Il Papa e l’elettrone di Heisenberg
27 Agosto 2009
di Redazione
“Non è possibile conoscere simultaneamente la quantità di moto e la posizione di una particella con certezza”. E’ il principio di indeterminazione di Heisenberg che fa da spunto al messaggio che Benedetto XVI ha dedicato ai lavori del Meeting di Rimini.
Qualsiasi ricerca umana vive della volontà di conoscenza, che si traduce nella necessità di determinare gli stati del quando, del come e del perché di ogni manifestazione empirica. Il fisico tedesco citato dal Papa ci dimostra che tutto cio’ non è possibile. C’è un quid asincrono che falsa la vera manifestazione degli eventi e la percezione degli stessi da parte del soggetto studiante: l’angolo di visione di colui che osserva l’evento. E’ la prospettiva dell’osservatore che condiziona la conoscenza scientifica. Non è certo la volontà temporale di derubricare ogni disciplina a status di pseudoscienza, ma la forza di un pensatore che vuole ricollocare l’uomo nel suo naturale status di “libero”.
Proprio dalla paura di una deriva laicista per cui tutto è scientificamente dimostrabile se e solo se non vi alcun coinvolgimento tra l’osservatore e il fenomeno osservato prende corpo il pensiero di Papa Ratzinger. Se il distacco e la ricerca della “pura obbiettività” divengono i pilastri del metodo scientifico tutti i fenomeni debbono per forza di cose essere determinabili scientificamente. Ma ciò non è vero nelle scienze naturali, nelle quali “l’oggetto sembra essere regolato da invariabili leggi di natura”, ancor meno riguardo ai fenomeni “che sono strutturalmente legati alla libertà dell’uomo”. Laddove tutto diviene scienza, la ricerca della verità non è più libera, ma schiava di un metodo di per sè pseudoscientifico. In definitiva tutto diviene pseudoscienza. Per dirla con Dostoevskij “la pseudoscienza è un despota tale che fino ad oggi non se n’erano ancora conosciuti. Un despota che ha i suoi sacerdoti e i suoi schiavi “. E’ la libertà del singolo di accostarsi agli eventi del mondo con criticità soggettiva a rendere produttiva la ricerca della verità. E’ “dall’incontro”, per dirla con un termine caro a Don Giussani, che deriva la conoscenza, e quindi la verità. E l’ incontro è sempre un avvenimento, luogo dove si manifestano tempo ed essere, in ciò che è loro proprio, cioè nella loro co-appartenenza. L’accoglienza dell’oggetto, la simpatia verso di esso sono espressioni della forza conoscitiva dell’amore. “Amare significa voler conoscere e il desiderio e la ricerca della conoscenza sono una spinta interna dell’amore come tale”. Ecco che la libertà viene riposta nell’intimo dell’uomo. Al di là di volontà di potenza metodologiche, l’epistemologia risiede nell’intimità dell’amore.
Benedetto XVI esplicita il legame tra libertà umana e trascendenza divina. L’amore è la chiave di volta, il luogo filosofico in cui si detta la strada per la libera ricerca della verità.
Marco Saccone
