Cinque motivi per cui Berlusconi deve continuare a governare
28 Settembre 2010
Da più parti vengono sollecitazioni ad occuparsi dei temi reali urgenti dell’Italia e non della (piccola) faida sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità dalla signora Colleoni ad An per la sua causa e ceduta da Gianfranco Fini a una società off shore per una cifra molto modesta.
E’ ovvio che i problemi del nostro paese siano più importanti di questi. Ma prima dello svolgimento in cinque punti di tali temi, mi pare necessario fare una serie di premesse, anche esse in cinque punti.
Prima premessa. Bisogna ricordare che l’intera vicenda politica di “mani pulite” con cui è stato posto termine alla “prima repubblica” è stata gestita sulla base di questioni morali riguardanti le finanze dei partiti con intrecci personali. E, su questa base, l’intero PSI, con avvisi di garanzia a raffica a dirigenti di partito, parlamentari e uomini di governo e pubblici amministratori – risultati poi in gran parte non colpevoli – è stato annientato.
Seconda. Sempre in premessa, occorre rilevare che è stato a causa della formazione del Fli, il gruppo parlamentare autonomo entro il PDL, che si è dovuta sottoporre alla verifica di mercoledì, l’azione del governo. I problemi non derivano tanto dal ritardo nella attuazione del programma del governo, dato che sino a pochi giorni fa il parlamento era in ferie, quanto dalla questione se il governo durerà. E questa incertezza è stata creata ed alimentata ad arte dagli avversari del governo, in quanto è noto che Fli voterà i cinque punti programmatici che saranno presentati da Silvio Berlusconi.
Terza. Anteriormente a questa vertenza etico-politica, considerata da Sergio Romano il punto più basso della vita politica della repubblica italiana, con una esagerazione palese, l’azione del governo è stata turbata da un altro “teatrino”: quello della vicenda immobiliare del Ministro dello sviluppo economico Scajola, che si è dovuto dimettere. In questo caso la questione morale relativa a una compravendita di un appartamento a Roma, senza società off shore, è stata considerata rilevante in quanto relativa a un uomo di governo, non a un leader di partito, con la differenza che nell’epoca di” mani pulite” la questione morale riguardò in primo luogo i partiti.
Quarta. La vicenda che più ha turbato la scena economica italiana in queste settimane è la faida scoppiata entro Unicredit che ha comportato la dismissione dell’amministratore delegato Alessandro Profumo (per altro con un bonus di 38 milioni di euro di buona uscita) senza che si sapesse chi lo avrebbe rimpiazzato. Data la palese situazione di divergenze di opinioni nel gruppo di controllo, fra fondazioni bancarie e altre entità guidate dal presidente austriaco Rampl è immaginabile che si troverà una soluzione di compromesso.
Quinta e ultima premessa. Se è vero che compromessi, quando sono ragionevoli, sono utili nelle banche per sanare le divergenze di vedute e trovare un equilibrio fra i vari interessi, perché invece essi non dovrebbero essere utili nella politica, di fronte a diversi problemi di equilibrio? La domanda è (idealmente di intende) soprattutto rivolta a quei critici che scrivono in giornali, nel cui gruppo societario di controllo campeggia Unicredit.
Vengo ora ai problemi urgenti del nostro paese, che sono quelli economici. C’è stato, da ultimo, un eccesso di attenzione per i problemi del contratto italiano per la crescita, mentre il vero tema è quello di un “contratto europeo per la stabilità e la crescita per l’Italia”. Infatti, a breve la Commissione europea dovrebbe mettere a punto nuove regole riguardanti il patto di stabilità e di crescita che faranno riferimento a un pacchetto di misure, corredate da sanzioni, per gli stati che presentano deficit eccessivi, per quelli con un debito eccessivo e per quelli con un eccesso di deficit o surplus nella bilancia corrente dei pagamenti.Tra le proposte che Bruxelles presenterà forse frutto di comitato ombra custode dell’euro, ci sono sanzioni preventive (un deposito fruttifero dello 0,2%) per chi si avvicina ad un deficit eccessivo, oltre il 3% del Pil e una riduzione di un ventesimo all’anno dell’eccesso del rapporto debito Pil, calcolato su un livello che non è ancora chiaro, ma che comporterebbe per noi un duro sacrificio. Ci dovrebbe essere, inoltre, una sanzione dello 0,1% del Pil per gli stati che non riequilibrano la bilancia corrente dei pagamenti. E ciò sembra costituito un incitamento alla Germania a ridurre il suo surplus commerciale, come contro partita al sacrificio richiesto agli stati che debbono ridurre i deficit e i debiti.
