Ora è lampante: urge una legge sull’uso (e abuso) delle intercettazioni

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Ora è lampante: urge una legge sull’uso (e abuso) delle intercettazioni

12 Ottobre 2010

La storia emersa  con l’intercettazione della conversazione fra l’addetto stampa di Emma Marcegaglia, Arpisella e il vice direttore de il Giornale Nicola Porro, come  ha detto Sergio Marchionne è oscura ed inquietante.

Non so per quale motivo lo sia per l’a.d. della Fiat che, ovviamente, difende il presidente della Confindustria. Per me, la storia è oscura e inquietante perché Apisella ha affermato, più volte, nella telefonata con Porro, che sopra la Confidustria, i giornali, i partiti e anche sopra Berlusconi e Fini, c’è una centrale occulta di poteri che condiziona i processi decisionali. Una centrale di potere- egli ha esemplificato – che ha creato il caso D’Addario.

Le ipotesi sono tre.

Primo. Apisella scherzava.

Secondo. Apisella esagerava nel dare importanza a tale centrale di potere.

Terzo. Apisella diceva una cosa vera.  

Volendo complicare le cose, l’ipotesi 2 si divide in 2 sotto ipotesi.

Prima sotto ipotesi: la lobby esiste come “organizzazione” permanente strutturata ma non è dotata di tutto quel potere che le è stato attribuito dall’addetto stampa della Confindustria che scherzava e bleffava.

Seconda sotto ipotesi: Ia lobby c’è, non è una organizzazione strutturata ma alcuni suoi membri rappresentano enti che ci operano da parecchio tempo e che vi hanno grande peso.

Lascio al lettore il giudizio. Io non sono in grado di giungere a una conclusione salvo quella che il riferimento a questi centri di potere impropri può essere la chiave per spiegare alcuni fatti strani. Infatti Emma Marcegaglia non ha tenuto un comportamento coerente. E’ stata a favore dei contratti di lavoro aziendali in deroga a quelli nazionali, solo nell’estate del 2010 ha chiesto ai sindacati di firmare le deroga aziendali al contratto nazionale del 2009. Perché tanto tempo? Dopo  la firma con CISL e UIL ma non della CGIL dell’articolato delle possibili deroghe aziendali al contratto nazionale, al Salone Nautico di Genova ha abbracciato il leader della CGIL Epifani, erigendolo a interlocutore prediletto, dando l’impressione netta di voler trattare con lui contropartite ai contratti aziendali, che CISL e UIL non avevano chiesto. Ciò premia la CGIL, che aveva fatto ostruzionismo.

Allora conviene fare muro contro le imprese e la loro associazione nazionale svergognando i sindacati liberi? A Genova Marcegaglia ha ammonito che non ci debbono essere nuove spese pubbliche, le riforme vanno fatte senza sbilanci pubblici e senza nuove tassazioni. Ma subito dopo per l’alleanza per il lavoro, assieme ad Epifani, ha chiesto nuovi ammortizzatori sociali e prepensionamenti, per gli esuberi da manodopera, rinverdendo la prassi, che pareva accantonata, degli aiuti pubblici a carico del contribuente per risolvere i problemi industriali.

Queste due posizioni di Emma Marcegaglia danno l’immagine di un personaggio condizionato all’interno della Confindustria.

La vicenda di Marcegaglia con i giornalisti de Il Giornale ne fornisce anche una immagine quasi incomprensibile, al limite dell’autolesionismo.

Emma Marcegaglia aveva telefonato a Fedele Confalonieri, a.d. di Mediaset, per far desistere il direttore de Il Giornale da una eventuale campagna di stampa contro di lei. Avrebbe avuto la richiesta di una intervista su il Giornale e non volendola dare si è trovata sottoposta alla minaccia dossier contro di lei. Un romanzo giallo grottesco per chi ha un minimo di conoscenza dei giornali. Come ho letto su Il Messaggero, ai magistrati che  indagano sul traffico dei rifiuti tossici in Campania  Emma Marcegaglia ha detto:“Ho sicuramente percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente, in contatto con Confalonieri. Il Giornale e il suo giornalista hanno tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti del Giornale stesso concedendo interviste che, per la verità, io sul Giornale almeno recentemente non avevo fatto… Non mi era mai capitata una cosa simile, e cioè non mi era mai capitato che un quotidiano ovvero qualsivoglia altro giornale tentasse di coartare la mia volontà con queste modalità per ottenere un’intervista ovvero in conseguenza di dichiarazioni precedentemente rilasciate".

