In Italia il passato è scomodo solo per chi non è stato comunista
16 Febbraio 2009
Lino Jannuzzi è un vecchio amico. Da tempo non è più interessato ad ascoltare. Inizia anche a non ricordare. In una nota scritta per “Il Velino”, per descrivere il mio percorso politico come “piuttosto tortuoso e travagliato”, mi fa prima militante e dirigente della laica Unione goliardica italiana, poi militante e dirigente del laicissimo Partito Radicale e, infine, convertito eccellente all’ombra del “devotissimo ateo Marcello Pera”.
Antonella Rampino è una vecchia conoscenza. Ho avuto tempo e modo di apprezzarne i pregiudizi, più affilati e taglienti dei giudizi. Per questo non mi ha sorpreso l’articolo che mi ha dedicato sulla Stampa, così come non mi sono meravigliato delle imprecisioni che contiene. Il succo? Quagliariello “da ex-radicale è diventato teo-con”. E, di conseguenza, Forza Italia sarebbe passata “dalla stagione dei professori laici a quella dei professorini devoti”.
Antonello Caporale è un recente rapporto professionale. Due giorni dopo la morte di Eluana abbiamo parlato a lungo e profondamente. Poi mi ha detto che avrebbe condensato quella conversazione in un’intervista. Convinto io di non avere nulla da guadagnarci, lui che non avessi nulla da perderci. Il giorno successivo esce l’intervista, impaginata da Repubblica con un occhiello “l’ex-radicale” e una foto, presa da Facebook, di quando avevo 15 anni e un pugno vagamente serrato.
Non mi adonto per questi trattamenti. Tanto meno penso a un complotto. Se si assumono pubblicamente posizioni politicamente scorrette è normale, persino giusto, finire sotto i riflettori. Vanno bene anche le lenti d’ingrandimento. E tutto ciò che possa farti passare come un opportunista un po’ cinico, sarà utilizzato contro di te. Intenzionalmente e, in qualche caso, anche per mera incoscienza. Lo devi sapere: fa parte del gioco.
Quel che scriverò da qui in poi, dunque, non serve a difendermi. Serve piuttosto a condurre una riflessione sull’identità politica, suscitata, come si vedrà, da una combinazione di eventi.
Quando la laica Unione Goliardica Italiana ha concluso i suoi giorni era il 1969. Io avevo nove anni. Lino: non posso avervi fatto parte. Anche se lo avrei voluto. E quando ho lasciato il laicissimo partito radicale era il 1982. Io avevo 22 anni e da allora ne sono passati ben 26: tanti, purtroppo. Dopo 20 anni, per usucapione, in Italia si acquista un bene immobile. Ma un lustro in più, evidentemente, non basta per impedire che qualcuno ti rinfacci il passato, se questo serve a svilire un’identità. Un passato, sia chiaro, per il quale io provo gratitudine nei confronti di chi mi consentì quell’esperienza di formazione. Perché per la mia generazione il PR è stata un’occasione unica per compiere una scelta liberale. E perché, con la maturità, quegli anni sono rimasti un punto di riferimento. Anche quando sono pervenuto a conclusioni opposte rispetto a quelle dei miei antichi amici. Da allora, infatti, il mio percorso “tortuoso e travagliato” mi ha portato ad astenermi dalla politica attiva, fino al 1994 quando con la nascita di Forza Italia, come si dice, ho “preso partito”.
Pensavo proprio queste cose, quando mi sono imbattuto nella violenta protesta di Luciano Violante per un titolo del Riformista che, riassumendo il senso di un suo articolo sulle foibe, così dettava: ”Mi vergogno d’essere stato comunista”. Non entro nel merito della querelle tra Violante e il giornale. Ma non ho potuto astenermi dal chiedermi: perché in Italia gli unici ai quali non può essere imputato il loro passato sono coloro che hanno ricevuto in testa niente di meno che il muro della storia? E perché loro sono gli unici che hanno il diritto d’adontarsi se qualcuno ne mette in dubbio la coerenza? Forse c’entra qualcosa la presunzione di trovarsi – sempre, in ogni caso e ad onta di ogni smentita – dalla parte del bene e del giusto?
Tutto ciò non riguarda soltanto loro – Veltroni, D’Alema, Anna Finocchiaro – che non si chiamano né possono essere chiamati ex-comunisti. Ancor più riguarda i liberi commentatori del nostro Paese; coloro che dovrebbero avere il compito d’informare, meglio ancora se Fondatori ed ex fascisti. D’altro canto di cosa ci si meraviglia: possono modificarsi i partiti, le testate, le ditte e le sigle. Non per questo cambiano le mentalità. E’ questo il vero passato che in Italia non passa.
