Come ci si può stupire se l’Italia è un paese corrotto?
24 Febbraio 2010
Se in una democrazia avanzata non si riesce ad aprire un’attività perché lo Stato con un numero spropositato di leggi soffoca l’iniziativa, qualcosa non va. Eppure semplificazione amministrativa e riduzione dei tempi di risposta della pubblica amministrazione rappresentano il primo presupposto per concedere alle imprese maggiore flessibilità e operatività.
Sul paradosso molto italiano e poco europeo (giusto per rimanere nei confini Ue) sono stati sprecati fiumi di inchiostro, ma la verità è che oggi anche l’imprenditore più motivato cade sotto il peso della burocrazia, il primo freno al sistema produttivo. Torna alla mente la storia di un giornalista che voleva aprire una pizzeria ed è riuscito a malapena a montare le saracinesche.
La storia è emblematica. Ex sindacalista Cigl, poi giornalista del Gruppo l’Espresso, decide di aprire una pizzeria da asporto nel centro di Pavia. La capacità imprenditoriale c’è e la possibilità di guadagnare, pure. Un cocktail perfetto. E poi, accidenti, se i “kebabbari” spuntano come i funghi, che difficoltà potrà esserci nell’aprire una pizzeria nel paese della pizza? Una domanda che, come lui, potrebbe porsi ogni giorno ciascuno di noi. Così Luigi Fiorini (la storia è autobiografica) si mette d’impegno. Trova il locale e contatta Asl e commercialisti. Poi compila montagne di documenti. Comincia a seguire i corsi di primo soccorso e quello antincendio. Nel frattempo, compila documenti. Arriva il momento del corso sulla prevenzione degli infortuni e fa anche quello, ritagliandosi qualche finestra di tempo per compilare documenti. Nel frattempo cerca il personale, compra marche da bollo, paga i bollettini postali e compila gli ultimi documenti. Sei mesi dopo nasce “Tango”. Due anni dopo chiude “Tango”. A mettere i sigilli alla pizzeria non è la Guardia di Finanza ma la burocrazia e i sindacati.
Che l’apparato statale fosse lento e macchinoso ce lo avevano ricordato appena un mese fa Heritage Foundation e Wall Street Journal che nella classifica sulla libertà economica nel mondo, piazzava l’Italia agli ultimi posti ricordandoci come il ‘Government size’, ovvero la presenza dello Stato nell’economia del Paese, ci penalizzi. E non ci è andata meglio con la classifica della Banca Mondiale (82esimo posto, preceduti perfino da Kazakistan, Serbia, Giordania e Colombia). Il fermo immagine è sempre su un Paese ingessato dalla burocrazia. Intanto, la concorrenza e la competizione internazionale crescono. Il segreto sta nell’innovazione, si dice. Già, ma innovare vuol dire mutare pelle, assumersi il rischio. E in questo ambizioso processo di trasformazione un ruolo fondamentale lo giocano la cultura, la finanza e il sistema di accesso al credito, la pressione fiscale e la burocrazia.
La storia del pizzaiolo insegna che, anche nel caso in cui si riesce a superare le difficoltà (soprattutto economiche) che una nuova iniziativa imprenditoriale comporta, i tempi lunghi, la tassazione e i costi per il personale elevati, limitano terribilmente i guadagni e trasformano in antieconomica quella iniziativa.
Come ci si può stupire, allora, se davanti a una frana, a un’alluvione, a un terremoto, a una qualsiasi catastrofe naturale, si mette in moto un meccanismo “di emergenza” all’ombra del quale si nascondono accordi stipulati sottobanco, relazioni tra imprenditori poco trasparenti e un sistema di raccomandazioni e di bustarelle?
La verità è che dietro tutto questo c’è un paese soffocato dalla burocrazia. Dove uno che decide di metterci la faccia e i soldi, dopo due anni non riesce neppure a portare avanti una pizzeria. In fondo, questa è l’Italia e alzare la voce facendo finta di stupirsi quando ci si sente dare dei corrotti, la dice lunga su questo paese e sulla sua mentalità.
