Col G8 Berlusconi batte tutti 4 a 0, Financial Times e Pd compresi

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Col G8 Berlusconi batte tutti 4 a 0, Financial Times e Pd compresi

14 Luglio 2009

I risultati del G8 dell’Aquila sono stati eccellenti. E coloro che speravano in una débâcle ora si consolano, come possono, con l’espediente di minimizzare i risultati. Il Financial Times ha dovuto riconoscere a denti stretti che Berlusconi si è comportato in tale vertice da uomo di stato e che l’organizzazione è stata ottima. La tesi per cui la delegazione italiana non aveva capacità organizzative e gli americani avrebbero dovuto prendere le redini dell’organizzazione del vertice è caduta nel nulla: anche perché è stato proprio il presidente Obama ad elogiare la buona organizzazione italiana.

Il Financial Times ha cercato di sminuire questo riconoscimento con l’argomento che l’alloggio e il cibo erano modesti, soggiungendo, con un sottile velo di ironia, che ciò si poteva giustificare con il fatto che il vertice si svolgeva in un luogo ove vi era stato, da poco, un severo terremoto che aveva privato della casa 80 mila persone, di cui ancora un quarto vive ancora nella tendopoli. Viene da domandarsi come dovrebbe comportarsi Berlusconi secondo i suoi critici. Quando fa, a sue spese, ricevimenti lussuosi di ospiti internazionali viene accusato di esibizionismo. Quando, a spese del contribuente italiano, riceve gli ospiti internazionali con sobrietà viene criticato perché avrebbe dovuto fare di più.

Prima del vertice la stampa avversa a Berlusconi aveva evocato i disordini che avevano caratterizzato il G8 di Genova e il fatto che nel G8 precedente di Napoli lo stesso premier aveva ricevuto un avviso di garanzia dall’autorità giudiziaria. La domanda maliziosa era: “e questa volta che cosa accadrà a funestare il successo berlusconiano?” I disordini non ci sono stati, perché il sistema di sicurezza ha funzionato in modo perfetto. Le nuove fotografie piccanti sulla vita privata del premier, che erano state preannunciate con sussurri pruriginosi, non sono comparse perché il bluff moralistico non può continuare. Ad aggiungere toni grotteschi alla campagna moralistica a cui il Pd ha affidato le sorti di partito della sinistra democratica rinnovata vi è stato l’arresto dello stupratore seriale Luca Bianchini, segretario di una sezione dell’Eur dello stesso Pd. In questo caso la stampa “amica” si è ridotta a sostenere la tesi che si tratta di uno sdoppiamento di personalità, di un caso psichiatrico. Tesi non nuova, che fa parte del dna comunista, da Stalin in poi, per i compagni che sbagliano. Ma anche ammettendo che un partito che annovera fra i segretari delle sezioni romane uno stupratore seriale abbia le carte in regola per continuare a chiedere notizie sulla vita privata del premier onde accertare se essa sia conforme alle norme morali, rimane un fatto che incrina la legittimità di tali campagne. Il Bianchini era stato assunto come contabile in una società pubblica del comune di Roma, in quanto segretario della sezione Torrino del partito. Ciò per addossare al comune i costi dell’apparato politico di controllo capillare del territorio del partito al potere. Un episodio di occupazione partitica delle cariche pubbliche, che contribuisce a spiegare la resistenza del Pd alla privatizzazione delle imprese comunali.

Ma torniamo al G8 ed ai suoi risultati. Il principale, mi pare, è stato quello di rendere possibile il dialogo fra i capi di stato e di governo del G8 medesimo e i leader di stati emergenti o in via di sviluppo, dal Brasile alla Libia. Essi non fanno parte del vertice ristretto dei paesi più industrializzati del mondo, ma sono importanti ai fini del governo politico ed economico mondiale. E’ una innovazione che prepara futuri e più ampi vertici, che possono comportare un dialogo allargato, fecondo di ulteriori risultati.

In ogni caso, questo G8 ha avuto anche tre specifici risultati. Il primo consiste nella decisione di chiudere, entro il 2010, in modo positivo, i negoziati di Doha riguardanti la riduzione delle barriere agli scambi internazionali, negoziati che si erano arenati per i dissensi sulle reciproche liberalizzazioni agricole e sulla tutela dei diritti della proprietà intellettuale. E’ evidente l’importanza di ciò per lo sviluppo dell’economia mondiale e la crescita dei paesi poveri. Essi hanno bisogno di derrate agricole di base a buon mercato e di libertà per l’esportazione dei propri prodotti agricoli.

