Per Benedetto XVI la Chiesa è la sentinella dei diritti umani
10 Dicembre 2008
Sessant’anni fa, il 10 dicembre del 1948, l’ONU emanava
Dopo i conflitti ottocenteschi, oggi
Aver messo sulla carta i Diritti umani è stato un fatto grandioso di civiltà, anzi di umanità. Non si tratta di diritti frutto di una cultura di parte, quella occidentale, si tratta di diritti della persona e la persona, prima ancora degli stessi diritti, è universale. E’ questo il punto focale su cui hanno sempre insistito i Pontefici nelle loro visite all’ONU: i diritti umani sono espressione della dignità della persona. Quando li si stacca dal loro fondamento e se ne fa qualcosa di convenzionale se ne limita la portata con grave pericolo per tutti. Prima di tutto il pericolo che deriva dalla loro frammentazione. I diritti umani sono indivisibili, si tengono insieme, si richiamano l’un l’altro, dato che, in fondo, sono un solo diritto: il diritto a vivere da uomini. Il diritto a poter rispondere ad una vocazione.
I diritti umani sono evidenti alla ragione e alla fede. Sono quindi un terreno di collaborazione tra credenti e non credenti. Essi sono sì dei contenuti, ma anche una via, un metodo per capirci l’un l’altro e convivere in pace. I diritti umani, disse Giovanni Paolo II all’ONU nel 1995, sono una “grammatica”. Moltissime persone hanno sofferto per i diritti dell’uomo e contributi alla loro illuminazione sono venuti da tante parti. Non si può dire chi ha fatto di più e chi di meno. Nella sofferenza c’è una incommensurabilità che non ci autorizza a fare graduatorie. Possiamo però dire che il cristianesimo è stato decisivo per la messa a fuoco della dignità della persona e, di conseguenza, per i diritti umani.
Lo è stato sia perché la rivelazione ha fornito da questo punto di vista una luce alla stessa ragione, che da sola non sarebbe giunta a cogliere così in profondità la dignità della persona, ma soprattutto perché il cristianesimo ha proposto la logica dell’amore prima e oltre la logica della ragione. I diritti umani si vedono con la ragione e si promuovono con la giustizia. Però la ragione senza la fede e la giustizia senza la carità fanno fatica a vederli e a soddisfarli. E’ per questo che
La commemorazione del 60mo anniversario della Dichiarazione dell’ONU del 1948 non sarebbe realistica se individuasse anche eventuali sue carenze, messe in luce da quanto è successo nel frattempo e specialmente in questi ultimi tempi. Nella Dichiarazione mancano due cose fondamentali: la definizione di “persona” e la definizione di “vita”. Nel 1948 si scelse la strada – bene illustrata da Jacques Maritain – di prescindere dalle questioni di principio e di affidarsi ad una razionalità pratica. Oggi non è più possibile attenersi a questo metodo. Le scoperte scientifiche e lo sviluppo tecnologico hanno chiarito molte cose e nello stesso tempo ci hanno posto davanti a nuove immani responsabilità. Oggi non è più possibile incontrarsi sul piano pratico della difesa della vita, per esempio, senza definire quando essa cominci e quando finisca e, soprattutto, cosa essa sia.
