Una domenica con l’Abominevole Uomo delle Nevi

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Una domenica con l’Abominevole Uomo delle Nevi

04 Febbraio 2012

Anche se buona parte dei mezzi d’informazione la pensano diversamente, non ci stupiamo affatto della neve a febbraio. Nemmeno ci dispiace, anche perché mette puntualmente in luce la scarsa organizzazione delle rete ferroviaria italiana e pare una giusta ordalia per i sindaci. Poi la neve ci costringe a tempi più lenti, al metter mano ad una pala, sa essere poetica e riporta un po’ all’infanzia. In tante fiabe c’è la neve, in tante leggende più o meno antiche. Simbolo di purezza per il colore, la sostanza, la dimora sulle cime sempre innevate, quelle più alte e inaccessibili. Come quelle dell’Himalaya, il “tetto del mondo”, dove l’Abominevole Uomo delle Nevi venne avvistato per la prima volta poco più di cento anni fa. Da allora la leggenda dello Yeti è entrata nell’immaginario collettivo.

Chi o cosa sarà mai? Uno scherzo di natura o di una setta di burloni? Un’allucinazione? Il famoso “anello mancante”? Da testimonianze e descrizioni non risulterebbe un primate scimmiesco fuggito alla nostra classificazione; l’uomo delle nevi sarà abominevole, ma è pur sempre uomo. Alto, peloso, selvatico ma non satiresco, anzi timido, sfuggente, timoroso della nostra specie. Come se avesse una colpa da farsi perdonare. Fra nevi e ghiacci probabilmente si ripara solo per sfuggire noialtri, è un tipo più da boschi alle pendici di alte montagne.

 

Sullo Yeti si è scritto tanto, ma niente di così ispirato e appassionato come il breve saggio che Attilio Mordini scrisse poco prima di morire nel 1966: Il mistero dello Yeti, appena tornato in libreria grazie alle edizioni Cantagalli di Siena. Mordini viene solitamente ricordato come “l’Evola cattolico”, in virtù del costante riferimento comune alla cosiddetta sapienza tradizionale o perenneista. Però, a differenza di Evola, Mordini vedeva nel cristianesimo cattolico la sintesi, il culmine, l’inveramento di tutte le religioni precedenti. Si fece terziario francescano, militò con fierezza a destra e firmò diverse opere che cercano le tracce della Redenzione nella storia, nel mito, nelle fiabe e perfino nei film di Ingmar Bergman. Collaborava con “l’Ultima”, gloriosa rivista del secondo dopoguerra fondata da Adolfo Oxilia, e patrocinata da Giovanni Papini, rifugio di altri cattolici inquieti come Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, e un giovane Sergio Quinzio. Missione culturale de “gli ultimi” era di seguire ovunque lo Spirito che, come insegna il Vangelo, soffia dove vuole, non solo nei testi sacri.

In tale ambiente culturale maturò il talento di Mordini e dunque non parrà strano il suo trovare ispirazione in una pagina del Corriere della Sera del novembre 1965. Lesse dello Yeti e senza nemmeno preoccuparsi troppo della fondatezza della sua esistenza, decise di rileggerlo “alla luce della tradizione biblica”. Infatti, nell’Antico Testamento un posto per lo Yeti, a ben guardare, lo si trova; precisamente nel libro della Genesi. Se è veramente abominevole, il motivo va cercato nella sua famiglia, quella di Caino. La nostra stessa stirpe, dato che siamo anche noi figli di Adamo ed Eva? No, quell’umanità non esiste più, è stata cancellata dal Diluvio Universale. Noi siamo più realisticamente  discendenti del superstite Noè, mentre i figli di Caino dentro l’Arca non c’erano entrati. Ma forse non erano nemmeno morti tutti nella catastrofe decisa da Dio, in fondo il diluvio purificatore nemmeno riguardava loro, già dannati in partenza e non meritevoli di ulteriore castigo. Forse qualche nipotino di Caino si rifugiò su monti ancor più alti dell’Ararat e riuscì a sopravvivere nei millenni diventando lo Yeti: isolato e ramingo, pieno di vergogna al cospetto degli umani, inselvatichito dalle condizioni di vita e dalla progressiva perdita dell’immagine divina.

Si creda o meno all’esistenza dell’Abominevole o alla Bibbia, ci sono tutti gli elementi per un bel romanzo, per giunta con lieto fine; i cainiti pelosi non incarnerebbero più la malvagità umana (parte recitata semmai dalla dinastia post-diluviana di Cam), e dopo il sacrificio di Cristo anelano ancor più alla Redenzione. Il segnale di questo ravvedimento Mordini lo trovò in un’altra leggenda contemporanea: un’orda di yeti urlanti avrebbe gettato nel panico l’esercito cinese, permettendo così la fuga dal Tibet del Dalai Lama nel 1959. Converrebbe, finché c’e neve, andare a cercare la creatura, può darsi che abbia qualcosa da insegnarci.