Fossi del Pd voterei Chiamparino e spiegherei perché Grillo è un bluff
17 Luglio 2009
Fossi iscritto al Pd non avrei dubbi e voterei la mozione Franceschini, ma pretenderei di non votare Franceschini come segretario. Fossi iscritto al Pd non voterei la mozione Bersani e farei comunque di tutto perché Bersani non diventi segretario. Fossi iscritto al Pd, spiegherei chiaro e forte, oggi, subito, perché Grillo non può e non deve essere iscritto al Pd, per ragioni tutte e solo politiche – non certo per i miseri viziucci di forma che il Pd sta accampando – e sarei lieto del fatto che questo comporterebbe una rottura finalmente drastica e definitiva con Di Pietro, che di Grillo è compare di linea politica. Fossi iscritto al Pd, infine, voterei Sergio Chiamparino come segretario e non mi importerebbe nulla del fatto che sarebbe un voto nulla. Fossi iscritto al Pd non mi occuperei minimamente di Marino e della sua candidatura, che condensa in sé tutti gli errori sin qui seguiti dal Pd stesso (Togliatti e Berlinguer, come e Natta rabbrividirebbero alla sola idea che un leader si possa candidare in nome dei “valori della laicità” e nulla o poco altro).
Svuotato il sacco, mi spiego. Dario Franceschini in questi suoi mesi di reggenza ha dimostrato una incredibile volatilità politica, è un demagogo, strictu sensu, anagraficamente è un catto-comunista (tali erano i Cristiano Sociali a cui appartenne, alla morte della Dc) e infine non ha la minima esperienza di amministrazione di nulla (tranne che del collegio dei sindaci dell’Eni di cui giovanissimo e per lottizzazione Dc fece parte all’epoca delle tangenti Enimont, nulla di male, ovviamente, ma stona). In sintesi è un peso piuma, corresponsabile di tutti gli errori di Veltroni, ma ha un decimo della statura politica di Veltroni (che almeno riabilita Craxi, mentre lui, poche settimane fa ha tessuto elogi pazzotici di… Berlinguer!).
Il partito che però la sua componente vuole costruire è quello giusto: un grande contenitore con molte, diverse sensibilità, un partito che punta, da solo alla maggioranza elettorale (pur non disdegnando alleanze, ovviamente). Insomma, il partito di cui oggi la sinistra riformista in Italia ha bisogno (ma Franceschini di riforme non ne ha in mente neppure una, tranne l’aumento delle tasse). Un partito, per capirci, in cui domani potrebbero confluire i radicali, i Verdi veri (quei pochi, alla Boato e Paissan) e anche quei pochi socialisti che non hanno voluto entrare nel Pdl (alla Boselli e Bobo Craxi), più altri, di vario tipo, oggi più appassionati a esperienze dal basso, che alla rappresentanza politica. Un tempo la Spd tedesca aveva questa caratteristica e sicuramente sempre il Patito Democratico americano ce l’ha ancora oggi.
Il partito che vuole invece Bersani (con D’Alema), è quello di sempre, una struttura rigida, manovriera, tutto teso ad accordi di vertice, per di più diretto da un leader che ha dimostrato sì di avere delle idee e di sapere cosa vuol dire essere riformista, ma che quando era al governo con Prodi non ha saputo difendere neanche le sue liberalizzazioni e che da quando è all’opposizione si è rifugiato in continue sparate demagogiche, per di più mortalmente prigioniero con l’abbraccio della Cgil (che peraltro appesantisce, ma molto meno, anche Franceschini), che è oggi la più forte organizzazione antiriformista del paese.
Perché allora Chiamparino? Perché ha dimostrato nei fatti, governando Torino, di sapere interpretare da amministratore quella polifonia di accenti e di ispirazioni che ispirano – ma solo verbalmente – la mozione Franceschini, senza però mai cedere alla tentazione opportunista del “mai nemici a sinistra”, per di più con una grande capacità di sapere comprendere il bisogno di sicurezza che oggi gli italiani esprimono, senza pregiudizi su norme dure, impopolari a sinistra, ma necessarie.
Chiamparino, nel 1985, votò contro il referendum per abolire l’accordo sulla scala mobile siglato da Craxi il giorni di San Valentino, solo con Cisl e Uil. Si mise contro la segreteria del partito e contro la Cgil e pagò lo scotto della sua libertà di pensiero (Veltroni e Bersani ci hanno messo 15 anni per arrivare alla sua posizione, che allora bollarono) con un lungo esilio come funzionario a Bruxelles.
Purtroppo, quando Chiamparino ha testato il terreno per capire se aveva la possibilità di schierare sulla sua candidatura limpida e forte, dichiaratamente riformista, almeno qualche pezzo grosso del partito, ha capito che nessuno lo appoggiava e si è ritirato. Come si vede, non sono poche le ragioni per cui io non sono iscritto, e non voto per il Pd.
