Sulle confessioni di Marrazzo pesa il silenzio del Pd

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Sulle confessioni di Marrazzo pesa il silenzio del Pd

03 Novembre 2009

Inquietante, assolutamente inquietante l’ultimo interrogatorio di Piero Marrazzo davanti ai magistrati romani. L’ex governatore –ormai è evidente- si muove in una prospettiva precisa e univoca: salvarsi ad ogni costo da un’imputazione. Per questo smentisce sé stesso, e là dove, i primi giorni, aveva dichiarato –come perfidamente ricorda il Corriere-   che “è stato sventato un tentativo di estorsione, basato su una bufala”, ora nega che vi sia mai stato un ricatto, una estorsione. Elemento centrale della vicenda, sotto tutti i profili. Prima nero, dunque, poi bianco. Là dove aveva in un primo tempo sostenuto che la droga fotografata accanto al suo tesserino della regione Lazio era stata messa da altri, ora ammette che i 3.000 euro pagati a Natalie, non servivano solo a pagare le sue prestazioni sessuali, ma anche la droga di cui è “consumatore occasionale”. E’ evidente che per incredibile leggerezza Marrazzo si è ficcato in un ginepraio scabroso –e pericoloso- che la sua posizione deve fare i conti con la difesa –altrettanto ferma- dei carabinieri arrestati che per difendersi vanno all’attacco, e dunque che quello che dice non corrisponde necessariamente (e aggiungiamo, legittimamente) al vero, ma a quello che i suoi legali gli consigliano di dire per evitare guai maggiori. Da ieri, dunque, dobbiamo trattare Marrazzo come un cittadino che si muove con lo scopo precipuo di non trovarsi nel ruolo di imputato (soprattutto per quanto riguarda la fonte a cui attingeva per pagarsi così dispendiosi passatempi) e gli dobbiamo il rispetto civico –ma non di più- che portiamo a chiunque si trovi in questa scomoda posizione. L’unica richiesta che gli facciamo, sommessamente, solidarmente, è che la smetta di atteggiarsi a vittima: non convince, ed è sintomo di un pericoloso sentimento di deresponsabilizzazione, di attribuzione ad altri delle conseguenze di scelte irresponsabili e incompatibili con la sua carica, che invece sono state sempre e solo sue.

Questo dal punto di vista processuale, del costume  e della cronaca. Ma non dal punto di vista politico, che è altra cosa. Punto di vista che non coinvolge solo la sua incredibile leggerezza, le sue smentite clamorose a sé stesso, ma che coinvolge in pieno i suoi collaboratori e il suo partito. E’ infatti evidente che la massa di passi falsi compiuti da Marrazzo, droga inclusa –ammesso che siano sfuggiti a sua moglie, Roberta Serdoz- non potevano, non dovevano sfuggire all’attenzione dei suoi collaboratori, del suo vice presidente, del suo partito. Se sono sfuggiti –e si tratta di episodi molteplici, iniziati da molti mesi, se non da molti anni- vuol dire che tutti i vertici del governo della regione Lazio e del Pd laziale sono affetti da cecità acuta, da un rapporto con la realtà che ha dell’onirico. Ma siccome questa è una versione che non regge, dobbiamo prendere atto che si è aperto un terribile problema politico che riguarda i vertici non solo del Pd laziale, ma anche di quello nazionale. E qui pesa, come un macigno, il silenzio di dirigenti che hanno quantomeno dimostrato disastrose carenze “in vigilando”. Che partito è, che gruppo dirigente è quello che permette non solo che Marrazzo si comporti come si è comportato (e non ci interessano i suoi gusti sessuali), ma che anche lo ricandida alle prossime elezioni a scandalo già incombente  (anche se solo sopito)? Che partito è, che gruppo dirigente è quello che a fronte di questi scenari scabrosi e inaccettabili si basa solo e unicamente sui sondaggi (sino al giorno prima dello scandalo eccellenti), per replicare una candidatura già ampiamente intaccata da uno scandalo che non poteva essergli sfuggito?

Con calma, pacatamente, serenamente, i dirigenti del Pd, a partire da Bersani, dovrebbero affrontare davanti all’opinione pubblica questo tema. Se non altro perché molto porta a pensare che la prossima campagna per le regionali in Lazio sarà segnata da molte novità, e non piacevoli, sul fronte giudiziario.