Il Nord si divide tra chi sta con Tettamanzi e chi con Poletto

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Il Nord si divide tra chi sta con Tettamanzi e chi con Poletto

02 Febbraio 2009

 

Con occhio particolarmente acuto Jacopo Tondelli sul Corriere dell’Economia ha colto l’emergere di un confronto molto articolato, ormai sempre più evidente ma non ancora affrontato pubblicamente, tra il vescovo di Torino e quello di Milano.

Secondo Tondelli il dissenso tra i due cardinali è sostanzialmente contenuto. Tra i due vi è innanzi tutto una comune, decisiva concezione del welfare. Le posizioni di Dionigi Tettamanzi sono note. Quelle di Severino Poletto vengono richiamate con questa sua frase: “Un principio basilare della dottrina sociale della Chiesa è questo: il capitale è per il lavoro e il lavoro è per l’uomo”.

Simili sarebbero anche le simpatie bancarie, tutte e due orientate verso Intesa San Paolo. Per la metà torinese Poletto, per la Fondazione Cariplo e il suo presidente Giuseppe Guzzetti, Tettamanzi.

Insomma, qualche divergenza si nota, ma al fondo c’è un’assoluta armonia tra le due curie.

Mi pare che questa analisi non sia del tutto corretta e sia molto ispirata – pur essendo Tondelli un giovane giornalista, credo laico – dal consistente gruppo di “martiniani” (il nome è tratto dall’ex vescovo di Milano Carlo Maria Martini) oggi passati a seguaci di Tettamanzi ben insediati in via Solferino.

Sarebbe strano che due eminenti esponenti della Chiesa non avessero posizioni in comune, innanzi tutto sulla dottrina sociale. Però quel che colpisce non sono le prese di posizione identiche dei due vescovi, bensì quelle difformi. L’uno che denuncia la richiesta della comunità islamica di issare minareti nell’Italia cristiana, l’altro che dialoga con il centro musulmano fondamentalista di viale Jenner anche dopo “l’invasione” di piazza del Duomo. Poletto, che si scontra con il governatore della sua Regione, Mercedes Bresso, che chiede alle strutture sottoposte al suo controllo di sospendere idratazione e nutrizione di Eluana Englaro, e si becca così l’insulto di “ayatollah”.

Tettamanzi, pur già severo teologo moralista e grande consigliere di Giovanni Paolo II sui temi bioetici, che non spende una parola per il governatore della sua Regione, Roberto Formigoni, impegnato (e insultato) in prima linea sul caso Englaro.

Altrettanto interessante è il versante politico-sociale delle dichiarazioni dei due cardinali. Tettamanzi è concentrato sul fare le pulci ai politici di centrodestra che governano Milano, le sue dichiarazioni hanno sempre come obiettivo questi politici. Poletto invece è capace di richiamare anche la società civile alle sue responsabilità: gli sventati che si oppongono all’Alta velocità così come i vertici della Fiat che per decenni hanno incassato aiuti pubblici senza darsi una strategia industriale veramente efficace.

La sensazione è che uno dei due vescovi si impegni sostanzialmente ad accarezzare il pelo del gatto nel suo verso, senza prendere “posizioni” che possano creargli fastidi innanzi tutto con la sua curia martiniana. Mentre il vescovo torinese abbia deciso che sia arrivato il tempo delle responsabilità, in cui non si possono dire solo le cose gradite.

E’ difficile non collegare queste due attitudini così difformi anche a un qualche senso latamente politico. Innanzi tutto rispetto alla controffensiva che si è scatenata contro il richiamo alla ragione naturale lanciato da papa Ratzinger per le scelte anche della politica laica. L’arrivo di Barack Obama, le sue prime scelte su staminali e aborto, da una parte, le complicate vicende dei rapporti con ebrei e islamici che dalla guerra di Gaza arrivano alle scellerate prese di posizione negazionistiche di un vescovo lefreviano, rappresentano il contesto di una diffusa battaglia culturale (di cui il caso Englaro è episodio centrale) che vede mettere in discussione innanzi tutto un punto predicato dal Papa: al di là delle ragioni della fede, la ragione umana “deve” difendere alcuni principi. Contro questa posizione non c’è solo il tradizionale secolarismo laico (con una rivendicazione di “relativismo” che tende talvolta a far coincidere pluralismo con indifferentismo morale), vi sono anche argomentazioni “religiosamente” motivate che ritengono non basti un dialogo culturale fra fedi diverse, ma ci vogliano convergenze più radicali, teologiche, ecumeniche, costruttrirci di nuove identità.

Il cardinale Martini è intervenuto su questi temi. La Repubblica li cavalca alla grande con autorevoli opinionisti sia cattolici sia no. Alberto Melloni li rivendica come eredità di un Concilio Vaticano II, che sarebbe stato tradito. Franco Monaco su Europa scrive che Paola Binetti e i suoi amici teodem vadano allontanati dal Pd perché rifiutano una sintesi etica con i laici di quel partito, e accusa la componente ex popolare di essersi addormentata su questo obiettivo. Le prese di posizione di Monaco sono particolarmente importanti perché sono quelle di un ex presidente dell’Azione cattolica, che ha il suo cuore nella Milano martiniana, con esponenti di primo piano influenti nelle redazioni degli influentissimi media milanesi. Quando Tettamanzi si incontra con Ferruccio de Bortoli e Gianni Riotta per denunciare le grossolanità di certa stampa nei suoi confronti, si appella a questo ambiente (il che indica anche una certa fragilità politico-culturale del vescovo di Milano) che nel Nord Italia ha un peso di grandissimo rilievo pure culturale. Quando Poletto marca le sue differenze lo fa anche in sintonia con il suo predecessore Tarcisio Bertone, oggi alla segreteria di Stato, e con Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che – con qualche difficoltà rispetto al più politico Camillo Ruini – si sforzano di portare avanti l’ispirazione ratzingeriana innanzi tutto nelle decisive regioni del Nord.