Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (giovedì 10 novembre)
10 Novembre 2016
Nuova puntata della nostra rubrica quotidiana sul NO al referendum e alla riforma Renzi-Boschi-Alfano-Verdini.
1) Contrappesi americani, contrappesi boschiani. “Trump non sarà ‘moderato’ da un congresso a maggioranza democratica”, scrivono Alberto Alesina e e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. Quella che in America rappresenta una parziale eccezione politica, limitata dalla vasta autonomia dei parlamentari repubblicani, e che probabilmente durerà solo un paio di anni, nel sistema politico italiano diverrà invece la realtà permanente della vita istituzionale italiana (e con annessa la raffinata dialettica politica a cui ci ha abituato il renzismo) se passerà il pasticcetto Boschi.
2) Niente fondi: incominciate ad assaggiare il pasticcetto. “Expo, niente fondi. Dalla Camera un altro schiaffo”, così un titolo nella cronaca cittadina del Corriere della Sera. La vicenda fondi Expo è un’ottima occasione per i milanesi per assaggiare l’Italia scrupolosamente rispettosa delle autonomie locali che uscirà dal pasticcetto Boschi.
3) Che schifo i piccoli e i Parlamenti. “Un piccolo Parlamento, quello della Vallonia, ha tenuto in stand by l’accordo”, scrive Daniele Manca sul Corriere dell’Economia. Non riesco a decidermi se Manca mostri più schifo per l’aggettivo piccolo o per il sostantivo Parlamento. Comunque nell’indecisione, mantengo ferma l’idea che per difendere piccoli e Parlamenti, oggi serva un bel No a chi li schifa.
4) Aiuto ha vinto Trump! Si torna in Europa. “Mostrare che l’Europa è davvero in grado di gestire una nuova strategia di sicurezza e difesa”, dice Roberta Pinotti al Corriere della Sera. In pieno panico per la vittoria di Trump e per quella prossima del No, i renziani adesso rilanciano l’Europa. Si dice che in questo senso il lupetto mannaro di Rignano avrebbe rivolto anche una richiesta alla “Kanzellerin” per essere invitato a una cena elegante a Berlino (era pronto a portarsi dietro anche Fiorello e tutti e due i fratelli Vanzina) prima del 4 dicembre. Angela Merkel ha detto che non se ne parla prima delle elezioni del Bundestag del prossimo autunno 2017. Va bene non credere alla sfiga ma c’è un limite a tutto.
5) Quei giornalisti già stanchi per il sostegno a BastaunSì. “Parisi rappresenta l’orizzonte delle larghe imprese”, dice Antonio Polito a Salvatore Merlo sul Foglio. Il povero Parisi ha spiegato ormai innumerevoli volte che è finita la stagione delle grandi coalizioni anche negli Stati che più le hanno proficuamente sperimentate (dall’Olanda all’Austria). E persino la Spd ha detto che non rifarà una Grande coalizione in Germania. Così ha detto e ridetto mr. Chili. Ma i repubblichini (quella parte della stampa impegnata a seminare divisioni a destra per far vincere il Sì) non demordono. Tutto sommato fanno un lavoro migliore i republicones di Largo Fochetti che almeno intervistano Jean-Marie Le Pen per dire che il vero Trump è lui e non quella moderata di sua figlia Marine. Però repubblichini e republicones per Bastaunsì hanno proprio l’aria stanca, ricordano sempre più i giornalisti del New York Times del dopo 8 novembre.
6) Gli esperti migliori. “She had the best experts that money could buy” scrive Frank Bruni sul New York Times riferendosi alla campagna elettorale di Hillary Clinton. I migliori esperti che il denaro poteva comprare? Tipo Jim Messina e Diego Piacentini?
7) Carta perde, carta vince. “Che vinca il Sì o il No ci ritroveremo tutti qui”, Repubblica scrive che così avrebbe profetizzato l’ultrarenziano David Ermini nella recente Leopolda. Ci si ritroverà tutti? Si studi, caro Ermini, i casi dei monarchici dopo il referendum del 1946 o dei comunisti dopo il referendum del 1985. Le sconfitte campali, come si merita il pasticcetto Boschi, creano scenari politici del tutto nuovi.
8) Un W Trump con annesso scolapasta in testa. “Anche in Italia –come negli Usa – la sfida è su chi incarna il cambiamento”, così la Repubblica riporta una dichiarazione di Matteo Renzi. Beh, cambiamenti il nostro ne ha praticati tanti, specie nelle banche e nei loro organigrammi. Però l’idea di presentarsi come il vero erede di Trump e dei programmi politici della Lega e dei grillini è un po’ sorprendente. Non so quanto sia convincente. Comunque il lupetto mannaro di Rignano, glielo ricordiamo a suo conforto, può contare sulla civile legge Basaglia che evita le tragedie peggiori quando certe situazioni diventano drammatiche e si comincia a mettere uno scolapasta in testa e a sostenere di essere Napoleone.
9) Quelli del BastaunSì iniziano a pensare che i mercati non gli vogliono più bene. “Lo shock dura poco, le borse chiudono positive” così un titolo del Sole 24 ore. Bisognerebbe informare l’ultimo giapponese dell’“ubbidite ai mercati senza se e senza ma”, il povero Andrea Bonanni che minaccia inasprimenti dello spread in caso di vittoria del No, che gli scenari si stanno modificando molto rapidamente.
10) Per essere autoritari si deve essere almeno un po’ autorevoli. “Anche lei vede il rischio dell’autoritarismo?” Chiedono a Rino Formica sul Manifesto. “No, uno peggiore: l’assenza di democrazia totale, l’anarchismo” risponde l’ex esponente del Psi. Perfetto, Renzi non è un dittatore, infatti anche per il terribile e nefasto mestiere del politico autoritario ci vuole una certa statura, per essere autoritari bisogna essere almeno un po’ autorevoli. Invece a disgregare, basta un lupetto mannaro.
