Mentre certi media gufano sul Cav. il Governo mette a punto il federalismo

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Mentre certi media gufano sul Cav. il Governo mette a punto il federalismo

Mentre certi media gufano sul Cav. il Governo mette a punto il federalismo

21 Settembre 2010

Il progetto federalista che sta prendendo forma è una importante riforma di struttura. Mentre con il pallottoliere i media che vorrebbero vedere il crollo di Berlusconi cercano di dimostrare che il premiere non ha i numeri per governare, il governo vara una riforma di ampio respiro, nella struttura dell’economia pubblica e, in genere, nell’assetto istituzionale italiano.

Da questo punto di vista la tesi, sostenuta con forza dal segretario del PD Bersani, per cui questo è un governo  allo sbando, incapace di dare risposte ai problemi reali del paese, appare errata.

La riforma federalista riguarda la finanza delle Regioni e la rivoluzione sia sul lato delle spese che sul lato delle entrate. Per quanto riguarda  le spese, vengono introdotti i costi standard, che dovranno valere sopratutto per il settore della sanità. Essi non sono calcolati a tavolino dagli esperti, ma sono tratti dall’esperienza prendendo a riferimento i costi delle Regioni più virtuose. A questo riguardo si presentavano due problemi, di non poco conto che andavano chiariti e su cui probabilmente si è raggiunto il consenso.

Il primo si riferisce alla applicabilità di tali costi alle Regioni meno virtuose, che spesso sono quelle a minor reddito a cui verrà assegnato il fondo perequativo. Tale fondo perequativo, in linea di principio, dovrà commisurarsi al fabbisogno finanziario di queste Regioni qualora esse applichino questi costi. Ma noi sappiamo che esse, in genere, hanno costi notevolmente più alti.

Ci sono Regioni a baso reddito che hanno strutture ospedaliere sparpagliate sul loro territorio, che hanno un rapporto sproporzionato fra addetti e degenti, e che, danno servizi scadenti con costi unitari per paziente curato, per giorno di degenza, molto superiori a quelli delle Regioni virtuose. Una immediata applicazione a queste Regioni dei costi standard è praticamente impossibile perché la riorganizzazione della rete ospedaliera e in generale del sistema sanitario, anche nel rapporto fra strutture pubbliche e strutture sanitarie private. Questi mutamenti richiedono tempo. Ecco, pertanto che è emersa la soluzione di adottare i costi standard in modo graduale, con uno scaglionamento nel tempo.

Occorre notare, per altro, che il fatto che essi siano resi noti sin da ora, per indurre il maggior numero possibile di Regioni di accostarvisi, ha un effetto importante con riferimento ai contratti fra le autorità sanitarie regionali e le aziende sanitarie private, in quanto ci saranno parametri certi di costo per il loro impiego per il servizio sanitario pubblico.

L’altro problema che si presentava era quello delle sanzioni per le Regioni che saranno inadempienti con riguardo all’impiego, sia pure graduale, dei costi standard e che quindi non riusciranno ad assicurare il servizio mediante le proprie finanze, integrate dalla assegnazione sul fondo perequativo. E quindi si troveranno o a fare gestioni in deficit o a dover rinunciare alla continuazione dei loro compiti sanitari. La soluzione che è stata individuata è quella di rendere ineleggibili gli amministratori regionali che si comportino in questo modo.

Debbo osservare che, probabilmente, c’è stata una lacuna nella comunicazione di questa regole in quanto non si possono imputare automaticamente agli amministratori regionali le colpe dei gestori effettivi delle strutture sanitarie delle ASL. Ma il rimedio, implicito, esiste ed è quello del commissariamento delle ASL inadempienti. Ciò dovrebbe dare luogo a un miglioramento della sanità del Mezzogiorno, se si manterrà fermo il principio del commissariamento delle gestioni sanitarie che non rispetteranno i parametri.

Alle Regioni, come entrate proprie, saranno assegnate l’aumento dell’addizionale all’Imposta personale sul reddito (IRE) dall’attuale tetto dello 1,4 per cento sino al 3  assieme e la facoltà di manovra completa delle aliquote Irap, da zero al tetto del 5 per cento. Si presume che le aliquota Ire dello stato vengano abbassate dello 1,6 per per evitare che la riforma federalista dia luogo ad aumenti, anziché a riduzioni del carico fiscale. Sarebbe bene che il disegno di legge lo stabilisse in modo chiaro. Sino ad ora ciò risulta dalle dichiarazioni degli esperti che hanno lavorato al progetto.

Ma poiché c’è un problema di copertura della perdita di gettito che, allo stato, deriva dalla riduzione delle sue aliquote, occorre che sia chiarita la dimensione della riduzione di aliquota dello stato: che non è necessariamente di 0,6 punti in quanto non è detto che tutte le Regioni si avvalgano della aliquota massima del 3 per cento. Per altro se lo stato attuasse una riduzione di aliquota dello 1,6, ciò, nelle Regioni che non si avvarranno della aliquota massima, potrà comportare una riduzione, sia pure piccola, della pressione fiscale: un buon segnale della direzione a cui può mirare il federalismo fiscale.

La facoltà di manovrare l’addizionale dell’Ire (l’imposta sul reddito personale) per raccogliere un gettito che permetta la riduzione e al limite l’abolizione dell’Irap, ad esempio per le nuove iniziative e gli ampliamenti industriali è destinata ad avvantaggiare soprattutto le Regioni meridionali. Esse potranno abolire l’Irap per le nuove iniziative e per gli ampliamenti di attività industriali e turistiche senza una significativa perdita di entrate, dato che hanno un basso gettito di l’Irap e che, per la spesa sanitaria, fruiranno del fondo perequativo. Sta ora alle nuove formazioni politiche meridionali dimostrare se sono a favore di questa assunzione di responsabilità.

Da questo punto di vista ritengo errata la tesi, che sembra emergere in ambienti della Lega Nord, secondo cui le Regioni che adotteranno una aliquota Ire superiore allo 1,4 non potranno ridurre l’Irap. Ciò costituirebbe un grave pregiudizio per le Regioni meridionali, nelle quali può essere ragionevole chiedere ai contribuenti dell’Ire un limitato sacrifico allo scopo di disporre di risorse finanziare con cui ridurre le imposte sulle nuove attività produttive che generano nuovo reddito e nuova occupazione.

In linea generale, il federalismo genuino non può basarsi sul paternalismo statale. Le Regioni debbono essere libere di variare le aliquote delle imposte loro assegnate, non solo per ridurle tutte o aumentarne tutte, ma anche per aumentare le une e ridurre le altre. Saranno gli elettori a decidere se i governi regionali hanno fatto buon uso dell’autonomia federalista oppure no. Se lo stato ridurrà su tutto il territorio nazionale l’Ire dello 1,4 per cento, le Regioni che porteranno l’addizionale l’Ire al 3 per cento, per avere risorse finanziarie per abbassare l’Irap, avranno, comunque attuato una riduzione complessiva del carico fiscale ai fini di sviluppo  economico.

La Lega Nord sta accelerando l’attuazione della riforma federalista per mantenere una promessa fatta non solo dalla Lega, ma anche dal PDL, si attuare questa riforma di struttura. Ma è essenziale collegare in modo stretto questa riforma di struttura al rilancio della politica di crescita economica. E la riduzione del carico fiscale sulle imprese è uno strumento molto importante di tale politica. Il federalismo fiscale deve imparare a volare in alto, passando dalla questione provinciale alla questione nazionale.