I veleni sociali del pluralismo dimezzato
12 Dicembre 2008
I disordini che stanno interessando la Grecia, in questi giorni—rivolte nelle scuole, barricate, incendi di auto, devastazioni di alberghi etc.—dimostrano quanto in vaste regioni d’Europa la pianta della democrazia rappresentativa abbia fragili radici. E’ bastato al governo di centro-destra di Karamanlis proporre la revisione di un articolo illiberale della Costituzione che vieta le università non pubbliche –v. l’art. 16 che detta.< La fondazione d’istituti d’insegnamento universitario da parte di persone private è proibita.>–per scatenare proteste che, nell’era Internet, diventano sempre più globali. Come attestano l’occupazione del consolato greco a Berlino ,le dimostrazioni di piazza a Londra e come dimostreranno chissà quanti altri episodi nei prossimi giorni.
Per dirla col vecchio Guglielmo Ferrero, ai governi democratici in carica il voto del Parlamento e i risultati elettorali non garantiscono alcuna legittimità sostanziale ma, tutt’al più, una certa tolleranza in nome della ‘legalità’ : se sono stati scelti dal popolo, secondo le procedure previste, non resta che rassegnarsi. Di una legittimità che coincida con la legalità non se ne parla proprio eppure tale coincidenza, secondo Max Weber, definiva la natura dello Stato moderno e, in fondo, della stessa civiltà del diritto occidentale. Il fatto è che molte società europee non si sono mai ‘secolarizzate’ ovvero non hanno mai interiorizzato una concezione della politica come tavolo di compromesso, (<bargaining>), di interessi e di valori posti tutti sullo stesso piano. L’ideologia illuministica del progresso, pur benemerita per aver contribuito, assieme alla logica creativa e distruttiva insieme del mercato, allo smantellamento dell’Ancien Regime con le sue gerarchie, le sue tradizioni e le sue superstizioni, non è stata in grado di desacralizzare fino in fondo il conflitto sociale. All’Autorità del Passato ha sostituito l’Autorità della Ragione e, in tal modo, ha assegnato alla politica il compito di realizzare un modello di vita buona sempre più identificato con l’estensione dell’eguaglianza in tutti gli ambiti vitali. Di qui una delegittimazione etica che ha colpito più i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra: i primi non sono ‘riconosciuti’ perché sono quel che sono, i secondi sono criticati per quel che (non) fanno. Se gli studenti, gli anarchici, i gruppi antagonisti,il popolo delle sinistre in Grecia e altrove non fossero intimamente convinti che i conservatori al potere non hanno titoli (storici, morali, ideali) per governare, non affronterebbero impavidamente le cariche della polizia né si abbandonerebbero ad atti vandalici contro uomini e cose. Ad animarli non è una passione nichilistica, o meglio non è solo questa, bensì la forte convinzione che <le cose debbono cambiare>, che <il sistema non funziona> se ai nemici del popolo e del progresso è consentito accedere ai vertici dello Stato.
Nell’epoca che vede il pluralismo al vertice della piramide sociale dei valori, tale mentalità collettiva segna, paradossalmente, proprio la catalessi del pluralismo. Quest’ultimo, nelle scuole di ogni ordine e grado, nei mass media, nei programmi televisivi, sembra aver sostituito la retorica patriottarda d’antan e quella ‘socialista’ (in senso lato) di ieri ma, a ben riflettere, a differenza della patria e del socialismo, non è divenuto il <padrone del pensiero> (il <maitre-à-penser>), non è la guida che plasma le menti e accende l’immaginazione indirizzandole sui sentieri della virtù e di una nuova, rigeneratrice, identità etico-sociale ma è un servo di scena, un marchingegno predisposto per liquidare definitivamente il ‘mondo di ieri’. L’enfasi sulla ‘diversità’ e il relativismo culturale sono pugni nello stomaco della società borghese, un modo per mettere in crisi i suoi stili di vita, i suoi valori, i suoi costumi di casa: <Ciò che vi sembra ‘normale’,rileva ironicamente il pluralista che ha letto (male) Montaigne, <in realtà, è tale solo per voi, per altri può essere ‘irrazionale’ o comunque poco significativo!>. Come nel bellissimo film di Luis Bunuel, <Il fascino discreto della borghesia> , mangiare in compagnia e defecare in solitudine è tanto normale quanto il contrario. Un filosofo politico afroamericano, molto apprezzato nei salotti buoni dell’accademia italiana, in un suo recente saggio, ha fatto rilevare che la mutilazione genetica femminile, praticata in certi paesi islamici, è tanto razionale (o irrazionale) quanto l’abitudine di lavarsi spesso le mani, così diffusa in Occidente. E’ l’arsenico nel vino del decoro della rispettabilità borghese!
Il pluralismo ‘strumentale’, però, si ferma a metà strada: è un ‘pluralismo negativo’ confinato alla ‘pars destruens’, se non alla provocazione programmata (quanto piacerebbe agli ‘enragés’ dell’antioccidentalismo se davanti a ogni chiesa si potesse erigere una moschea per umiliare la pretesa cattolica e cristiana che l’unico Dio esistente sia quello della Bibbia e dei Vangeli!).