E’ grottesca l’idea che “Il Giornale” abbia tanto bisogno di interviste di Emma Marcegaglia che non è un big della politica come Obama, dell’economia come il presidente della Banca Centrale Europea Trichet. E poi non è neppure  il tipo di giornale che guadagni simpatie fra i lettori con interviste ai personaggi del vertice industriale o bancario, dato che il suo pubblico ha l’impressione che si tratti di signori e signore che spesso colludono con la sinistra.

Il Giornale, poi, non ha bisogno di Emma Marcegaglia per spiegare i principi dell’economia pubblica e privata che occorrono in Italia per rilanciare la crescita economica e l’occupazione. E comunque poiché la Marcegaglia, salvo i recenti ondeggiamenti, ha sempre espresso una linea a favore dei contratti decentrati e del rigore di bilancio, e della riduzione delle imposte sulle imprese, tesi che coincidono con la linea de Il Giornale, non si capisce quale pericolo potesse correre per una intervista che nessuno le concedeva e che, al massimo lei avrebbe dovuto pregare di farsi fare dal quotidiano fondato da Indro Montanelli e da Vittorio Feltri. E’ un club in cui a molti piacerebbe entrare. Ma un po’ schizzinoso.

E poi la frase “non mi era mai capitato che un giornale tentasse di coartare la mia volontà per ottenere una intervista” contiene il termine “coartare” che è una parola del gergo giuridico implica “mezzi violenti”. La Marcegaglia non poteva ignorare che questa parola avrebbe giustificato una indagine giudiziaria. Può darsi che il termine “coartare” sia stato usato dal cancelliere che verbalizzava l’interrogatorio per esprimere ciò che la presidente della Confindustria aveva detto in altro modo, ma lei ha firmato la deposizione.

Perché dire queste parole che avrebbero dato luogo a una indagine giudiziaria che resa pubblica avrebbe generato curiosità sui tanti articoli scritti contro il gruppo Marcegaglia, che sembravano dimenticati? Il modo in cui hanno operato i magistrati napoletani, impiegando 20 carabinieri del nucleo operativo ecologico (piombati nella redazione de Il Giornale mentre l’attività era al massimo) per fare una perquisizione, con il sequestro di computer, è un operato sproporzionato. Una perquisizione notturna sarebbe stata altrettanto efficace, ma senza lo stesso clamore. Un diverso magistrato avrebbe optato per la convocazione a Napoli dei giornalisti  per accertamenti.

In questa azione dei magistrati napoletani  c’è  la preferenza per l’ampia risonanza mediatica. Ma   essa era prevedibile. Come ignorare che i magistrati di Napoli come Woodcock amano il clamore giudiziario? E Marcegaglia non poteva ignorare che ciò avrebbe generato interferenze con la libertà di stampa. Neppure poteva ignorare che sarebbe emersa la curiosità su fatti presumibilmente illeciti per cui il gruppo Marcegaglia potrebbe essere stato condannato o esser indagato.

I dossier oramai emergono in Internet a frotte scrivendo e cliccando il nome “ Marcegaglia”. Ormai ci sono infatti dossier informatici che riguardano vere o presunte violazioni delle leggi penali e fiscali compiute da membri di questa importante famiglia, che chiunque può  leggere in Internet. Il che, data la cultura del sospetto e del giustizialismo che vige in Italia non giova ad Emma Marcegaglia.

Quali siano le centrali del potere sono sopra di noi, non  è chiaro. Ma la cultura del giustizialismo e dei sospetti, ignobile armi della sinistra, di cui fruiscono anche sornioni gruppi di potere economico, non è una ancella gentile, che si può tenere al guinzaglio. Essa si scatena a caso e si diffonde per contagio nei media stampati e in rete. I giornali e i giornalisti fanno il loro mestiere. Il problema sta a monte. Urge una legge sull’uso e abuso delle intercettazioni telefoniche. Urge legare il diritto processuale alle regole dello stato diritto.