In relazione a ciò si è posto il secondo risultato, specifico: il varo del programma di sicurezza alimentare, la cui importanza ho sottolineato in un precedente articolo. Dagli originari 12 miliardi, la sua dotazione è stata accresciuta a 20 miliardi di dollari. Erra il Financial Times che per sminuire questo programma argomenta che non è chiaro sino a che punto esso comporti risorse finanziarie aggiuntive e sino a che punto si avvalga di mezzi che erano, in precedenza, destinati ad altri programmi. Ed erra Gian Antonio Stella che, ne “Il Corriere della Sera”, sostiene che tale piano ha un valore irrisorio in quanto il suo importo, in rapporto al Pil dei paesi donatori, è molto piccolo. Infatti i programmi di intervento per i paesi in via di sviluppo non si debbono valutare in termini di percentuali sul Pil, ma in termini di efficacia. Questo programma punta sulla crescita delle produzioni agricole dei paesi poveri, in luogo degli aiuti alimentari, che hanno sin qui dominato le politiche di intervento dei paesi ricchi per risolvere i problemi della fame delle popolazioni in questione e, in particolare, di quelle dell’Africa. Tali aiuti spesso hanno avuto effetti perversi, perché hanno ridotto la convenienza delle produzioni dei paesi aiutati e hanno incentivato i loro abitanti ad affidarsi più all’assistenza altrui che alle proprie forze. E questi soccorsi alimentari, spesso, sono consistiti nello smaltimento di surplus agricoli dei paesi ricchi, sicché i fondi stanziati ufficialmente per l’aiuto ai paesi poveri, in realtà erano finanziamenti a favore dei produttori dei paesi ricchi. La nuova politica consiste, come ho già scritto, sopratutto nella fornitura di assistenza tecnica, di formazione del capitale umano degli agricoltori, di sementi e macchinari per le produzioni e conservazione delle varietà di prodotti agricoli adatti ai terreni e alle condizioni socio economiche di quelle regioni.

Il tema dello sviluppo dell’Africa che è stato al centro dell’attenzione nel G8 aquilano non può essere posto comunque – come ha affermato il presidente Obama – unicamente in termini di interventi dei paesi ricchi. E’ in primo luogo una responsabilità politica dei leader dei vari stati africani. I loro governi sono in guerra fra di loro, quando non lacerati da guerre intestine. Spesso sono corrotti. Spesso non garantiscono i diritti di proprietà e di iniziativa privata. Ed a ciò mi sembra che si debba aggiungere un punto fondamentale, che faceva parte del programma per i paesi in via di sviluppo del rapporto di Bettino Craxi, come delegato speciale delle Nazioni Unite, di cui io sono stato il coordinatore: la formazione di unioni regionali e di aree di libero scambio fra stati in via di sviluppo, allo scopo di incrementare le loro relazioni commerciali e di attivare così la crescita endogena. Nell’articolo precedente avevo indicato, quale modello da prendere in considerazione, quello per i paesi della area sud del Mediterraneo, associati all’Unione europea. Il tema purtroppo è stato oscurato dalla insistenza sulle politiche di spesa per gli aiuti allo sviluppo: che, invece, non accompagnate da tale strategia, non hanno avuto risultati positivi degni di rilievo, nei molti decenni da cui sono in atto.

Il terzo dossier su cui il G8 dell’Aquila ha ottenuto un risultato rilevante è quello riguardante l’accordo fra Europa, Stati Uniti, Giappone, Russia, Canada sulle politiche energetiche. Esso, in apparenza, si è estrinsecato nella dichiarazione congiuntura di voler ridurre, al 2050, la temperatura del pianeta di 2 gradi, rispetto alla temperatura media che, con l’attuale regime, si determinerebbe. Ma nella sostanza, ciò che conta è la convergenza fra questi stati sullo sviluppo della ricerca nelle energie alternative e nel risparmio energetico e sulle politiche di incentivo al risparmio energetico e alle energie pulite rinnovabili. La Cina, auto escludendosi da questo patto, ha commesso un errore strategico che la danneggia. E non è vero che senza la Cina questo accordo del G8 non potrà funzionare. Infatti, se esso riceverà concreta attuazione fra noi, genererà una nuova ondata di progresso tecnologico che ci avvantaggerà ed uno sviluppo energetico autonomo dal petrolio, favorevole, comunque, all’ambiente in cui viviamo.