Perché c’è così poco interesse per le elezioni europee

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Perché c’è così poco interesse per le elezioni europee

18 Febbraio 2009

 

Il Presidente Fini, sul Sole24ore di ieri scrive un articolo dove sottolinea che la crisi può diventare una chance per l’Europa ed evidenzia il “forte senso d’identità europea pur presente nei cittadini”. Bene ha fatto soprattutto riguardo al richiamo al “patto sociale” dell’art. 136 del trattato di Lisbona. Ma cosa dire dell’Europa comunitaria che rischia di andare alle urne il 7 giugno senza che la Germania (paese fondatore dell’Unione) abbia dato via libera al Trattato di Lisbona? E ancora che dire del Senato della Repubblica Ceca che ha rimandato il dibattito sulla ratifica del Trattato di Lisbona al prossimo aprile? non solo, ma dall’inizio dell’anno e fino al 30 giugno, Praga deterrà la presidenza di turno dell’Unione europea e la decisione della Camera alta non incontrerà il favore degli “euroentusiasti” che chiedevano al governo di Praga di dare il “buon esempio” spingendo per un’accelerazione sul trattato inteso come architrave costituzionale dell’Unione a ventisette?

Nel 2008 è stato pubblicato il sondaggio “Eurobarometer” che chiedeva agli elettori le loro opinioni e conoscenze sul Parlamento Europeo. I risultati hanno mostrato che il Parlamento ha un immagine pubblica generalmente positiva, ma manca una buona conoscenza da parte dei cittadini europei, come per le altre istituzioni Europee.

Globalmente, è considerato come uno strumento democratico e ha un ruolo di unificatore tra gli stati. D’altra parte, 3 su 4 europei dicono che in generale sono poco o molto poco informati sulle attività del Parlamento. Questo numero è quasi lo stesso per i “vecchi” e i “nuovi” stati membri. Ad esempio, la maggior parte degli europei non sanno quanti deputati ha il loro paese e credono che le decisioni siano prese principalmente secondo gli interessi nazionale dei deputati. L’Italia ne ha 78, come la Francia ed il Regno Unito. Il record alla Germania con 99.

Ora, nonostante il Parlamento Europeo abbia molto più potere oggi di quando è stato eletto per la prima volta nel 1979, la partecipazione alle elezioni è fortemente diminuita, fino a raggiungere il 46% nelle ultime elezioni del 2004. Se la partecipazione era ancora piuttosto buona nei 15 stati membri più anziani, era molto più bassa nei 10 nuovi stati dell’est, che hanno raggiunto l’Unione nel 2004. In questi paesi, quasi tutti ex-comunisti la percentuale più bassa fu quella della Slovacchia, al 17%.

La sfida principale dell’Unione Europea, ora che le prossime elezioni si avvicinano, sarà di combattere questa letargia dei 190 milioni dei cittadini Europei che non hanno partecipato, e rinnovare in qualche modo il loro interesse nella politica europea. L’esperienza delle campagne elettorali dal 1979 al 2004 ci dice che forte è la possibilità che candidati e forze politiche discutano di tutto fuorché di quel che dovrà fare il Parlamento europeo dal 2009 al 2014. Il tema che sta più a cuore agli italiani in vista delle elezioni è la crescita economica (nell’Ue, la disoccupazione) mentre prevale la posizione dei candidati sulle questioni italiane ed europee quale criterio per decidere chi votare (nella Ue, l’esperienza di chi si presenta). In molti si chiedono se tutto questo disinteresse per i processi europei possa derivare dalla mancanza di “democrazia”.

Al centro di ogni democrazia rappresentativa si colloca il potere del popolo di scegliere attraverso il voto il governo del paese (o della regione o della città) il quale sarà così dotato di legittimità democratica "in entrata" dalla quale discende quella che in inglese si chiama "political accountability". Ciò non avviene nell’Unione europea, poiché – eleggendo il Parlamento europeo – non si elegge il governo dell’Europa. A questo vulnus democratico si è inteso porre parzialmente rimedio con la decisione della Convenzione europea di legare la nomina del Presidente della Commissione al risultato delle elezioni europee: la legittimità sostanziale del Parlamento europeo e dei suoi membri, però, sarebbe certo rafforzata se si procedesse, nel quadro della procedura uniforme prevista dal Trattato di Maastricht, ma mai adottata dal Consiglio nonostante le numerose proposte del Parlamento europeo, ad una ripartizione del territorio degli Stati membri in suddivisioni elettorali capaci di avvicinare gli eletti agli elettori e di rendere più visibile il loro lavoro politico. 

Bisogna dire che il Trattato di Lisbona è stato ratificato definitivamente da 23 dei 27 Stati membri dell’Unione europea: mancano ancora all’appello, oltre alla Germania, la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Irlanda, che l’ha respinto a seguito di un referendum popolare. La speranza dei sostenitori di Lisbona è che possa essere ratificato da tutti i Paesi prima delle elezioni europee del 7 giugno. Più in generale quella di oggi è una “giornata no” per il Trattato di Lisbona. Mentre il Senato praghese annunciava tempi lunghi, da Berlino giungeva la notizia che lo stesso Trattato, benché approvato da entrambi i rami del Parlamento tedesco, deve aspettare la luce verde dalla Corte costituzionale di Karlsruhe che sta valutando alcuni suoi presunti profili di incompatibilità con la Carta costituzionale della Germania. Tutt’altro che un “idem sentire”.