Il Governo all’Europa: l’Italia scommette sul nucleare
08 Novembre 2010
Il nucleare assume un’inedita centralità nel Programma nazionale di riforme che il Governo ha trasmesso (primo esecutivo ad adempiere all’obbligo) all’Unione Europea.
Nominato Umberto Veronesi presidente e i professori Maurizio Cumo ed Marco Enrico Ricotti, il capo gabinetto del Ministero dell’ambiente Michele Corradino e il magistrato Stefano Damruoso componenti dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, l’Italia procede sul sentiero tracciato con la delega nucleare nel luglio 2009 e dichiara all’Europa il suo impegno a portare a termine il processo di riavvio della produzione elettronucleare.
In attesa di una svolta tecnologica capace di rendere efficienti e competitive le fonti rinnovabili, si legge nel programma, l’atomo è l’unica fonte capace di coniugare la sicurezza degli approvvigionamenti, l’economicità e la sostenibilità ambientale, economica e sociale di qui al 2050.
Per D’Alema, presente ieri ad una tavola rotonda organizzata dalla fondazione Italianieuropei a Perugina, il nucleare è un affare per i Francesi e non per gli Italiani. I dati illustrati nel Programma nazionale di riforme suggerirebbero tutt’altro. Sul piano della diversificazione, si dovrebbe ridurre la dipendenza dall’estero, da cui ora si importa l’85% delle materie prime energetiche.
Ma il nucleare farà anche "da ‘scudo’ naturale alle volatilità ed alle tensioni di prezzo imposte dall’esterno, in particolare sui mercati di petrolio e gas". Se oggi paesi l’Algeria, la Libia, la Russia possono mettere sotto lo scacco di cartelli e speculazioni il nostro sistema paese, l’apertura di nuovi flussi commerciali per l’importazione di uranio dal Canada, il Sud Africa, la Namibia e l’Australia darebbero una maggiore sicurezza e forza contrattuale all’Italia.
Non passano poi inosservati i benefici in termini di competitività conseguibili con il nucleare. Il prezzo pre-tasse del kWh elettrico per clienti industriali medio-grandi (con consumo fino a 70mila MWh/anno) – si osserva – in Italia sfiora i 100 euro/Mwh, in Germania è intorno ai 77 euro/MWh mentre vale 59 euro/MWh in Francia”. Ciò riflette il peso del nucleare nel mix produttivo.
Certo, la liberalizzazione del settore necessiterà di innovazioni alla regolazione. In particolare, data l’entità degli investimenti e l’orizzonte temporale del business, si dovranno rafforzare da un punto di vista regolamentare i mercati a termine, cui accederanno in buona misura i produttori da fonte nucleare. L’autorità per l’energia elettrica e il gas è già al lavoro per sviluppare le necessarie soluzioni.
Non vengono poi trascurati gli aspetti legati all’uso del suolo e dell’ambiente. Una fonte intensa come quella nucleare consente l’occupazione di spazi ristretti per la produzione di grandi quantità di energia. L’opposto di quanto accade per il settore delle rinnovabili, caratterizzato da un largo consumo di suolo e da una geografia diffusa della produzione. Quanto ai benefici ambientali, si ricorda il basso tasso di emissioni che si registra.
Altri vantaggi comprendono le ricadute occupazionali e sociali, con lo sviluppo della filiera e degli investimenti. Per rendere economicamente compatibili a più soggetti gli investimenti nel settore, sono previste forme di organizzazione della domanda, con la partecipazione delle grandi imprese energivore in consorzi impegnati nella realizzazione delle centrali nucleari.
Si dà poi risalto ai sistemi di compensazione previsti per enti locali e popolazioni interessate, in forma di partecipazione alla spesa energetica e erogazione di servizi alle comunità. Non si fa comunque eccessivo affidamento sulla capacità del regime di compensazioni di superare il Nimby sul territorio. Per questo, si rivela di grande importanza la campagna di informazione e trasparenza. Sarà poi importante individuare alti standard tecnici, di sicurezza, ambientali e paesaggistici per garantire la popolazione.
