Quelle parole copiate dai padri del liberismo

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Quelle parole copiate dai padri del liberismo

12 Luglio 2010

Premetto che sul governo di Berlusconi do lo stesso giudizio che su questo giornale, libero di nome e di fatto, dà Giampaolo Pansa. E inoltre concordo con l’amico Piero Ostellino nel ritenere sbagliato il progetto di legge governativo sulle intercettazioni “soprattutto nella parte che riguarda le sanzioni ai giornalisti e agli editori”.

Ciò detto, trovo davvero sconcertante la bagarre che si è scatenata in seguito alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi sulla stampa e i suoi diritti. Sicuramente non è molto elegante che un capo di governo accusi i giornali di essere ostili al governo, di disinformare e di mettere “il bavaglio alla verità”. A giudicare l’operato di un ministero, infatti, sono gli organi di informazione, gli elettori (soprattutto) e, negli anni a venire, i posteri. Un governo può rivendicare legittimamente la bontà delle sue scelte ma come attore istituzionale non può scendere in platea e gridare, con la claque degli spettatori favorevoli, insolenze alla claque degli avversari. Se i quotidiani scrivono menzogne, ci sono i comunicati ufficiali – per non parlare della stampa “amica” – a ristabilire la verità, con cifre e fatti.

Un liberale sa bene che “una stampa che disinforma” e “distorce la realtà” è un male inevitabile. Alexis de Tocqueville, che i nemici della “società aperta” sotto mentite spoglie liberali, hanno eletto a “maestro e donno”, scriveva, in termini inequivocabili: “Confesso che non ho per la libertà della stampa quell’amore completo e immediato che si accorda alle cose sovranamente buone per loro natura. L’apprezzo per i mali che essa impedisce, molto più che per il bene che essa fa. […] In materia di stampa non vi è un giusto mezzo tra la servitù e la licenza. Per raccogliere gli inestimabili beni, che la libertà di stampa assicura, bisogna sapersi sottomettere agli inevitabili mali ch’essa fa sorgere”.

A quei mali, per la verità, non riuscì del tutto a rassegnarsi quando, chiamato a responsabilità di governo, ritenne di dover appoggiare “una legge che reprimesse con maggior energia che non avesse fatto per il passato, anche sotto la monarchia, gli abusi della stampa”. Con maggiore coerenza, Benjamin Constant aveva tempo prima ribadito che “’Lasciar fare’ è tutto quel che è necessario per portare il commercio al più alto grado di prosperità; “lasciar scrivere” è tutto ciò di cui c’è bisogno perché lo spirito umano giunga al più alto grado di attività, profondità e giustizia”.

È scontato, comunque, che per i classici della “società aperta” la libertà di stampa era, per dirla con un aggettivo caro ai giuristi, “indisponibile” ma ciò non significava che dovesse venir considerata un bene assoluto come l’aria che nessuno si sognerebbe di “dosare” ai soli meritevoli. Luigi Einaudi, altra icona dei liberali del giorno dopo (la caduta del muro di Berlino), scriveva, nel serrato confronto con Croce su liberalismo e liberismo: “Troppo spesso si videro i parlamenti, sorti a guarentigia dei cittadini contro il potere assoluto dei re, diventare essi stessi strumenti di tirannia: troppo spesso si vide la libertà di stampa, reclamata per assicurare la critica contro il dogma imposto coattivamente, diventare efficacissimo mezzo di perversione del pensiero, perché sia lecito attribuire ai mezzi o strumenti un’efficacia autonoma”.

Cosa concludere? Che la libertà di stampa va ripensata? Neppure per sogno. Nella seconda parte della sua esternazione (che, comunque, poteva risparmiarsi), Berlusconi ha detto un’ovvietà che qualsiasi pensatore liberale, da tre secoli a questa parte, avrebbe sottoscritto: “Non esistono diritti assoluti, perché ciascun diritto incontra sempre un limite negli altri diritti prioritariamente ed egualmente meritevoli di tutela”. Kant non aveva scritto nulla di diverso: “Il diritto è la limitazione della libertà di ciascuno alla condizione del suo accordo con la libertà di ogni altro”, una definizione in cui Hegel ironicamente vedeva “la libertà del vicendevole impacciarsi”.

È proprio così, i diritti e le libertà non possono venire rivendicati come pretese illimitate: in uno scompartimento ferroviario, il mio diritto alla salute limita la tua libertà di fumare. In un’inchiesta giudiziaria il diritto alla privacy limita quello ad essere informati sulla vita, i beni, le relazioni sessuali, le amicizie (particolari e non) di tutti i sospettati, gli indiziati, gli indagati.

Tratto da Libero.