Pensavo fosse “cabina di regia” e invece era un calesse

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Pensavo fosse “cabina di regia” e invece era un calesse

09 Dicembre 2008

Galeotta fu un’intervista al Riformista. Ingenuamente l’avevo ritenuta persino banale. Vi sostenevo che quanto accaduto il 13 e il14 aprile ha, per la politica italiana, un significato rivoluzionario. Per la prima volta dal 1919, infatti, invece della tradizionale dialettica tra governo e Parlamento si è stabilito un continuum tra l’esecutivo e la sua maggioranza che, insieme, si confrontano con un’opposizione che si prospetta come “governo in attesa”. Interessata, per questo, a contrapporre le proprie proposte a quelle avanzate in Parlamento da governo e maggioranza intimamente alleate, e a cercare di dimostrare al Paese la loro preferibilità.

Aggiungevo che, in questo nuovo contesto, è fondamentale individuare dei luoghi nei quali governo e maggioranza parlamentare si confrontino. Perché non è credibile (e non è neppure sano) che questo nuovo rapporto tra poteri possa risolversi nel fatto che il governo proponga e i parlamentari si limitino a premere il bottone. A questo punto, a una domanda dell’intervistatore se ritenessi necessaria una “cabina di regia”, ho risposto che il termine mi sembrava un po’ retrò ma che, in ogni caso, al riparo da clamori e riflettori, governo e maggioranza dovessero trovare modi e luoghi nei quali parlare.

Temevo che Lapalisse si potesse rivoltare nella tomba. Invece no: la formula “cabina di regia”, per quanto da me evitata, ha avuto la forza di resuscitare vecchi fantasmi. Sin dalle prime ore di quel mattino nel quale l’intervista apparve, voci autorevoli mi hanno fatto notare che l’espressione porta male. In seguito, è stato un crescendo di permalose richieste d’abiura, quasi fossi un avvizzito partitocrate che intende far rivivere qualcosa che è finito per sempre.

Non è così. La richiesta che ho avanzato non c’entra un bel niente con le “cabine di regia” sia d’antica che di più recente memoria. Esse, infatti, erano ideate per ricercare impossibili pacificazioni all’interno di coalizioni rissose. Questa, invece, la si immagina e la si richiede proprio perché le coalizioni rissose non esistono più. Deve servire, piuttosto, a regolare il rapporto tra il premier e la sua maggioranza con reciproco vantaggio. A far sì che la maggioranza parlamentare trovi modo per offrire al premier (che è il suo “capo”) la forza per limitare eventuali pretese eccessive di questo o di quel ministro. E che, in cambio, il premier ascolti la sua maggioranza trasferendone umori e richieste nella sua azione di governo.

Questo rapporto ci è stato descritto circa centocinquanta anni fa da Walter Bagehot nella bibbia del governo di gabinetto. Ma ancora oggi funziona grosso modo così in tutti i moderni sistemi politici occidentali. Per questo, è fuorviante voler confinare la richiesta nel passato. Essa, invece, nasce proprio dalla volontà di lasciarsi definitivamente alle spalle i governi di coalizione, le estenuanti trattative, le infinite mediazioni tra partiti alleati. E guarda, piuttosto, al futuro. Alla necessità di secolarizzare ciò che gli elettori il 13 e 14 aprile, votando per due partiti tendenzialmente maggioritari, hanno inteso determinare e che fino ad oggi non ha trovato ancora alcuna conferma in atti istituzionalmente rilevanti.

Prima di sciupare un’occasione storica, però, prima che atteggiamenti pressappochisti o arroganti di questo o quel ministro possano suscitare nuove frammentazioni parlamentari invertendo la benefica tendenza bipartitica imposta dall’elettorato, per quanti ogni giorno hanno a che fare con i parlamentari di maggioranza è doveroso fare tutto ciò che è in loro potere. E se alcune formule possono apparire retrò e persino suscitare tristi ricordi, ne terremo conto. Invece di “cabina di regia” la chiameremo Andrea.