo, non sono poche.
Infatti i dazi sull’importazione di scarpe in cuoio da Cina e Vietnam, introdotti nel 2006 dall’Unione europea e in scadenza questo mese, sono stati prorogati fino a quando non si concluderà la procedura in corso di valutazione sulla loro necessità. Restano quindi in vigore le misure decise per proteggere la produzione europea due anni fa: si tratta del 19,4% per la Cina e del 16,8% per il Vietnam.
L’Italia ha giocato un ruolo di primo piano durante la fase di adesione del VietNam all’OMC nel 2007: attraverso il MAE (Cooperazione allo Sviluppo) il nostro Paese ha fornito assistenza tecnica al Vietnam al fine di aiutare il Paese asiatico a conformarsi meglio alle regole ed agli standards previsti dagli Accordi OMC, quali attività di formazione sul diritto OMC per funzionari governativi, programma di ricerca in loco sul regime dei sussidi e aiuti di Stato, ecc.). Il Vietnam si è impegnato ad aprire progressivamente il mercato alle importazioni di beni e servizi e a modificare la disciplina cui sono sottoposti gli investimenti stranieri. Lo stesso Protocollo di adesione all’OMC ha indicato anche i periodi di transizione concessi per allinearsi con le norme OMC. La bilancia commerciale italo-vietnamita, di modeste dimensioni e costantemente passiva per il nostro Paese, a partire dal 2006 mostra un’inversione di tendenza per le nostre esportazioni che, nel 2007 sono tornate a crescere segnando un aumento del 71,6% rispetto all’anno precedente. I dati mostrano che le importazioni di merci dal Vietnam in Italia sono passate da 608 a 695 milioni di euro tra il 2006 e il 2007 con un incremento, dunque, del 14,3%.
La maggioranza degli Stati dell’Unione europea (15 su 27) si sono dichiarati, circa un mese fa, contro il mantenimento di queste misure, prese per contrastare gli effetti negativi delle pratiche di dumping, cioè la vendita a prezzi inferiori dei costi di produzione, garantita da sovvenzioni pubbliche che sono illegali. Malgrado quest’opinione negativa, espressa soprattutto dai Paesi del Nord Europa che non producono scarpe, la Commissione europea ha l’obbligo legale di lanciare la procedura di valutazione. Questo garantisce per il momento il mantenimento dei dazi, almeno per un periodo di altri 12-15 mesi, quanto durerà cioè l’investigazione delle competenti autorità europee.
Nel marzo 2006, la Commissione europea, in base a una richiesta dell’industria calzaturiera che si protraeva da tempo, aveva introdotto i dazi per contrastare la crescita esponenziale delle importazioni di calzature in cuoio da Cina e Vietnam, vendute sottocosto sul mercato europeo. In realtà, il livello dei dazi era stato considerato piuttosto insufficiente dai produttori stessi, ma il loro livello era il risultato di un negoziato molto difficile nell’Ue tra i Paesi produttori (tra cui l’Italia) e gli importatori. Gli aiuti concessi dai Governi di Cina e Vietnam prendono la forma di finanziamenti agevolati alle imprese, esenzioni fiscali oppure di rendite estranee alle leggi di mercato. Queste si aggiungono ai vantaggi più “naturali” – e comunque regolari secondo le regole del commercio internazionale – di quelle economia: i minori costi del lavoro e delle materie prime. Parallelamente all’aumento delle importazioni in dumping, la produzione europea di calzature era diminuita di circa il 30% nel periodo 2001-2006, quando il settore perse circa 40.000 posti di lavoro in Europa. Sono ancora piuttosto esigui gli investimenti italiani in Vietnam, specialmente rispetto al livello dell’interscambio commerciale. Gli ostacoli principali ad una maggiore crescita degli scambi e degli investimenti italiani sono oggi da attribuire soprattutto alla distanza, culturale e geografica, tra il Vietnam e l’Italia, e alla scarsa conoscenza in Italia delle molte opportunità di affari presenti in questo mercato.
Gli investimenti mondiali in Vietnam sono, comunque, in crescita vertiginosa, mentre l’utilizzo delle opportunità offerte dalla Legge 100/91 è stato nullo. Il problema tuttavia non è legato alle caratteristiche dello strumento – che, dove utilizzato, si è sempre rivelato efficace, soprattutto per la possibilità che offre alle imprese di presentarsi all’estero con il “sostegno” dello Stato italiano – quanto piuttosto alla carenza di informazioni delle imprese italiane e alla riluttanza delle stesse ad investire all’estero.