La ‘pars construens’– intesa come organizzazione istituzionale del rispetto della diversità in <tutte> le sue espressioni naturali e artificiali e, insieme, come imposizione di comuni regole di convivenza che impongono l’asportazione chirurgica degli aspetti aggressivi potenzialmente nascosti in ogni tipo di diversità–, si può esserne sicuri, non verrà mai alla luce giacché l’illuminismo latino e lo stesso cattolicesimo eurocontinentale hanno depositato nell’inconscio collettivo dei popoli un potente anticorpo ovvero l’idea che i valori ‘seri e pesanti’ siano quelli condivisi da—e imposti a—tutti. In altre parole, è la potenzialità drammatica che rende le scelte politiche degne di essere prese in considerazione e tale drammaticità è legata allo Stato, al monopolio degli strumenti di coercizione, al potere non condiviso con altri di produrre norme <erga omnes>. Se qualcosa è riconosciuto come bene, dev’esserlo per l’intera collettività e, pertanto deve poter imprimere il proprio marchio sulla sfera pubblica.. Senza l’ombra del patibolo o, meno drammaticamente, dei codici penali, tutto par diventare inconsistente, ‘leggero’, fungibile. Solo la prospettiva di venir consegnato al ‘braccio secolare’–al suo rogo, alle sue torture– agli occhi sia dell’eretico che dell’ortodosso, riveste di terribilità la differenza tra agostiniani e pelagiani, tra anglicani e presbiteriani.
Se si trattasse di meri ‘gusti teologici’, che comportano, tutt’al più, l’espulsione da una setta religiosa e, per converso, l’accoglimento da parte di un’altra, senza che nulla cambi nella ricca e complessa rete di relazioni sociali che fa di un massa dispersa di individui una comunità civile, le fedi religiose avrebbero un valore certo superiore a quello di una tifoseria, coinvolgendo l’anima e il suo destino, ma nessuna, per così dire, ‘carica esplosiva’. L’illuminista e il tradizionalista dell’Europa mediterranea non se ne appagano. Chi coltiva, ad esempio, l’utopia del comunismo, e vede nell’abolizione della proprietà privata e nella distribuzione egualitaria del prodotto sociale l’unico modo per assicurare la felicità al povero genere umano non sazierà la sua fame di giustizia finché tutti i suoi simili non siano stati arruolati per far calare dal cielo sulla terra il suo programma di redenzione sociale.
Se gli anglosassoni, che avevano nel sangue il vero pluralismo, quello liberale, potevano pensare, nell’Ottocento, di vincere nelle vaste solitudini del Nuovo Mondo, la scommessa della New Harmony e costruire una società corporativa perfetta—il ‘socialista utopista’ Robert Owen ci avrebbe rimesso 40.000 sterline!— sarebbe stato impossibile a un europeo del continente elaborare un progetto rivoluzionario senza la collaborazione e il coinvolgimento di tutti i suoi connazionali (e, alla lunga, di tutti gli abitanti del pianeta).<Nessun uomo è un’isola!>: ritagliarsi, nella società, spazi gratuiti e volontari per sperimentarvi nuovi tipi di relazioni sociali ed economiche sarebbe un ‘gioco’poco impegnativo e poco gratificante. Se non si rompe le scatole al prossimo, se non lo si educa a battersi per la trasformazione radicale dell’esistente che si ha in mente, <non c’è gusto>, si cade in uno stato di profonda frustrazione: <il gioco non vale la candela>.
Forse in tutto questo c’è l’incapacità di fondare i principi che danno senso alla vita sulla roccia di granito della propria coscienza. Il prodotto sublime dell’etica protestante è la convinzione incrollabile di procedere sui sentieri del dovere e di non poter fare altrimenti che seguire il proprio demone interiore, indipendentemente dalla condivisione del nostro agire: <tutti gli altri fanno e pensano così, io no!>. Nell’universo cattolico-illuministico, il non conformista radicale rischia di venir riguardato come un folle. Un’idea del buono, del giusto, del decoroso che non sia accettata da molti, se non da tutti, è fondata sulla sabbia: è la tessera di un mosaico che conta e vale solo se combinato con le migliaia di altre tessere. Un compito, quest’ultimo, che ,nella società postfeudale, finisce per essere assegnato al ‘potere temporale’, allo Stato, sotto la guida dei ‘migliori’—gli intellettuali della tradizione o gli intellettuali della Ragione, la destra o la sinistra—che sanno con sicurezza da che parte soffia il vento della Storia o ciò che prescrivono Dio o la Natura.
Questa <forma mentis>, così diffusa nella subcultura antagonista ma non estranea all’ideologia sempre verde delle <riforme di struttura>, se ne sia consapevoli o meno, è la tomba del pluralismo. La tesi che intendo sostenere è che, divenuto oggi la cifra alta della political culture , specie in Italia, il pluralismo è sempre simile alla cavalleria saracena di Federico II, che aiuta l’imperatore svevo a debellare le popolazioni e i feudatari ostili ma si ritira discretamente dentro le mura del castello di Lucera, nel momento di edificare il <novus ordo seculorum>.
