“La Guerra Fredda è finita perché l’Urss non ha retto su scala globale”

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“La Guerra Fredda è finita perché l’Urss non ha retto su scala globale”

08 Novembre 2009

Come collocare concettualmente e nello spazio la fine della Guerra Fredda? Che "questo ventennio" si trovi al di fuori dalla logica bipolare è certo, ma appare davvero difficile fornirne una definizione plausibile. Ci ha provato Federico Romero, docente di Storia degli Stati Uniti presso l’Università di Firenze, offrendo al pubblico italiano una nuova e originale Storia della Guerra fredda (Einaudi, 2009). Il saggio affronta lo scontro bipolare in maniera attenta, rendendo conto della migliore storiografia mondiale (in particolare quella anglosassone), e offrendo un quadro allo stesso tempo di semplificazione e problematizzazione dei passaggi chiave di quella vicenda storica. E’ con la stessa chiarezza espositiva che il professor Romero ha accettato di rispondere ad alcune domande dell’Occidentale, di stringente interesse a venti anni dallo storico crollo del Muro di Berlino.

Professore, l’ansia commemorativa del 9 novembre 1989 finisce per portarci a dimenticare il 4 giugno dello stesso anno. Piazza Tiananmen aveva mostrato al mondo intero come la crisi del comunismo potesse sfociare in una violenza estrema. Come riuscì Gorbacev a scongiurare questo finale drammatico? E come va letto il "caso cinese" nell’evoluzione complessiva della Guerra fredda e nel suo esito finale?

Al di là delle enormi differenze tra la storia del comunismo sovietico e di quello cinese, spicca la scelta di Deng di inserire gradualmente la Cina – a partire dal 1979 – entro i meccanismi del mercato internazionale e sfruttare quindi gli spazi e le dinamiche che la globalizzazione apriva loro. E poi la Cina non aveva un impero da sostenere e difendere, e neppure dei clienti. Tiananmen fu il tentativo – purtroppo riuscito – di controllare le conseguenze interne della modernizzazione da parte di un regime forte e saldo. Gorbacev viceversa intendeva riformare un sistema assai più sclerotico senza sapere bene come fare e scelse di lasciare che l’impero andasse per conto suo, in buona sostanza sciogliendosi, perché non aveva alcuna intenzione di preservarlo. I due casi sono quindi così diversi che il paragone risulta davvero difficile.

La Cina però ebbe un ruolo chiave nella fine della Guerra fredda per tre motivi: costituì la dimostrazione più plateale del fatto che quello comunista non riusciva a essere un movimento monolitico e gerarchico, ma non sapeva neppure essere una solida alleanza; rappresentò la principale “perdita” strategica per l’URSS quando all’inizio degli anni Settanta passò ad esserne un avversario strategico oltre che ideologico; e poi con la scelta di Deng mise fine alla mitologia del comunismo come alternativa storica al capitalismo.

Nel suo libro Lei insiste molto sulle ragioni economiche alla base del crollo del blocco sovietico, in particolare a partire dagli anni Settanta del Novecento. Allo steso modo però critica la teoria sulla "fine della storia" di Fukuyama. Dunque non è corretto affermare che la Guerra fredda termina con la vittoria del capitalismo sul comunismo? E che spazio occupano la dimensione geopolitica e quella militare rispetto a quella economica?

Certo che il capitalismo vinse sul comunismo, è evidente. Ma derivarne la fine della dimensione conflittuale e contraddittoria della storia fu un’ubriacatura dei conservatori americani che di fronte al successo persero il senso della storia e della realtà. La dimensione geopolitica e militare fu quasi altrettanto importante di quella economica, se non altro perché la garantiva. Ma non fu la forza militare di per sé a vincere la guerra fredda: è la peculiare combinazione di superiorità economica, contenimento politico e militare e superiore attrattività socio-politica dell’Occidente a spiegarci il ruolo occidentale nella guerra fredda. E poi si dovrebbe guardare anche al progetto comunista in sé: poteva mai l’URSS divenire davvero un’alternativa vincente sul piano globale? A chiederselo, oggi, con il distacco di una generazione, ci si rende conto di quanto sproporzionate, anche se comprensibili, furono le ansie di allora.