Il governo attuale è garante della riduzione del deficit al di sotto del 3 per cento entro un biennio, ma la riduzione programmata del rapporto debito/Pil non appare conforme a quanto verrà stabilito a Bruxelles. Dunque, occorre una riflessione su ciò che comporta:
a) la prosecuzione dell’attuale governo sino al termine della legislatura e la cessazione, da parte di chi è interessato allo sviluppo economico italiano dei tentativi di mandare subito a casa Berlusconi, in quanto autolesionisti;
b) la messa in mora della tesi per cui il governo deve mantenere la promessa della grande riforma tributaria, con la riduzione delle aliquote dell’Irpef a tre sole e connessi grossi benefici per tutte le fasce di redditi;
c) la centralità della contrattazione aziendale periferica;
d) la adozione di misure limitate di riduzione del carico fiscale miranti ad accrescere la competitività e di misure di de regolazione per accelerare la politica di investimenti in infrastrutture con particolare riguardo al Mezzogiorno;
e) il ridimensionamento delle altre ambizioni di “riforme” sul fronte della spesa pubblica che comportino di accrescerla, perché ciò non è consentito dal patto europeo per la stabilità e la crescita riguardante l’Italia.
Passo ora a illustrate questi cinque punti.
Primo. Solo il governo in carica, con un respiro di legislatura, non un governo tecnico o un governo in scadenza a breve è in grado di negoziare con Bruxelles in modo efficace il patto europeo di stabilità e crescita per l’Italia, perché esso ha un patrimonio di credibilità derivante dalla manovra di finanza pubblica attuata in questo biennio terribile. E solo l’attuale governo come governo di legislatura è in grado di garantirne la attuazione. Non è vero che il governo Berlusconi non ha fatto nulla, ha l’Italia salvato dal disastro in cui sono cadute la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda e, con la sua politica fiscale prudente, ha conquistato la stima dei mercati.
Secondo. Non vi è, nei prossimi anni, lo spazio per la riduzione generale dell’Imposta personale sul reddito, che era stata promessa, prima che scoppiasse questa crisi, le cui origini sono al di fuori dell’Italia, ma che ha colpito l’Italia, che ha il più alto debito/Pil dell’Occidente. Quando in una famiglia capita un incidente che non è colpa di nessuno, ci si rimboccano le maniche, non ci si mette a criticare i genitori che “non mantengono le promesse”. Bisogna prendere atto che il quadro è mutato e smetterla di scrivere che Berlusconi non sa mantenere le promesse. Chi lo scrive o non sa nulla di economia e scherza con il fuoco o è un neo Keynesiano ideologico, come quelli che hanno mal consigliato il presidente Obama.
Terzo. Sergio Marchionne ha dichiarato che per l’industria dell’auto in Europa è giunta la resa dei conti. I contratti aziendali basati sulla produttività sono il solo mezzo per evitare che la Fiat in Italia cessi di operare e che finisca prima di nascere il progetto di “fabbrica Italia” destinato a rilanciare i suoi stabilimenti che sono in gran parte nel Sud e l’indotto che è in gran parte del Nord. Ciò che vale per la Fiat vale per la nostra industria in generale, nella sfida della crescita economica.
Quarto. E’ possibile fare riforme che costano poco o non costano, come quelle che sopra ho indicato: la detassazione degli straordinari e del lavoro notturno derivante da contratti aziendali basati sulla produttività e la deregolamentazione. Essa occorre, in particolare, nei lavori pubblici per fare accelerare le grandi e piccole opere. Aggiungo che occorre abolire gli oneri previdenziali che colpiscono i pensionati che lavorano e che hanno maturato le pensioni di vecchiaia, per incentivare i lavoratori a non chiedere di andare in pensione prima del diritto pieno alla pensione di vecchiaia. Ci sono altre operazioni, che si possono fare per sfrondare il bosco fiscale e contributivo da tributi e contributi che ostacolano il funzionamento dell’economia, generano economia sommersa e danno un gettito minimo.
Quinto e ultimo punto. Anche nella spesa pubblica è possibile operare tagli senza effettuare sconvolgimenti. Ma la tendenza attuale è quella opposta. Ad esempio si invocano aumenti di spese per la scuola e la ricerca pubblica, invece che preoccuparsi dell’efficienza di questi settori, che può essere realizzata anche con risparmi di personale. Ci sono poi capitoli, come la riduzione delle province, a cui si oppone la Lega Nord, ma su cui ancora non si è sentito qualcuno degli avversari politici del governo prendere posizione. Ciò, forse, in quanto le province di Milano e Roma sono controllate dalla sinistra. Si dovrebbe aumentare l’età di pensionamento delle donne, parificandola a quella degli uomini. Ma la proposta fatta da Magna Carta al riguardo non è stata raccolta dalla sinistra e dai centristi, e neppure dalla Confindustria, che invoca astratti risparmi di spesa.
Concludendo, a chi afferma che questo governo ha deluso, rispondo che esso è, fino ad ora, riuscito a dare agli italiani una linea di rigore nonostante le fughe in avanti irreali dei suoi avversari e di una parte importante dell’establishment economico e finanziario.
Continuano a guardare la luna anziché lo stretto sentiero della terra su cui ci muoviamo.
