Contro il referendum non ha vinto l’astensionismo politico e non ha perso il bipolarismo

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Contro il referendum non ha vinto l’astensionismo politico e non ha perso il bipolarismo

22 Giugno 2009

Nello scorso fine settimana sembra essersi definitivamente consumato il de profundis per il referendum in Italia. Non è tanto il mancato raggiungimento del quorum di validità a preoccupare. Sono ormai 14 anni che tutti i referendum celebrati non raggiungono la fatidica soglia del 50%. Questa volta il dato di affluenza alle urne è stato bassissimo, il più basso della storia. Sembra perciò trovare conferma la tesi secondo la quale il referendum elettorale della strana copia Segni – Guzzetta non interessava affatto gli italiani, che sarebbero soddisfattissimi dell’attuale sistema politico e non si sognano nemmeno di volerlo cambiare. Anzi nei commenti più faziosi dalle urne sarebbe addirittura stata sconfitta l’opzione maggioritaria e bipolare e sarebbe risorta a nuova vita quella logica proporzionale che ha dominato la Prima Repubblica.

 

I veri vincitori della tornata referendaria sembrano essere tutti coloro che si sono fattivamente adoperati (dalla fissazione della data di svolgimento del referendum, al mancato svolgimento della pur minima campagna di stampa a sostegno delle loro tesi) e hanno voluto, fortissimamente voluto il mancato raggiungimento del quorum. Quello di ieri sembra essere il giorno trionfale di Lega, Udc, Italia dei Valori, Rifondazione comunista e cespugliame vario della sinistra: ovvero i campioni nazionali della conservazione politica ed istituzionale.

In realtà, leggendo i dati in modo un po’ più analitico, le cose non stanno affatto così. Questa volta l’abbinamento parziale del voto referendario con il voto amministrativo consente di misurare con sufficiente precisione le dimensioni dell’astensionismo attivo (ovvero quello consapevole di chi non ha votato nella speranza del mancato raggiungimento del quorum).  Il Ministero dell’interno non ha reso noti i dati aggregati sull’affluenza alle urne al referendum nei comuni chiamati a votare per il secondo turno delle elezioni comunali e provinciali. Ma andando a spulciare i dati dei diversi comuni, si nota come la bassissima affluenza alle urne per il referendum non deriva affatto dalla mobilitazione del fronte astensionista, ma sia essenzialmente il frutto della spontanea dinamica dell’astensionismo passivo che con percentuali sempre maggiori interessa il nostro Paese.

Si prenda, ad esempio, il dato di affluenza alle urne nella provincia di Milano: ebbene al secondo turno delle elezioni provinciali ha votato il 44,4% degli aventi diritto. Nella stessa provincia al referendum ha partecipato il 37%. Nonostante il forte radicamento della Lega (il più deciso alfiere del non voto) la differenza fra i due dati è stata di poco più del 7%. Spostandosi al Sud, ad esempio nel comune di Bari, a fronte di una partecipazione al secondo turno delle elezioni comunali pari al 60% si è registrata una partecipazione referendaria pari al 54%. E percentuali analoghe si registrano nelle altre zone d’Italia. Difficile fare una proiezione precisa, ma dai dati disponibili è possibile concludere che l’astensionismo attivo si aggira sul 6-7% e che tale valore sia sostanzialmente uniforme sul territorio nazionale, indipendentemente dal colore politico prevalente delle diverse aree del Paese.

Del resto se così non fosse, sarebbe impossibile trovare una qualunque spiegazione alle altissime percentuali di partecipazione al voto referendario di alcuni comuni. Un dato per tutti. Il 67,19% del comune di Ottaviano hanno partecipato al voto referendario: difficile immaginare Ottaviano come enclave maggioritaria ed anglosassone all’interno di un Paese mediterraneo e proporzionalistico!

Ebbene per misurare con precisione la consistenza dell’elettorato ostile al referendum proviamo a sommare all’astensionismo attivo (6-7% ca.) la percentuale di NO uscita dalle urne (il 21%). E qui siamo di fronte al primo paradosso. Con il trucco della scelta astensionista, il 27-28 % del corpo elettorale è riuscito a conculcare il diritto del 73-72% ad ottenere una legge elettorale più chiaramente maggioritaria e bipartitica.

L’opzione maggioritaria rimane pertanto largamente prevalente nel Paese. Si tratta di una magra consolazione. Anche in questo caso, come già in occasione del referendum del 1999 (quando le liste pullulavano di elettori residenti all’estero ormai passati a miglior vita), l’Italia ha perso l’ennesima occasione di completare finalmente il processo di transizione verso una moderna democrazia maggioritaria. Certo l’attuale contesto politico è, per nostra fortuna, assai migliore rispetto a quello degli anni scorsi. Occorre però non trascurare due fatti: in primo luogo occorre avere ben presente come, nonostante la forte semplificazione del nostro sistema politico, l’attuale configurazione delle coalizioni di maggioranza come di opposizione (con forza costrette alla coabitazione) rappresenta ancor oggi un fattore di ingovernabilità del sistema. E, comunque, non bisogna dimenticare che i processi politici sono sempre reversibili. L’attuale semplificazione del quadro politico, con l’emersione di due partiti a vocazione maggioritaria, potrebbe essere presto messa in discussione e, in questo caso, il nostro Paese rischierebbe di precipitare nuovamente nella Babele politica della scorsa legislatura.

Un’ultima considerazione la merita il vecchio caro referendum. Di fronte all’ennesimo fallimento vi è un coro unanime sull’abuso che ne è stato fatto e che sarebbe alla base dell’attuale stato di crisi. Sul punto occorre essere chiari: E’ certamente vero che Marco Pannella nel corso degli anni ha fatto un uso improprio dello strumento referendario. Nel tentativo di compensare la debolezza delle propria iniziativa politica ha fatto ricorso ai referendum in modo seriale e spesso strumentale, con ciò determinando forme crescenti di disaffezione verso la democrazia diretta. Deve essere però chiaro che lo stato attuale di crisi non da Pannella deriva. Deriva piuttosto dall’invincibile furbizia italica che ha consigliato gli avversari del referendum a rifugiarsi nella scelta astensionista. Una furbizia inventata dalle lobbies dei cacciatori e degli agricoltori (referendum del 1990 su caccia e pesticidi)  e che da allora è quasi sempre stata vincente. Certo ci fu l’importante episodio di Bettino Craxi che, nel referendum sulla preferenza unica del 1991, invitava ad andare al mare: il quorum fu raggiunto e probabilmente in quell’istante iniziò l’inarrestabile declino del leader socialista. 

Ma il referendum ha svolto un ruolo assai importante nella storia d’Italia. Basti pensare al referendum sul divorzio, a quello sul finanziamento pubblico ai partiti, a quello sulla preferenza unica o a quello sul sistema elettorale maggioritario del 1993. Sono state altrettante tappe del faticoso processo di modernizzazione del Paese.

Occorre pertanto assumere le iniziative necessarie per ridare credibilità ed efficacia allo strumento. Diversi i profili da affrontare: innalzare il numero di firme richieste, precisare le condizioni di ammissibilità, rivedere i tempi e le modalità di raccolta delle firme. Tutto bene. Ma per rianimare il referendum occorre soprattutto impedire l’uso strumentale dell’astensionismo spontaneo da parte degli avversari del referendum, abolendo il quorum di validità del 50% (che del resto esiste solo in Italia). In alternativa, tanto vale abolirlo del tutto!