Pur sottolineando le dinamiche disgregative all’interno del blocco dei Paesi satellite, e l’importanza degli eventi polacchi della primavera-estate del 1989, mi pare che nel suo libro resti un po’ sottotraccia il ruolo svolto dalla Chiesa cattolica, da Giovanni Paolo II e in generale dalla diplomazia vaticana – mi riferisco in particolare alla Ostpolitik di Agostino Casaroli. Qual è il suo punto di vista a tal proposito?

Non trovo che sia sottotraccia, anzi. Il ruolo della Chiesa cattolica nella Polonia degli anni Ottanta è ben evidente. Ma nella vicenda dell’URSS, o in quella della DDR e della Cecoslovacchia, è a tutt’oggi difficile individuare un ruolo determinate della diplomazia vaticana. Giovanni Paolo II ha avuto un profilo mediatico assai alto, ed è una delle figure che simboleggiano la nuova percezione collettiva di un cambiamento possibile vista la crisi del sistema sovietico negli anni Ottanta. Ma è una peculiarità tutta italiana quella di ingigantire – nel bene e talvolta nel male – il ruolo del Vaticano nello scenario internazionale.

Il multilateralismo inteso come la capacità di creare alleanzem, e la superiorità della superpotenza americana sono gli elementi chiave della vittoria occidentale nella Guerra fredda. Cosa resta oggi di questo portato ideologico e geo-strategico nell’idea di soft power portata avanti dall’amministrazione Obama?

Resta l’idea di fondo che le risorse che derivano dalla collaborazione, e dalla capacità di esercitare leadership costruendo consenso, siano troppo preziose per essere trascurate o sprecate. E resta la nozione genuinamente multilaterale che la cooperazione internazionale sia la chiave migliore per la gestione della maggior parte dei problemi globali. Ma l’amministrazione Obama si trova in una congiuntura ben diversa, in cui è necessario ripensare in profondità la relazione tra la superiorità americana (che sta gradualmente erodendosi) e un’architettura multilaterale che sta mutando con grande rapidità. Mi sembra che Washington al momento pensi più in termini di collaborazioni diverse e mutevoli che non di alleanze e assi più o meno permanenti.

Il Vecchio Continente ha vissuto una svolta decisiva con la riunificazione tedesca e la scelta di inserire la Germania unita all’interno del nuovo edificio europeo. A venti anni di distanza l’Unione europea, allargata ai “fratelli d’oltrecortina”, è ancora sospesa tra rilevanza economica e marginalità politica. Si può inscrivere la fine della centralità del Vecchio Continente nel contesto della conclusione della Guerra fredda? E a questo punto che senso ha parlare ancora di legame euro-atlantico?

La fine della centralità del Vecchio Continente è inscritta ben prima, nella crisi traumatica ed epocale della civiltà europea tra il 1914 e il 1945, e nel rigetto dell’imperialismo da parte del Sud del mondo tra gli anni Venti e gli anni Sessanta. La rilevanza politica dell’Europa è proporzionale al suo grado di unitarietà d’azione e di concezione, ed è quindi bassa e, presumo, destinata a restare tale visto il grado di divisione interna.  Quanto al legame atlantico credo che sia ormai al tramonto nella sua forma storica, che ha perso di senso per gli Stati Uniti e ne ha uno più residuale che effettivo per gli europei. Il giorno in cui gli europei riuscissero a definire una propria agenda strategica, con l’identificazione di interessi e priorità, potrebbero ripensare le relazioni con gli USA in una chiave più normale, di scambio e insieme di affinità, ma senza rimanere ancorati allo schema Novecentesco del junior partner di un’alleanza centrale e privilegiata.

Nelle battute conclusive del suo libro Lei afferma che “se l’epoca della Guerra fredda si è chiusa nel 1989, i lunghi riflessi delle sue luci e delle sue ombre tramontano con grande lentezza”. Se dovesse individuare il portato più significativo della sfida bipolare ancora oggi evidente nella caotica fase delle relazioni internazionali, quale indicherebbe?

L’integrazione economica globale – che senza lo spauracchio sovietico avrebbe incontrato ben più forti resistenze, soprattutto in Europa – e la peculiare ma contraddittoria simbiosi tra ordinamenti multilaterali ed egemonia americana. Mentre in un’ottica più lunga, ma fortemente accelerata e influenzata dalla Guerra fredda, spicca ovviamente l’ascesa dell’Asia e dei suoi grandi paesi.