Fini marcia su Roma e calpesta istituzioni e buonsenso

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Fini marcia su Roma e calpesta istituzioni e buonsenso

07 Novembre 2010

Ci sono due tipi di valutazione che si possono fare del discorso del presidente Fini alla convention di Futuro e libertà. La prima valutazione è di tipo istituzionale: oggi a Bastia Umbra si è prodotto uno sbrego istituzionale al cospetto del quale impallidisce perfino quello che a suo tempo provocò la marcia su Roma, (che, forse in pochi lo ricordano, proprio a Perugia aveva il comando generale). Non si era mai visto che ministri e altri componenti dell’esecutivo rimettessero il loro mandato nelle mani del presidente della Camera. Siamo alla più assoluta confusione dei poteri e oggi si comprende meglio quanto fossero fondate quelle preoccupazioni sulla incompatibilità tra il ruolo di fondatore di un partito scissionista e il ruolo di terza carica dello Stato, che sarebbero inevitabilente entrati in conflitto.

E quanto è accaduto è foriero di contraddizioni ancora maggiori, se si pensa che Fini ha di fatto chiesto l’apertura di una crisi extraparlamentare: proprio lui che come presidente della Camera dovrebbe adoperarsi affinché eventuali crisi di governo siano sancite in Parlamento. Sicché, qualora il discorso di Fini dovesse sfociare in una crisi di governo, il presidente Napolitano si troverebbe nella spiacevole condizione di dover ascoltare Fini sia nella veste di presidente della Camera sia nelle veste di leader del partito che ha provocato la crisi.

Se la sinistra non fosse accecata da un approccio del tutto strumentale e riuscisse ancora a ritenere che un minino dicorrettezza istituzionale è un bene comune da preservare farebbe sentire su questo punto la propria voce accanto alla nostra.

Dal punto di vista dei contenuti, poi, a leggerlo in controluce, il discorso del presidente Fini è un monumento alla contraddizione. Al di là di superficiali notazioni sui valori di alcune evidenti incongruenze, Fini ha detto: che Tremonti ha garantito che il Paese non precipitasse nel baratro e che il suo unico limite sono i tagli lineari che ha dovuto operare. Che la riforma della Gelmini va nella giusta direzione e che l’unico limite è rappresentato dagli investimenti nella ricerca che andrebbero garantiti. Che sulla sicurezza il governo ha fatto cose eccezionali e che l’unico limite è determinato dalle risorse che ha potuto assicurare alle forze dell’ordine. Che il federalismo fiscale rappresenta un’eccellente politica e che l’unico limite è costituito dagli investimenti per il Sud. Se avesse letto il libro bianco del ministro Sacconi si sarebbe reso conto di aver implicitamente detto che anche le politiche sul lavoro vanno nella giusta direzione, con l’unico limite dei soldi per stabilizzare i precari.

Fini, senza rendersene conto, ha detto che nella situazione di crisi internazionale nella quale viviamo questo può essere considerato il miglior governo della storia della Repubblica, e il suo unico limite è
quello di aver voluto garantire la stabilità dei conti. E la richiesta di Fini, implicita ma evidentissima, è che il governo aumenti la spesa e quindi o alzi le tasse o autorizzi l’accrescersi del debito pubblico.

Altro che futuro e libertà: siamo al ritorno al passato, a quegli anni ’70 e ’80 dei quali la cultura politica espressa oggi dall’on. Fini è evidentemente figlia.